La capacità di trasformare un gesto domestico in una rivelazione sulle relazioni umane. La sfoggia Piera Ventre in “Palazzokimbo”, che torna in una nuova edizione a dieci anni dalla prima. Napoli come corpo materno bruciato dall’industria, una famiglia operaia, una madre superstiziosa e autoritaria. Un romanzo che racconta come non si scelga in quale grembo nascere, ma che si può imparare a sopravvivervi…
Pubblicato per la prima volta nel 2016 dalla casa editrice Neri Pozza, Palazzokimbo (19 euro, 408 pagine) di Piera Ventre dopo dieci anni indossa una nuova veste grazie alla casa editrice NNE.
Un’opera che si muove con sorprendente sicurezza tra memoir e romanzo di formazione, restituendo con voce personalissima l’atmosfera della periferia industriale napoletana negli anni Settanta.
Stella D’Amore ha sette anni nel 1973, quando la sua famiglia si trasferisce a Palazzokimbo, un edificio di otto piani a Napoli che appartiene alla vetreria Saint-Gobain. Settanta famiglie di operai; la polvere di silice e amianto della fabbrica si deposita sui baveri dei loro vestiti «come uno spolvero di talco», e poi nei polmoni, e poi nelle vite. Stella cresce in questo ventre di cemento, tra una madre autoritaria e superstiziosa che le impone di parlare italiano e nasconde denti da latte nelle crepe dei muri, la signora Zazzà che ai suoi occhi di bambina non è altro che una strega, l’amica Consiglia che le insegna la libertà e la ribellione. Fuori, la Storia irrompe: il colera del 1973, il rapimento Moro, la strage di Bologna, il terremoto dell’Irpinia.
Il palazzo, utero di cemento
«Mia madre è un palazzo di otto piani», è l’incipit con cui Palazzokimbo viene presentato come un ventre protettivo con le sue scale a chiocciola, i suoi ottanta appartamenti, con l’insegna pubblicitaria luminosa sul tetto, i suoi cortili interni che raccolgono i rumori e le voci come una cassa di risonanza.
In questa prospettiva, il palazzo è il vero protagonista silenzioso del romanzo: un archetipo materno contraddittorio, che tiene insieme protezione e soffocamento, memoria e macerie, superstizione e resistenza.
Quando la madre costringe Stella a stare chiusa in casa, il palazzo diventa il suo unico orizzonte, ma anche il suo rifugio. È lì che impara a decifrare il mondo, ascoltando i litigi che salgono dai piani inferiori, gli scoppi di pianto, le risate, i giochi nel cortile, gli incantesimi contro il malocchio che la Zazzà del quarto piano sussurra quando la incontra sulle scale.
La descrizione dell’edificio è percorsa da un lessico organico: i tubi dell’acqua che gorgogliano «come viscere», i muri che sudano umidità, l’ascensore che “ansima” salendo, le ringhiere che si scaldano al sole come costole. Ma è anche un corpo malato. L’amianto della vetreria si deposita sulle superfici come una crosta; la polvere di silice entra dalle finestre e si mescola al cibo. La madre di Stella lava e rilava i pavimenti, ma lo sporco industriale ritorna sempre, come una linfa tossica che il palazzo non riesce a espellere.
La scrittura tattile
C’è un momento in cui Stella osserva la madre pulire il baccalà. La donna affonda le mani nella bacinella, strizza il pesce, lo torce. «Dalla polpa essudò il liquido in eccesso, mi parve quasi che quella carne piangesse e lei provasse un piacere a maltrattarla». In questa frase c’è tutta la scrittura di Piera Ventre che ha una qualità che potrebbe essere definita tattile: la capacità di rendere assoluto un dettaglio minimo di esistenza, di trasformare un gesto domestico in una rivelazione sulle relazioni umane. È una scrittura che non si limita a descrivere il mondo, ma ce lo fa toccare. Le ringhiere di ferro che risuonano per otto piani, le porte blindate, i chiavistelli – “un clangore di ferro” che è il battito cardiaco di questo corpo materno chiamato Palazzokimbo.
La lingua delle relazioni familiari
E poi c’è la lingua delle relazioni familiari che Ventre scava con una precisione che fa male. La scena della carezza alla sorella Angela, appena operata alle tonsille, è un piccolo capolavoro di crudeltà emotiva: «Spalancò gli occhi di colpo, quasi si allarmò per quella tenerezza che le spettava e che ci faceva straniere tra sorelle. Ci guardammo per un istante, zitte. Il bene si era addensato tra di noi simile a un corpo estraneo, una bolla iridescente che si era allargata facendoci distanti. Era più facile darci gli spintoni, dirci scema e cretina». La tenerezza come corpo estraneo. L’affetto come lingua straniera. In poche righe, Ventre dice tutto sulla difficoltà di amarsi in un mondo che ha insegnato la durezza come grammatica primaria.
La Napoli vera, quella viscerale
La Napoli di Palazzokimbo è viscerale, fatta di cemento, polvere, carne e sangue. Non inferno, non paradiso, ma un luogo che ti toglie il respiro e insieme ti scalda. Il viscerale non sta nello spettacolo, ma nella contraddizione quotidiana e corporea, come la madre che ti protegge con i riti contro il malocchio e ti bacia le punte delle dita; la vicina che ti fa paura e con cui poi condividi una girella.
Palazzokimbo racconta Ponticelli, la periferia operaia, i camini e il cemento, il colera e l’amianto, la gente comune travolta dalla storia eppure ancora in piedi.
Questa è la Napoli di Piera Ventre: un corpo materno bruciato dall’industria, colpito dalla storia, eppure ostinatamente capace di generare vita e legame perché non si può scegliere in quale grembo nascere, ma si può imparare a sopravvivervi.
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