Un ammaliante flusso di coscienza e la più incerta e straordinaria stagione della vita nel romanzo “Archeologia cromatica” di Gianfranco Cefali. Claudia e Anna si rifugiano l’una nell’altra e – c’è di mezzo anche una terza giovane donna – scoprono i propri corpi, le passioni, i divieti e il confronto con gli altri…
L’adolescenza è l’età della scoperta del mondo e di sé, di sé nel mondo, per questo è la più feroce e ingannatrice, destabilizzante e creatrice: straniante ed estrema, eccitante, crudele e capricciosa com’è. Ciascuno la vive a proprio modo e nella propria coscienza le attribuisce i colori e le sfumature del caso, filtrando ogni esperienza vissuta e oscillando costantemente fra disincanto e caduta assoluti, gioia ed esaltazione estreme.
Così ce la descrive anche Gianfranco Cefalì in Archeologia cromatica (All’amata me stessa) (208 pagine, 18 euro), Qed edizioni, attraverso i vissuti, le emozioni, i pensieri e ricordi personali e più segreti, profondi, di Anna e Claudia, amiche intime e inseparabili, e di una terza misteriosa donna, o meglio ragazza, poco più grande di loro.
Esperienze straordinarie e pericolose
Attraverso una narrazione puntuale e serrata — Cefalì è una penna abile e sicura —, con maestria l’autore costruisce un romanzo, la storia e le personagge che narra, ricorrendo a un flusso di coscienza ipnotico, avvolgente, ammaliante e, spesso, anche ingannatore, in cui tutto è al tempo stesso vero e possibile, e dunque credibile, come pure illusorio e mistificatore, pertanto ingannevole e sfuggente. Così appare anche l’età della fragilità e dell’illusione per eccellenza, l’adolescenza appunto, restituita attraverso una visione assoluta ed estrema, quella delle tre ragazze al centro della narrazione, in cui tutto il resto, il mondo concreto e reale, fatto di case, persone, affetti famigliari, incontri casuali, che a volte si rivelano significativi, ma il più delle volte sono sfuggenti e irrilevanti, è vissuto e percepito da un’angolazione esterna, distaccata, diremmo quasi superiore, forse metafora del tetto sul quale, fin dalle prime pagine del romanzo, si rifugiano Claudia e Anna per farsi forza l’un l’altra, mentre scoprono la vita, i propri corpi, le passioni e le emozioni che si sprigionano da essi, come pure la realtà multiforme del reale, fatto anch’esso di superfici ed esperienze ora straordinarie — il primo incontro con il mare, l’erotismo e l’attrazione — ora scivolose e pericolose — il confronto con gli altri, la loro volontà, il loro status sociale, le loro passioni, i loro divieti.
Una multiforme visione
Le voci e i colori della coscienza e della memoria delle protagoniste, a mano a mano che la narrazione procede, si sovrappongono, quindi si allontanano e addirittura separano, per poi forse fondersi in un’unica multiforme visione, in una solitaria e sfaccettata percezione del mondo a partire da sé, che coinvolge il lettore, lo seduce e a volte persino confonde, lasciandogli però netta l’impressione che ciò che sta leggendo gli appartiene, ci appartiene: afferisce a quell’età incerta e straordinaria della vita, in cui ci conosciamo e costruiamo, decostruendo noi stessi e ciò che ci circonda, e che chiamiamo adolescenza.
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