Irène Némirovsky, l’ultima stagione prima del silenzio

Storie scritte, anche sotto pseudonimo, quando la minaccia della guerra era vissuta quotidianamente. “La notte in treno e altri racconti” raccoglie la narrativa breve degli ultimi anni di Irène Némirovsky. Storie che riflettono tormenti e dubbi interiori, oltre che un’atmosfera e un’epoca diretta verso l’abisso, come la stessa scrittrice, la più abile della sua generazione…

Un libro figlio del tumulto, a un passo dal precipizio. Fra il 1938 e il 1942 la vita di Irène Némirovsky cambia di direzione più volte, e ogni volta in peggio. Alla scrittrice più letta di Francia viene negata la naturalizzazione proprio nell’anno in cui la sua opera raggiunge la maturità piena; nel febbraio del 1939 si converte discretamente al cattolicesimo, gesto che i biografi hanno letto in modi opposti, come rifugio o come coerente approdo di un percorso religioso già in atto; dal 1940, colpita dalle leggi razziali di Vichy, continua a pubblicare sotto pseudonimo sul settimanale Gringoire, foglio apertamente ostile agli ebrei che pure l’aveva accolta e sostenuta per anni. È dentro questo paradosso vissuto che nascono le storie racconti sotto il titolo La notte in treno e altri racconti (265 pagine, 20 euro), in libreria per Adelphi, grazie alla cura di Teresa Lussone. Sono pagine scritte da Irène Némirovsky quando la minaccia della guerra non è più un’ipotesi letteraria ma la materia stessa delle giornate, e la scrittrice più abile della sua generazione nel descrivere l’ipocrisia altrui si trova a doverla attraversare in prima persona.

Dal riserbo alla solidarietà

Il racconto che dà il titolo alla raccolta nasce a ridosso della dichiarazione di guerra. Siamo sulla linea che da Hendaye risale fino a Parigi, in un treno affollato da soldati richiamati, da mogli in cerca dei mariti, da sconosciuti che il caso e l’urgenza hanno messo fianco a fianco per una notte sola. Irène Némirovsky coglie con precisione quasi clinica il momento in cui l’educazione borghese, fatta di riserbo e distanza, cede il passo a una solidarietà improvvisata: nel buio della carrozza ci si confida come non si farebbe mai alla luce del giorno, uniti non da simpatia ma dal fatto di trovarsi, tutti insieme, dentro le stesse ore critiche. È un’intuizione che l’autrice non abbandonerà: il senso del collettivo che nei suoi romanzi raramente appartiene a un singolo personaggio, qui affiora per la prima volta come esperienza condivisa, seppure destinata a dissolversi non appena il convoglio raggiungerà la stazione.

Interrogarsi sulla dignità

Arrestata il 13 luglio 1942 davanti alle figlie, viene deportata da Pithiviers e muore ad Auschwitz un mese dopo, di tifo. I racconti di questa raccolta, scritti negli ultimi anni in cui poteva ancora firmare con il proprio nome, restano la testimonianza di una scrittrice che continuava a interrogarsi sulla dignità, sul coraggio e sulla vigliaccheria degli altri mentre la propria vicenda personale si avviava, senza che lei potesse saperlo fino in fondo, verso l’abisso.

Una fiducia che stona

Altro gioiello della raccolta è Il signor Rose, che forse porta i segni più diretti della conversione da poco compiuta. Il protagonista, un uomo la cui esistenza si è consumata nell’indifferenza verso gli altri, attraversa nel racconto un mutamento che forse è possibile avvicinare a una parabola di redenzione cristiana, non dissimile da quella che, nello stesso periodo, vive Irène Némirovsky. Nella produzione di questi anni la scrittrice torna più volte sull’idea che un individuo possa, all’ultimo momento utile, scegliere di guardare oltre il proprio interesse immediato. È una fiducia che stona, se paragonata alla durezza con cui la stessa autrice osservava, altrove, l’incapacità della borghesia francese di reagire davanti al proprio tracollo: come se Némirovsky avesse comunque bisogno di lasciare aperta, nella finzione, una porta che nella realtà vedeva chiudersi.

Chi crede di poter restare a guardare

Lo spettatore mette in scena un uomo e le sue illusioni, in particolare quella di assistere alla Storia senza venirne, prima o poi, inghiottito. Lo stesso interrogativo attraversa Come bambini cresciuti, dove Irène Némirovsky lavora sul contrasto fra la leggerezza con cui i più giovani reagiscono a un mondo che cambia e la responsabilità, spesso disattesa, degli adulti che dovrebbero proteggerli. In entrambi i casi la scrittrice guarda queste figure sbagliare fino in fondo, mostrando infine il prezzo di quell’errore. È lo stesso sguardo, insieme severo e partecipe, del capolavoro postumo, Suite francese.

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