Un libro che andrebbe letto ad alta voce in classe. È “Le parole per parlare” di Vanessa Roghi, che ragiona sulla nascita dell’italiano prima che nascesse l’Italia. Un libro sulle parole che fanno male e creano odio, ma anche su quelle che innalzano i nostri pensieri e ampliano i nostri orizzonti…
Partendo dalle origini e dal mito della torre di Babele per spiegare la moltiplicazione e la mescolanza delle lingue, passando all’Impero Romano, la frantumazione in diversi Stati sino a toccare la storia della nostra Penisola e dei diversi popoli che la hanno abitata lasciando lingue differenti che nelle varie regioni via via sono diventati “dialetti”, Vanessa Roghi, nella forma di un agile e illuminante saggio pubblicato da Einaudi Ragazzi, ci conduce nella storia delle lingue e delle parole. Non tralasciando la questione della lingua e il potere della letteratura che con Dante e Manzoni ha contribuito a “costruire una nuova lingua: l’italiano, nato ancor prima che nascesse l’Italia”, l’autrice analizza brevemente, dall’Unità d’Italia, il ruolo della scuola sin dalle prime riforme, il fenomeno dell’emigrazione, l’impatto dell’avvento della tv nella vita linguistica degli italiani, il valore dei dialetti e delle parole intraducibili, l’esistenza dei gerghi.
A cosa serve la lingua
Dopo questo affascinante excursus, Vanessa Roghi ci accompagna in una puntuale e spigliata riflessione sulle parole nella storia. La lingua è stata uno strumento per discriminare ed escludere formando il pensiero di molti, convincendo a selezionare, fino ad eliminare intere “categorie” di individui, dopo averli catalogati e definiti con le parole. La lingua, quindi, può essere usata per separare, per creare differenze discriminanti, muri invalicabili. Controllare la lingua per controllare le azioni di un popolo può essere ed è stata un’operazione pericolosa che ha portato alla disumanità, trasformando la realtà. Quanto potere ci può essere nelle parole e in chi può manipolarle? Le pagine del libro passano in rassegna, in modo breve, chiaro ed efficace, l’epoca delle dittature riflettendo su quanto queste si sono “impadronite della lingua”, “avvelenando il mondo” con le peggiori atrocità. La manipolazione della lingua e il suo controllo, e “insieme alla lingua i pensieri delle persone”, può così diventare uno strumento “di oppressione e di violenza”. “Attraverso la radio e la televisione, e poi oggi Internet e i social, la voce di una singola persona può arrivare contemporaneamente a miliardi di individui e mettere loro in testa cose bellissime ma anche stupide o, addirittura, spaventose, pericolose”. Al contrario, imparando a riconoscere le parole che fanno male, creano odio, feriscono e facendole forse scomparire dalla lingua, lasciandole come “parole da museo” che raccontano la storia a cui guardiamo come insegnamento, imparando le parole che fanno male per “non pronunciarle più”, possiamo contribuire ad arginare e cancellare “il linguaggio dell’odio”, per creare “una nuova sensibilità linguistica” che tenga conto del contesto in cui si parla e della libertà di pensiero, ma nel rispetto degli altri, “usando al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare nella nostra contemporaneità”.
Una nuova sensibilità linguistica
Oggi siamo esposti, attraverso tv, media, social, a una miriade di parole, usate e abusate. Le parole hanno il potere di plasmare atteggiamenti, rappresentano gli abiti che spesso indossiamo e che ci portano ad agire. Le parole possono avere la capacità di innalzare i nostri pensieri e ampliare i nostri orizzonti, la capacità di sognare e agire in grande. L’individuo, per esistere e affermarsi, ha bisogno delle parole che lo rappresentino e allo stesso tempo lo mettano in comunicazione con gli altri. Il linguaggio, pertanto, diventa vitale per lasciare la propria impronta e può essere un possibile strumento, non violento, di cura dell’altro. L’autrice apre un varco per guardare attraverso una nuova sensibilità linguistica. Tenendo conto della tecnologia e di un suo uso consapevole, è possibile comunicare senza discriminare e ferire, ma utilizzando una lingua che sia confronto, crescita e socialità? Secondo l’autrice, la comunicazione può, attraverso un’educazione ai linguaggi non violenti, diventare un punto di forza e i cellulari, in mano ai giovani, strumenti di pace, tolleranza e umanità.
Libertà e rispetto
Le parole per parlare (128 pagine, 12 euro) di Vanessa Roghi, titolo ma anche citazione di Gianni Rodari, è un libro che andrebbe letto ad alta voce in classe con le alunne e gli alunni, per riflettere insieme, per guardare alla storia e leggerne i fatti alla luce del valore delle parole e ritornare all’oggi, imparando un lessico “civile” che possa dare spazio a una pluralità di linguaggi, in libertà e nel rispetto di se stessi e degli altri, dando spessore ai propri pensieri e creando una comunità che si confronta, convive e comunica con un linguaggio che ha rispetto delle diversità senza sottolineare le differenze, ma lasciando alle parole la libertà di farle esistere con dignità.
In una quotidianità in cui la velocità della comunicazione supera quella della tastiera, il testo della Roghi ci restituisce il tempo da dedicare alle parole, il tempo per riflettere sulla cura del linguaggio e per dialogare con i nostri giovani sulle parole per parlare e per decidere cosa essere e in quale società, parlata e parlante, vivere.
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