Una ragazza diventata proprietà sentimentale del marito, che la ama a modo suo. La guerra civile spagnola che spazza il matrimonio e un nuovo, diverso, amore. Ne “La piazza del Diamante”, grande classico di Mercè Rodoreda, si restituisce la crudeltà di un periodo storico, attraverso una vicenda privata, un romanzo di formazione femminile in una Barcellona cangiante…
Fu Gabriel García Márquez, in un articolo apparso su El País nel 1983, a consegnare a La piazza del Diamante (208 pagine, 16,90 euro) una delle definizioni più citate della sua fortuna critica, additandolo come il libro più bello pubblicato in Spagna dopo la guerra civile. Tradotto ormai in decine di lingue, il romanzo di Mercè Rodoreda è tornato in libreria in una nuova edizione, pubblicata sempre da La Nuova Frontiera, nella traduzione di Giuseppe Tavani e con una postfazione di Claudia Durastanti. Un romanzo che, più di sessant’anni dopo la sua uscita, resta capace di tenere insieme la storia di una donna qualunque e quella di un intero paese, senza che l’una debba mai sacrificarsi per lasciare spazio all’altra. Un’opera cruciale per chi si occupa di letteratura ai tempi della guerra civile spagnola, romanzo di formazione femminile e cronaca minuta di una Barcellona che cambia spesso, dalla Repubblica al conflitto fino alla dittatura.
Un lento processo di appropriazione
Tutto comincia con un ballo popolare nella Plaça del Diamant di Barcellona, uno di quei quartieri operai dove le feste si consumano grazie a semplici orchestrine. Lì Natalia, poco più che ragazza, viene avvicinata da un giovane falegname di nome Quimet, che la insegue con una sicurezza quasi sfacciata e le promette, tra una polka e un valzer, un futuro luminoso in quello stesso spiazzo. Prima ancora di conoscerla davvero, Quimet decide di ribattezzarla: da Natalia diventa Colometa, piccola colomba, un diminutivo che suona affettuoso e invece segna l’inizio di un lento processo di appropriazione. Da quel momento la ragazza smette gradualmente di essere se stessa per diventare proprietà sentimentale di un uomo che la ama a modo suo, cioè pretendendo di plasmarla secondo il proprio gusto, fino a imporle persino i piccioni che lui stesso alleva sulla terrazza di casa, trasformando l’appartamento in un’enorme voliera che invade ogni spazio domestico.
Una piazza dove perdersi e poi tornare se stessa
Il cuore pulsante del romanzo sta proprio in questa oscillazione identitaria tra i due nomi. Rodoreda costruisce la voce narrante in prima persona con un realismo psicologico capace di mostrare dall’interno il lento annullamento di una donna che accetta, quasi senza accorgersene, di scomparire dentro il ruolo che le viene assegnato. La piazza del titolo diventa così il luogo in cui Natalia comincia a perdere il controllo della propria storia, lasciandosi chiamare con un nome che non ha scelto, e sarà sempre quella piazza, molti anni più tardi, a restituirle la possibilità di tornare a essere semplicemente se stessa, dopo essere stata incapace per lungo tempo di distinguere la propria volontà da quella altrui.
Un secondo legame e la risalita
Con lo scoppio della guerra civile la vicenda privata di Colometa si salda bruscamente alla grande Storia. Quimet parte come miliziano repubblicano, le risorse scarseggiano, e la donna è costretta a improvvisarsi domestica a ore per portare avanti la famiglia, mentre i piccioni continuano a riprodursi mentre il cibo manca per gli esseri umani. Dopo la sconfitta repubblicana e la morte di Quimet, ridotta alla disperazione più totale, Colometa arriva a considerare un gesto estremo nei confronti dei propri figli piuttosto che vederli morire di stenti: è uno dei passaggi più duri del romanzo, risolto dall’arrivo discreto di Antoni, il droghiere del quartiere, che le offre casa, sicurezza e un affetto meno travolgente ma più stabile di quello che aveva conosciuto da ragazza. È a partire da questo secondo legame, costruito sulla gratitudine più che sulla passione, che la protagonista comincia la lenta risalita verso una dignità riconquistata.
Il lungo silenzio, poi una vicenda minima che…
Dietro la parabola di Colometa si intravede la biografia stessa di Mercè Rodoreda, nata a Barcellona nel 1908 e sposata giovanissima con uno zio paterno di quattordici anni più vecchio di lei. Prima della guerra, Rodoreda aveva già pubblicato diverse opere e collaborato con riviste, ma l’esilio seguito alla vittoria franchista, tra Francia e Svizzera, la costrinse a un silenzio editoriale durato più di vent’anni. Fu proprio a Ginevra, tra il febbraio e il settembre del 1960, che scrisse questo romanzo, pubblicato soltanto nel 1962 e capace di restituirle, di colpo, un posto di primo piano nella letteratura catalana del Novecento, consacrato due anni dopo da una giuria di critici che lo elesse miglior romanzo catalano del venticinquennio precedente: una vicenda minima, quasi dimessa, che riesce a farsi specchio di un intero paese.
L’artificio di una semplicità che nasconde poesia
Il tratto più sorprendente dello stile di Rodoreda è proprio questa capacità di travestire da racconto popolare, quasi da confidenza sussurrata, una prosa costruita con estrema cura tecnica. Il monologo interiore di Colometa mescola discorso diretto e indiretto con una naturalezza che fa dimenticare l’artificio narrativo, mentre immagini apparentemente ingenue, come quella delle colombe che rientrano nella voliera a passettini regolari, quasi fossero vecchie donne che si avviano in chiesa, si caricano di significati più ampi. La stessa autrice si irritava profondamente quando qualcuno liquidava la propria protagonista come un personaggio sciocco: per lei Natalia non era stupida ma innocente, capace di uno stupore di fronte al mondo che considerava un privilegio raro, quasi poetico. È in questa tensione tra semplicità della voce e complessità della costruzione che si gioca gran parte della riuscita del romanzo, capace di restituire la crudeltà della guerra e del dopoguerra in Spagna senza mai alzare il tono, lasciando che sia il lettore a cogliere, dietro ogni dettaglio minimo, il peso della Storia maiuscola.
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