Rigore documentario e apertura al perturbante si compenetrano nel bellissimo romanzo di Maylis de Kerangal e Joy Sorman, “La diga”. La storia di un villaggio immaginario francese, che ricorda il teatro di una tragedia realissima negli anni Cinquanta, e di un ispettore, la cui lucidità tecnica, decenni dopo, è incrinata da quel luogo…
Tomi Motz ha una cinquantina d’anni e un compito: la sua impresa lo manda a controllare l’impianto della diga di Seyvoz, costruita in alta montagna negli anni Cinquanta, il cui lago artificiale ha sommerso un intero villaggio alpino disperdendone gli abitanti. Per quattro giorni percorre quella zona misurando, verificando, annotando; ma qualcosa nell’aria di quel luogo comincia presto a incrinare la sua lucidità tecnica. Il paesaggio smette di scorrergli semplicemente accanto e prende ad avanzare al suo stesso passo, come se lo seguisse. È l’innesco di un romanzo, La diga (173 pagine, 17 euro), che Maylis de Kerangal e Joy Sorman hanno scritto a quattro mani e, a quattro anni dalla prima edizione francese, è approdato in Italia grazie a Prehistorica editore, con la traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella e una postfazione firmata da Luca Scarlini.
Un paese vero sotto un nome inventato
Dietro il toponimo immaginario di Seyvoz si nasconde una vicenda realmente accaduta: il lago del Chevril, in Alta Savoia, che nel 1952 inghiottì il villaggio di Tignes, sacrificato in nome della ricostruzione nazionale del dopoguerra e della sua fame di energia idroelettrica. Cinquantadue operai morirono durante la costruzione della diga, e a uno di loro, secondo quanto racconta il romanzo, venne dedicata una targa commemorativa che sua madre avrebbe visitato solo dopo molti anni, non tanto per leggere il nome del figlio inciso nel marmo, quanto per guardare in faccia il colossale blocco di cemento che glielo aveva portato via. Le due autrici si sono documentate a lungo su un episodio che, negli anni Cinquanta, ebbe una risonanza nazionale carica di implicazioni politiche, e hanno trascorso tempo sul posto per cercarne l’eco ancora percepibile nel paesaggio. Per un lettore italiano l’accostamento più immediato porta al Vajont, ma anche alla storia gemella del lago di Resia, con il suo campanile che riaffiora dalle acque, storia raccontata da Marco Balzano in Resto qui: il copione della modernità che si prende un paese intero.
Due registri e il paesaggio
Il libro alterna due registri distinti, resi visivamente riconoscibili da una scelta tipografica insolita: il nero per la narrazione al presente, che segue Tomi nella sua ispezione, il blu per una voce in prima persona che risale al tempo della costruzione della diga e restituisce la vita rituale e ormai perduta degli abitanti del villaggio, la comunicazione dell’esproprio, l’attesa dell’allagamento annunciato. C’è poi il registro del fantastico che non è un espediente decorativo calato sopra una storia di denuncia sociale, è il vero motore della narrazione. Più Tomi resta in quel luogo, più il suo modo di percepire la realtà si sfalda, come se i muri sommersi della diga continuassero a esercitare una pressione anche su chi cammina in superficie. Al di là della vicenda di Tomi, il vero protagonista del romanzo resta il paesaggio stesso: le montagne, l’acqua, il vento non fanno da sfondo ma sono un enorme archivio naturale, con le tracce di ciò che è stato cancellato in superficie. Maylis de Kerangal e Joy Sorman scelgono di non trasformare questa materia in un atto d’accusa contro il progresso in sé, preferendo mettere il lettore di fronte all’ambivalenza stessa dell’energia idroelettrica, capace insieme di garantire benessere collettivo e di richiedere in cambio l’identità di un’intera comunità.
La coerenza dei percorsi
Il romanzo si inserisce con naturalezza nei percorsi narrativi di entrambe le autrici, entrambe abituate a costruire i propri libri attorno a uno spazio fisico preciso, quasi topografico. Maylis de Kerangal, tra le maggiori scrittrici europee, da tempo tradotta in italiano, aveva già fatto della costruzione di un’infrastruttura il cuore pulsante di Nascita di un ponte, finalista al Goncourt e vincitore del premio Médicis, prima di spostare lo sguardo sul corpo umano in Riparare i viventi. Joy Sorman aveva esordito nel 2005 con Boys, Boys, Boys, manifesto di un femminismo che rivendicava per sé un’aggettivazione volutamente virile, per poi proseguire con opere come Come una bestia, ambientato tra i mestieri della macellazione, e La pelle dell’orso, sempre attenta a corpi e spazi ai margini della rappresentazione comune. In questo romanzo comune, le due sensibilità non si limitano a convivere ma si rifondono
Fra cronaca e fantasmi
Tutto il romanzo converge verso un epilogo che assume i toni di un vero e proprio mito contemporaneo: Tomi, l’uomo della misurazione, compie infine un gesto verticale, un tuffo nelle profondità del lago artificiale che rovescia il rapporto fin lì stabilito fra osservatore e osservato. Non è la risoluzione di un giallo né la punizione di un colpevole: è piuttosto la resa di chi ha provato a controllare un luogo che, in realtà, non ha mai smesso di esercitare il proprio controllo su di lui. La Diga riesce a tenere insieme la precisione quasi giornalistica di un fatto di cronaca degli anni Cinquanta e la vertigine di una storia di fantasmi capace di restare sospesa fra i generi senza mai perdere l’equilibrio. È forse proprio in questa capacità di coniugare rigore documentario e apertura al perturbante che va cercata la bellezza assoluta di questo romanzo.
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