Una madre fuggita, un padre alcolista, questo ha dato la vita a un ragazzino, Luciano, salvato solo dagli amici. In “Mio padre era un bufalo”, romanzo lirico e crudo, Francesco Mila mette in scena un giovane costretto a vivere da adulto, ma comunque non rassegnato…
Luciano è un ragazzino tranquillo, più maturo di quello che dovrebbe essere un bambino della sua età. Abbandonato dalla madre in giovane età, vive con un padre alcolista, nostalgico di un’epoca mai vissuta, quella del fascismo, con il mito del Duce. Maurizio, il padre, soffre anche di una forte dipendenza dal gioco che finisce per gettarlo tra le “braccia” di Ettore, una pessima persona, violenta, che si prende gioco della sua disperazione. A pagarne le conseguenze di tutto ciò è Luciano, il quale, malgrado il disagio in cui è costretto a vivere, sente un legame profondo nei confronti di questo padre, un amore reciproco che li tiene uniti e dipendenti l’uno dall’altro. Luciano è quello che si occupa della casa, del cibo, malgrado la sua giovane età. Allertati i servizi sociali, riceve periodicamente la visita della Raboni, un’assistente sociale incaricata di controllare che Luciano conduca una vita degna di un ragazzino della sua età. Per Luciano ogni visita della Raboni rappresenta uno stress per due ragioni, perché teme che la Raboni possa decidere di affidarlo a una casa famiglia e, soprattutto, perché questo causerebbe l’abbandono del padre, il quale, ne è assolutamente convinto, non sarebbe mai capace di badare a se stesso.
L’altra vita e un alter ego
Luciano vive una vita parallela, fatta di amici, di scorribande e di ragazzate, e lì in mezzo sembra avere una marcia in più, forte anche e suo malgrado della vita che è costretto a vivere. È capace di riflettere sulle decisioni e soprattutto sulle azioni con eventuali conseguenze. Pensieri profondi, insomma, che si scontrano con la leggerezza di quell’età, perfettamente incarnata negli amici con i quali trascorre, nei limiti, il suo tempo. La loro presenza, però, gli è di vitale importanza, lo fa sentire come gli altri, uno dei tanti, aiutandolo a ridimensionare la pesantezza della sua quotidianità. Lo aiuta a sognare e a desiderare di custodire i suoi sogni per le occasioni più buie, quelle in cui le speranze gli vengono meno.
Questa cosa di acchiappare i sogni secondo me è molto bella, che pure io certe volte ho dei sogni che vorrei acchiapparli, e metterli in un barattolo e magari rivedermeli dopo, come una televisione.
Sembrerebbe che Luciano sia un ragazzino rassegnato, niente affatto! L’autore dota il suo giovane personaggio di una sorta di alter ego, un “altro” con cui confrontarsi, una specie di anima gemella a cui rivolgersi nei momenti in cui deve decidere, deve fare delle scelte. Il bambino dello specchio, come si presenta a noi, lo conduce al buio a compiere determinate azioni, e Luciano gli si affida, gli parla, lo sente, nel vero senso della parola, vicino, gli infonde coraggio, non lo fa sentire solo.
Mi giro ancora verso lo specchio: il bambino è lì. Mi fa segno di andare avanti e non avere paura.
Impossibile sottrarsi al destino
Dentro questo romanzo di Francesco Mila, Mio padre era un bufalo (264 pagine, 17,50 euro), edito da Fandango, c’è anche una madre assente, sulla quale Luciano a un certo punto sembra riporre la speranza, una speranza di liberazione da quella pesantezza che lo opprime. È la speranza di andarsene, sfuggendo, così, il rischio di venire affidato a un istituto, rischio che incombe sempre sulla sua testa.
Ma al nostro autore non piacciono le soluzioni semplici, i finali strappalacrime. Qui le lacrime ci sono, certo, ma non per un finale di «vissero tutti felici e contenti», no, ci sono, invece, perché la speranza viene subito disillusa. Del resto, sappiamo, che questa non sarebbe stata la soluzione, se di soluzione possiamo parlare. Luciano non può sottrarsi al destino, non può abbandonare il padre, per quanto non manchino momenti di sgomento e di grande paura, come quella che lo ha visto fuggire. Sembra che Luciano soffra della cosiddetta sindrome di Stoccolma, malgrado la vita misera che è costretto a vivere non riesce a separarsi dal padre, tutti i suoi tentativi di svago lo riportano a casa, perché è alla casa e al padre che va costantemente il suo pensiero, si sente investito della responsabilità che non accada nulla di male. Ma se il male c’entra qualcosa col suo destino, non potrà sfuggire neanche a quello. E con uno spirito ormai di rassegnazione sarà proprio sullo specchio che riporrà la sua ultima speranza. Sarà lo specchio, infatti, a tirarlo fuori da questa “gabbia” dentro cui si trova, inghiottendolo e fornendogli l’opportunità di sparire per sempre.
Poveri, ma sognatori
Già nella prova precedente, in Piperita, Mila aveva costruito situazioni di disagio per abbandono, trascuratezza e assenza, dove i giovani personaggi non possono contare su figure adulte, quali dovrebbero essere i genitori. Il disagio dell’assenza che qui, in Mio padre era un bufalo, si trasforma in abbandono vero e proprio. Il disagio di essere stato abbandonato costringendolo peraltro a convivere con un padre che, per quanto amore possa offrirti, non sarà mai in grado di assumersi la responsabilità di essere genitore, obbligando Luciano a vivere da adulto, senza che lui ne sia minimamente preparato.
Un romanzo crudo e lirico allo stesso tempo, in cui realtà e immaginazione si intrecciano fondendosi nell’amore incondizionato tra padre e figlio, sullo sfondo di una periferia romana povera, misera, ma ostinatamente capace di sognare.
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