Giuliano Gramigna, la psicanalisi per capovolgere Enea

La scrittura come terapia del conflitto, una prosa grottesca che esorcizzare il dolore, un flusso di coscienza senza lirismo facile, una vena satirica, una parodia dell’epica. C’è tutto questo ne “L’empio Enea” di Giuliano Gramigna, romanzo che dal 1972 era scomparso dai radar editoriali. In scena un padre anziano e un figlio non più giovane legati dal rancore

Per decenni Giuliano Gramigna, classe 1920, esercitò la critica letteraria sul Corriere della Sera con una luc16idità temuta e rispettata. Dietro la figura del critico militante, però, si nascondeva uno scrittore ossessionato dalla forma, dalla memoria, dal nodo inestricabile tra realtà e invenzione, e un uomo che scoprì Lacan, approfondì Freud, facendo della psicanalisi non solo un interesse teorico ma il motore segreto della sua narrativa. I suoi libri? A lungo ingiustamente dimenticati, ma possono riportarli in vita lettori ostinati e case editrici indipendenti, come la raffinata sigla Il ramo e la foglia, che ha già ripescato Marcel ritrovato (ne abbiamo scritto qui e qui), finalista al Campiello nel 1969, volume che in qualche modo chiudeva la prima fase della narrativa di Giuliano Gramigna, quella più debitrice di Proust, aprendo la strada a un sperimentalismo più radicale. Adesso è il turno di un altro ispiratissimo titolo, affascinante e prezioso, intenso. Si tratta de L’empio Enea (200 pagine, 17 euro), in principio pubblicato da Rizzoli nel 1972 e da allora sparito da qualsiasi radar editoriale. Sono ancora Il ramo e la foglia edizioni a scommettere su Giuliano Gramigna, impreziosendo il volume di una postfazione di Luigi Weber.

Il corridoio dell’odio

La scena de L’empio Enea è ridotta all’osso: un padre anziano, un figlio non più giovane, una stessa abitazione borghese, un corridoio su cui si affacciano le rispettive camere. Attorno, la Milano grigia e indaffarata dei primi anni Settanta, il capitalismo avanzato che inghiotte le anime, la società dei media e dei simulacri che sta nascendo e che Giuliano Gramigna, con una lucidità da profeta, già vede all’orizzonte. Non c’è azione nel senso convenzionale del termine. C’è una convivenza, un respiro condiviso che è soffocamento, una prossimità fisica che non genera intimità ma odio. I due uomini sono legati dal rancore più che dall’affetto, da una reciproca aggressione silenziosa. Si va avanti con capitoli alternati, due soggetti che raccontano sé stessi e l’altro, che si osservano attraverso la porta socchiusa, che si descrivono con una precisione clinica che sfiora la paranoia. Il padre parla con la voce della vecchiaia, della stanchezza, di una lucidità senile che non perdona. Il figlio risponde con la frustrazione, con i desideri violenti, con l’ansia bruciante di chi sente la vita passare senza averla mai vissuta. Non c’è dialogo. La casa diventa teatro di una tragedia senza spettatori.

L’epica in una dimensione claustrofobica

Se Virgilio aveva cantato un *pius Aeneas*, un Enea pio, colui che porta sulle spalle il padre Anchise fuggendo da Troia incendiata, Giuliano Gramigna capovolge il mito: il figlio non salva il padre, lo odia. E il padre, a sua volta, non si lascia salvare. L’epica classica viene risucchiata in una dimensione domestica e claustrofobica. L’empio Enea è un figlio moderno, che non può più identificarsi con il padre né ucciderlo simbolicamente, e che quindi resta bloccato in un rapporto di ambivalenza permanente. La psicoanalisi, scoperta negli anni immediatamente precedenti, permea ogni pagina: il gioco tra identificazione e opposizione, la castrazione simbolica, il Nome del Padre che non funziona più come legge ma come ossessione. Il romanzo è, in questo senso, uno dei rari esempi nella letteratura italiana in cui la psicanalisi è ossatura della narrazione.

Un ibrido che sfida le categorie, il rifiuto del compromesso

Lo stile non è dei più semplici: frasi lunghe, periodi che si dipanano come serpenti, una sintassi che non concede tregua né al lettore né ai personaggi. Talvolta è una prosa grottesca che esorcizzare il dolore, talvolta c’è un flusso di coscienza che non cede al lirismo facile, e a sprazzi si nota anche una vena satirica, una corrosione ironica. La satira contemporanea si mescola alla riscrittura parodica dell’epica, e il risultato è un ibrido che sfida le categorie e che merita un rilancio, posizionandosi tra i grandi italiani romanzi del ventesimo secolo, almeno fra quelli da riscoprire. Non sorprende – guardando gusti e classifiche degli ultimi decenni – che questo autore non sia riuscito ad attecchire nella memoria e nel canone. Giuliano Gramigna, da scrittore, ha sempre scelto la sperimentazione e ha sempre rifiutato il compromesso. Il padre e il figlio de L’empio Enea non si parlano, ma sembra che parlino a noi e la loro voce non ha perso la sua inquietudine.

 

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