Una distopia non convenzionale, un romanzo inquieto, con un protagonista incaricato di realizzare una statua, che finisce per scavare nel passato della propria famiglia e della comunità in cui vive. È “Le forme” di Fabrizio Schepisi, ambientato in un isola sottratta alla sofferenza e alla dimensione religiosa. Ma una società può davvero liberarsi del dolore senza liberarsi anche di parte della propria memoria?
Che cosa accadrebbe se il dolore potesse essere cancellato? Non semplicemente alleviato, compreso, sublimato, ma espunto dall’esperienza degli uomini fino a diventare qualcosa di cui non si conosce più neppure il nome? È da questa domanda, tanto semplice quanto perturbante, che prende vita Le forme (464 pagine, 2o euro) di Fabrizio Schepisi, pubblicato da Polidoro editore nella collana Interzona diretta da Orazio Labbate. Un esordio ambizioso, che utilizza gli strumenti della distopia per costruire una riflessione sulla memoria, sulla perdita e sul bisogno, profondamente umano, di dare un significato a ciò che non può essere restituito.
Una pace apparente
L’isola nella quale Schepisi ambienta il romanzo è una società apparentemente pacificata, sottratta alla sofferenza e alla dimensione religiosa. Un mondo nel quale persino la morte è stata ricondotta dentro un ordine rassicurante: i defunti possono diventare alberi, presenze permanenti nel paesaggio, trasformando il lutto in una sorta di continuità amministrata. È una soluzione tanto radicale quanto inquietante, perché dietro l’idea di una comunità liberata dal dolore si intravede subito il suo rovescio: una comunità che ha dovuto rimuovere qualcosa di essenziale per poter continuare a raccontarsi.
Il protagonista, Abel, entra in questa crepa quasi per caso. È incaricato di realizzare una statua per le celebrazioni ufficiali, ma il lavoro lo conduce progressivamente verso un’altra forma di scultura: quella del proprio passato. Il fratello scomparso, il padre, la fidanzata, le circostanze mai chiarite delle loro vicende compongono un mosaico nel quale la dimensione privata e quella collettiva finiscono per coincidere. Cercando di capire che cosa sia accaduto alla propria famiglia, Abel scopre infatti che il mistero riguarda l’intera comunità in cui vive.
Liberarsi dal dolore?
È uno dei meriti di Schepisi: non utilizzare la distopia come semplice scenario spettacolare. L’isola non è un luogo remoto nel quale ambientare una storia fantastica, ma una macchina narrativa costruita per mettere in discussione alcune delle nostre certezze. Che cosa siamo senza il lutto? Che rapporto possiamo avere con il passato se non possiamo più soffrire per ciò che abbiamo perduto? E, soprattutto, una società può davvero liberarsi del dolore senza liberarsi, insieme, di una parte della propria memoria?
Il titolo, Le forme, contiene già una possibile risposta. Dare forma significa rendere visibile, nominabile, condivisibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe informe. Statue, architetture, alberi e rituali diventano allora altrettanti tentativi di fissare la memoria. Ma una forma può anche essere una gabbia: ciò che viene codificato, celebrato e trasformato in rito rischia di perdere proprio quella dimensione irriducibile che appartiene all’esperienza individuale.
Oltre la soluzione degli enigmi
Fabrizio Schepisi affida questa riflessione a un romanzo ampio, stratificato, nel quale il racconto procede attraverso scarti temporali, misteri e progressivi disvelamenti. Le 464 pagine non cercano tanto la velocità dell’intreccio quanto la costruzione di un universo coerente, regolato da leggi e simboli che il lettore deve imparare lentamente a riconoscere. È una scelta che richiede attenzione, ma che permette al romanzo di non esaurirsi nella soluzione dei suoi enigmi.
E proprio qui Le forme si allontana dalla distopia più convenzionale. Non interessa soltanto sapere come funziona quel mondo, ma capire perché gli uomini abbiano avuto bisogno di costruirlo. Il vero oggetto dell’indagine di Abel non è dunque soltanto il passato della propria famiglia: è il patto attraverso cui una comunità ha scelto di vivere senza confrontarsi con ciò che fa più paura.
Il paradosso
Il risultato è un romanzo inquieto, non perché ricorra all’orrore, ma perché mette in dubbio l’idea stessa di una felicità ottenuta per sottrazione. Se il dolore è il prezzo della memoria, cancellarlo significa forse pagare un prezzo ancora più alto: perdere la possibilità di attribuire un senso a ciò che siamo stati.
In questo paradosso sta la forza di Le forme. Fabrizio Schepisi racconta un mondo che ha abolito il dolore e finisce per suggerire che proprio il dolore, nella sua irriducibile imperfezione, sia una delle forme attraverso cui l’uomo riconosce se stesso. E che alcune ferite, per quanto si tenti di trasformarle in monumenti, alberi o rituali, continuino ostinatamente a chiedere di essere ascoltate.
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