Naïri Nahapétian, l’omicidio dell’ayatollah è un giallo apparente

Il potere, la memoria, il fanatismo e le complesse tensioni in seno all’Iran. Naïri Nahapétian affronta questi temi nel suo romanzo “Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni?”. La soluzione del delitto è un espediente per tuffarsi nell’attualità…

La domanda contenuta nel titolo è quella che dà avvio alla vicenda, ma non è la più importante. Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? (256 pagine, 18 euro) di Naïri Nahapétian, tradotto da Manuela Vidale e pubblicato in Italia da Edizioni Le Assassine nella collana Oltreconfine, è uno di quei romanzi in cui la soluzione del delitto conta meno del percorso necessario per avvicinarsi alla verità. Dietro l’indagine si apre infatti il ritratto di un Paese attraversato da tensioni politiche, religiose e morali, dove ogni risposta genera nuovi interrogativi e ogni personaggio custodisce una parte di una storia più grande di lui. L’assassinio dell’influente ayatollah Kanuni innesca un’inchiesta che, pagina dopo pagina, perde i contorni del classico giallo per trasformarsi in un viaggio dentro un Paese in cui ogni verità è stratificata, ogni testimonianza è filtrata dalla paura e ogni scelta individuale si scontra con il potere. Nahapétian, giornalista franco-iraniana, conosce intimamente la materia che racconta e riesce a trasferire questa competenza nella narrativa senza mai appesantire il racconto con intenti didascalici.

La responsabilità diffusa

La forza del romanzo risiede soprattutto nella sua capacità di rendere l’Iran non uno sfondo esotico, ma un organismo vivo e complesso, attraversato da tensioni morali, politiche e culturali. I personaggi non sono mai semplici pedine di una trama investigativa: ciascuno porta con sé una porzione di verità e, insieme, un frammento delle illusioni infrante di un’intera generazione. Il lettore comprende presto che trovare un colpevole significa, in fondo, misurarsi con un sistema nel quale la responsabilità è diffusa e il confine tra vittime e complici diventa sempre più incerto.

Ambizione e niente stereotipi

Durante la lettura è difficile non pensare a Il fondamentalista riluttante (Einaudi, 2007) di Mohsin Hamid. Pur partendo da presupposti narrativi molto diversi – un noir politico da una parte, un lungo monologo confessionale dall’altra – entrambi i romanzi condividono un’ambizione profonda: raccontare il rapporto tra individuo e ideologia, mostrando come la grande politica plasmi le coscienze e le identità. Anche sul piano stilistico il confronto è pertinente. Hamid privilegia una prosa ipnotica, costruita sulla tensione della voce narrante; Nahapétian adotta invece una scrittura più corale e giornalistica, fatta di dialoghi, indizi e prospettive multiple. In comune hanno la rinuncia a ogni giudizio semplicistico e la volontà di restituire la complessità di società troppo spesso ridotte, nello sguardo occidentale, a stereotipi.

Domande scomode

Il risultato è un romanzo colto e coinvolgente, che utilizza gli strumenti del thriller per affrontare temi di straordinaria attualità: il potere, la memoria, il fanatismo, il compromesso e il prezzo della verità. Un libro che conferma come la migliore narrativa politica non offra risposte definitive, ma costringa il lettore a convivere con domande scomode.

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