Carolina Román, liberarsi dalle gabbie nella Spagna franchista

Il percorso di Mario da una comunità rurale a Barcellona. Riconoscersi nel proprio corpo sotto il regime di Franco, nella Spagna degli anni Cinquanta e Sessanta. “Giocattoli rotti”, opera teatrale di Carolina Román è un’indagine sul mondo non binario che mette quel periodo storico in relazione al presente… 

Un’opera teatrale che nasce da un’indagine sull’identità sessuale e sul mondo non binario, con uno sguardo rivolto in particolare alla Spagna franchista degli anni Cinquanta e Settanta.

Giocattoli rotti (84 pagine, 13,50 euro) di Carolina Román, edito da Thaïs nella traduzione di Annabella Canneddu, mette in relazione la repressione di quel periodo con il presente, interrogando le vite di coloro che, incapaci o impossibilitati a conformarsi ai modelli sociali dominanti, furono costretti alla clandestinità, alla prostituzione o al mondo dello spettacolo.

La vicenda di Mario si costruisce come un percorso nella memoria. La telefonata iniziale, in cui il protagonista ordina una bara, ritorna circolarmente alla fine, trasformandosi in una cornice che racchiude il racconto. Da quel punto la scena retrocede all’adolescenza, in un paese della Spagna rurale degli anni Cinquanta e Sessanta. Il rapporto con il fratello Joaquín, primo complice e figura affettiva fondamentale, convive con le pressioni familiari e con un ambiente incapace di accettare ciò che Mario manifesta.

La violenza e la fuga

Un episodio di violenza segna una frattura decisiva e accelera la sua fuga.

Il viaggio lo porta lontano dalla famiglia e dentro una società apparentemente più libera, ma non per questo meno coercitiva. A Barcellona incontra l’amico Dorín, personaggio centrale nella sua esperienza: artista, lavoratrice dello spettacolo e poi prostituta, porta sul corpo le conseguenze di una società che concede visibilità solo entro margini rigidamente definiti. Tra lavori precari, desiderio, relazioni e repressione della polizia, Mario cerca progressivamente una possibilità di esistenza che non sia più determinata dallo sguardo altrui.

La drammaturgia procede per sovrapposizioni temporali, metamorfosi dei personaggi e continui attraversamenti tra memoria e presente. Il corpo non è soltanto il tema dell’opera, ma il suo vero spazio scenico: corpo desiderato, giudicato, violato, trasformato e infine rivendicato come luogo dell’identità.

Voglio guardarmi allo specchio e riconoscermi in lui, guardare il mio corpo e non odiarlo. E ancora, voglio amarlo abbastanza da lasciarlo volare libero come le colombe. Perché la mia casa è il mio corpo, e se cade a pezzi non lo abbandono, al contrario, rafforzo le sue fondamenta affinché possa resistere a tutti i temporali, e possa ospitare tutto ciò che lo rende più bello e cosi poterlo abitare, ricevere i miei ospiti e riempire ciascuna permanenza con la mia voce, che finalmente la mia voce.

Da una telefonata alla… stessa

Il linguaggio teatrale alterna concretezza quotidiana e dimensione evocativa, affidando ai cambi di ruolo la possibilità di moltiplicare le prospettive.

La struttura circolare, che apre e chiude l’opera con la stessa telefonata, racchiude il viaggio nel passato di Mario e fa della sua storia un percorso di memoria, in cui ciò che è accaduto acquista senso solo alla fine.

Un’indagine sulla violenza esercitata dalla norma e, insieme, una riflessione sulla possibilità di riconoscersi, finalmente, nel proprio corpo e liberarsi dalle gabbie.

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