Il raccapricciante omicidio di una bimba scompagina gli equilibri di una cittadina del Kent, in Inghilterra, dove la vera minaccia sembra arrivare dai luoghi lindi e perfetti. Nel più famoso e crudele romanzo di Caroline Blackwood, “Il destino di Mary Rose”, la piccola Mary Rose, dopo il delitto, è ossessivamente protetta dalla madre ed è trattata con indifferenza dal padre, un doppio tradimento…
Un ritratto dell’Inghilterra di fine anni Settanta, tra snobismo di campagna e paure metropolitane, dove la vera minaccia non arriva dal bosco buio, ma dal cuore di una casa troppo ordinata, troppo pulita, troppo piena di amore. Un ritratto figlio di occhi che avevano visto troppi saloni decadere in squallore, troppi matrimoni illustri sfaldarsi in silenzio. Il destino di Mary Rose (288 pagine, 16 euro), proposto da Gramma Feltrinelli nella traduzione di Isabella Zani, è probabilmente il romanzo più amato e più crudele di Caroline Blackwood: scritto nel 1981, a pochi anni dalla morte del terzo marito, il poeta Robert Lowell, e dalla scomparsa per overdose della figlia maggiore, Natalya, il romanzo nasce da una biografia segnata dalle perdite premature, dall’alcolismo, da un’esistenza sospesa tra l’aristocrazia anglo-irlandese e i circoli bohemien londinesi. Il destino di Mary Rose rappresentò per Caroline Blackwood una svolta verso territori più cupi, un’indagine sulla violenza domestica mascherata da affetto, sulla paura sociale che divora i bambini meglio di qualsiasi predatore.
La famiglia a pezzi, la piccola scomparsa
Il narratore è Rowan Anderson, storico londinese specializzato in figure femminili dimenticate della scienza vittoriana; vive separato dalla moglie Cressida e dalla figlia di sei anni, Mary Rose, confinate in un cottage nel Kent. Il matrimonio è un cadavere che nessuno dei due ha il coraggio di seppellire. Rowan visita la famiglia una volta al mese, passa il tempo al pub, evita ogni contatto emotivo. Tutto cambia con la scomparsa di Maureen Sutton, una bambina di dieci anni. Il suo corpo viene ritrovato nei boschi, seviziato, torturato. Cressida reagisce d’istinto: installa sbarre alle finestre, chiude Mary Rose in camera, le insegna a memoria i dettagli più raccapriccianti del delitto. La protezione materna si trasforma in un rito ossessivo.
Il mostro in casa
Blackwood costruisce qui il suo vero orrore. Non è il mostro che rapisce i bambini a minacciare Mary Rose, ma la madre che la imprigiona per salvarla. Cressida incarna una perversione dell’istinto materno, quella che confina, soffoca, sterilizza. Le vicine di Cressida commentano la scomparsa di Maureen con un disprezzo di classe glaciale: quelle donne non sanno essere madri, lasciano i figli scorrazzare, sono peggio delle bestie. Il delitto diventa così anche pretesto per rinsaldare i confini sociali.
La vittima spettro, la bimba un’ombra
La passività di Rowan è il vero mistero del romanzo. Blackwood semina il dubbio sui suoi movimenti la sera della scomparsa di Maureen. Era da quelle parti, ma dove esattamente? La voce di Rowan, colta e cinica, filtra ogni evento attraverso una lente di distacco che finisce per rivelare più cose di quanto lui stesso intenda. Quando trova Mary Rose sveglia tutta la notte, terrorizzata dai racconti della madre sulle urla del vento che portano le grida della bambina uccisa, prova una rabbia genuina. È forse la prima volta che sente qualcosa per la figlia. Mary Rose, però, è tradita da entrambi i genitori: dalla madre che la soffoca con l’amore e dal padre che la abbandona con l’indifferenza. Maureen, diventa più reale della figlia vivente. Rowan ammette di sentirla seduta sul divano del cottage, un’assenza più tangibile della presenza di Mary Rose. È il segno più inquietante del libro: la vittima diventa spettro familiare, mentre la bambina che ancora respira si dissolve in un’ombra.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

