“La luce difficile” di Tomas Gonzalez, le prime pagine

Da domani sarà in libreria, per i tipi della Nuova Frontiera, La luce difficile (144 pagine, 16 euro) dello scrittore colombiano Tomas Gonzalez, tradotto da Lorenzo Rinaldi. La voce narrante è quella di David, uno dei suoi figli, paralizzato, ha chiesto l’eutanasia… Un libro sul dolore e sulla consapevolezza della morte. Anticipiamo, grazie all’editore, un estratto delle prime pagine del romanzo

uno

Quella notte passai molto tempo sveglio. Vicino a me, neppure Sara dormiva. Guardavo le sue spalle scure, la sua schiena, ancora snella a cinquantanove anni, e trovavo conforto nella sua bellezza. Ogni tanto ci prendevamo per mano. Nell’appartamento nessuno dormiva, nessuno parlava; a volte qualcuno tossiva o andava in bagno e poi tornava a letto. I nostri amici Debrah e James erano venuti a tenerci compagnia e si erano sistemati su un materasso in salotto. Venus, la ragazza di Jacobo, si era sdraiata nella sua stanza. Jacobo e Pablo, i miei figli, erano partiti due giorni prima in un furgone Rent-a-Car diretti a Chicago, dove avevano preso un aereo per Portland.

A un certo punto mi sembrò di sentire il debole suono della chitarra di Arturo, il terzo dei miei figli, nella sua stanza.

In strada risuonavano le grida notturne del Lower East Side, le solite bottiglie rotte. Alle tre del mattino, o giù di lì, passarono, rantolanti, due o tre motociclette degli Hells Angels, che avevano la loro sede a due isolati dal nostro appartamento. Dormii per quasi quattro ore di fila, senza sognare, finché alle sette mi svegliò una fitta d’angoscia nel ventre per la morte di mio figlio Jacobo, che avevamo programmato alle sette di sera, ora di Portland, le dieci di sera a New York.

due

Baciai Sara, mi alzai, preparai il caffè. Senza accorgermene, iniziai a guardare il quadro a cui stavo lavorando. Era ancora presto per chiamare i ragazzi, che si erano fermati per la notte in un motel vicino all’aeroporto di Portland. Il soggetto del quadro era la schiuma che forma l’elica del traghetto quando, lasciato il molo, il motore accelera nell’acqua verde che gorgoglia.

Il colore smeraldo dell’acqua mi era venuto pallido, superficiale, pensai, come una caramella alla menta vetrificata. Non ero ancora riuscito a fare in modo che, senza vedersi, senza che fosse troppo evidente, si percepisse la profondità abissale, la morte. La schiuma sembrava bella, incomprensibile, caotica, separata e inseparabile dall’acqua. La schiuma andava bene.

All’epoca di quel lavoro, cominciato un anno prima – nell’estate del ’98 – trascorrevo intere giornate sul traghetto, facendo continuamente la spola tra Manhattan e Staten Island, a volte bevendo birra, sempre guardando l’acqua. Ho persino fatto amicizia con alcuni musicisti ambulanti delle navi, e con un tale Louis Larrota (io lo chiamavo Luis Bancarrota, per prenderlo in giro, anche se lui non capiva la battuta, perché non parlava né spagnolo né italiano), l’unico lustrascarpe rimasto sul traghetto. Ancora oggi lo sento gridare, Shine! Shine!, per i corridoi della nave. Il lustrascarpe aveva sempre meno clienti, perché quasi tutti portavano ormai solo scarpe da ginnastica. Quando il tramonto attraversato dai gabbiani che ardeva dietro alle gru del New Jersey si spegneva, tornavo all’appartamento.

Mi sono sposato con Sara quando avevamo entrambi ventisei anni. Abbiamo vissuto insieme per cinquant’anni, fino a quando lei è morta per un problema al cuore due anni fa. Non ho mai conosciuto un’altra donna: lei è stata tutte. È complicato da spiegare e da capire, perché tutte le donne che ho desiderato e che non erano lei, quelle che non ho mai avuto, come le poche con cui sono andato a letto – senza che Sara lo sapesse, ovviamente, sennò sarebbe stata la fine – erano lei. Questi tradimenti sono successi solo durante i primi due anni, quando la relazione, ancora afflitta da vuoti e serie incomprensioni, doveva consolidarsi. Poi la mia fedeltà è stata totale e senza sforzo.

Ci sono stati tradimenti anche da parte sua, credo, però quelli che ci sono stati, se ci sono stati, sono accaduti molti anni dopo. Un pomeriggio, a New York, la vidi in una caffetteria mano nella mano con una collega di lavoro. Quella sera le chiesi spiegazioni e lei non negò né ha ammise;disse solo che i rapporti tra donne sarebbero sempre stati un mistero per gli uomini. Quella risposta non mi tranquillizzò, perché ci sono modi e modi di tenere per mano una persona, però me ne dimenticai, fino a un certo punto, con il passare degli anni.

La seconda volta è stato quando era in Giamaica con James e Debrah. Per qualche motivo io non potevo o non volevo fare quel viaggio e James si lasciò sfuggire un aneddoto con cui insinuava che Sara aveva avuto un’avventura con un ragazzo dell’isola. Glielo chiesi nuovamente, quella volta però mi rispose che ero pazzo, che come mi passava per la testa. Eppure, ancora oggi qualcosa mi dice che l’avventura ci sia stata. Sara era tutt’altro che timida, soprattutto se aveva bevuto un po’. Vero o falso che fosse, mi ha fatto male a lungo, e mi ha reso molto triste, però alla fine l’ho superata.

Gelosia, forse.

In ogni caso, solo la vecchiaia avanzata ha affievolito il desiderio che abbiamo sempre provato l’uno per l’altra. Non sono mai riuscito a distinguere l’amore dal desiderio, cosicché posso dire che ci siamo amati tanto per tutta la vita. Ero sempre felice di rivederla, anche se la separazione era stata di poche ore. Quando arrivavo a casa, di ritorno dal traghetto, lei era già rincasata dall’ospedale dove lavorava, parlavamo un po’ distesi sul letto; le raccontavo ciò che avevo visto nel mare, e poi andavo a vedere come stavano Jacobo e i ragazzi.

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