J. J. Junieles, l’ombra di Brando e il corpo della cantante

Finzione e storia, memoria e invenzione ne “L’uomo che parlava di Marlon Brando” di J. J. Junieles, colombiano distante dal realismo magico e dal ripiegamento minimalista. A partire da un film girato da Gillo Pontecorvo nel 1968 a Cartagena, si dipana una storia di misteri, fatti strani, una vicenda di amicizia e destino…

La scommessa di Les Flâneurs sui latinoamericani? Lungimirante, perché va in una direzione precisa, al di là dei cliché e delle definizioni di genere, a giudicare dal primo titolo che ha inaugurato la collana Pica Flor della casa editrice, collana diretta da Lucia Cupertino. L’autore è il colombiano John Jairo Junieles, classe 1970. meglio noto come J. J. Junieles, e il suo libro è L’uomo che parlava di Marlon Brando (392 pagine, 20 euro), tradotto dalla stessa Cupertino. Un volume sul potere del cinema come lingua universale, sull’amicizia come forma di resistenza, e sul destino come filo invisibile che lega vite lontane nel tempo e nello spazio. J. J. Junieles in qualche modo segue una terza via nella narrativa sudamericana, lontana sia dall’emulazione del cosiddetto realismo magico che dal ripiegamento minimalista. La sua prosa prova a tenere assieme micro-storia privata e macro-storia collettiva. E ci riesce

Una città trasformata in un set

All’origine del libro si trova un gesto al contempo intimo e mitico. Nel 1968 Cartagena de Indias, città in cui Junieles è cresciuto, si trasforma nel set infuocato di Quemada, film diretto da Gillo Pontecorvo. Tra le sarte della produzione lavora una donna incinta; Marlon Brando nota la gravidanza, le sfiora il ventre e le augura buona fortuna. Quella nascitura sarà Irina, la sorella di John Jairo Junieles, venuto al mondo due anni dopo. Oltre mezzo secolo più tardi, l’autore scrive il suo romanzo d’esordio trasfigurando in qualche modo un ricordo familiare. Ma il nucleo autobiografico si espande subito in un’indagine ad ampio raggio: il romanzo non ripercorre la lavorazione della pellicola, bensì inquadra ciò che la cinepresa lascia fuori campo: comparse, sarte, venditori, corrieri e la “fauna” marginale di una città trasformata per un’estate in set. Durante le riprese, tuttavia, accaddero fatti strani, sorprendenti, memorabili, storie d’amore, litigi e redenzioni: inevitabile se si pensa che erano circa seicento gli stranieri tra attori e tecnici. È da questo nucleo storico-reale che J. J. Junieles tesse la sua narrazione, mescolando finzione e storia, memoria e invenzione.

Una morte e un’ossessione collettiva

Il perno narrativo è Santiago Barón, giornalista che vive a Berlino. Imbattutosi in una fotografia scattata all’Instituto Cervantes, in cui sono ritratti Marlon Brando, l’attore Evaristo Márquez, e altri due componenti del set, Alsino Bitar e l’italiano Giuseppe Tomassi. Barón viene ingaggiato da questi ultimi due per ricostruire le memorie di quel set. La cronaca si tramuterà presto in inchiesta. Nel mare di Cartagena, infatti, viene ritrovato il corpo di Evangelina Saumeth, cantante scomparsa la cui tragica fine aleggia su ogni pagina, figura onirica e surreale attorno alla quale ruota l’intero romanzo, oggetto di amori furtivi e destini spezzati. Il mistero della sua morte non si risolve secondo i canoni del thriller: diventa invece il catalizzatore di un’ossessione collettiva, il simbolo di tutte le sparizioni e dei corpi cancellati dalla storia ufficiale che chiedono di essere ricordati.

Il “politico” Brando senza cliché

Sviluppandosi lungo un asse che unisce Berlino, Roma e Cartagena, il testo incrocia epoche e punti di vista. Ne emerge una costruzione polifonica per ambizione temporale e intreccio tra documento e finzione. Domina anche la città di Cartagena, la città dei barrios popolari, del Getsemaní notturno e delle taverne dove dignità e miseria convivono in costante tensione. E domina anche di più il Brando di Junieles, lontano dall’icona stereotipata di Hollywood: uomo di sudore e nervi tesi, attivista per i diritti civili vicino a Martin Luther King e alle Pantere Nere, impegnato politicamente, le cui azioni erano coerenti con i suoi ideali, come quando rifiutò l’Oscar per protesta contro il trattamento riservato ai nativi americani nel cinema di Hollywood.

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