Di digressione in disgressione, di associazione in associazione, “Sinfonie itineranti” di Giovanni Agnoloni racconta “viaggi” senza sosta e luoghi che ricordano libri, film, canzoni, in una cornice che sconfina nell’onirico…
Giovanni Agnoloni, scrittore e traduttore fiorentino, comincia con un sogno ricorrente. Cammina senza sosta in una città europea o nordamericana, spinto da un’urgenza, con la testa piena di suoni e di fotogrammi in sequenza. A un certo punto Dublino si trasforma in Firenze, il Liffey diventa l’Arno, Rembrandtplein sbocca in uno scorcio di Parigi e poi in una avenida di Lisbona. Al risveglio l’autore capisce che di sogno ce n’era soltanto una parte. Il resto è il suo modo ordinario di stare in un luogo: ovunque si trovi, avverte assonanze con altri luoghi già visti, e le musiche, i film e i libri legati a quella città gli affiorano in testa senza interruzione. Così nasce l’immagine che dà il titolo al volume: un’orchestra in cui ogni città suona uno strumento diverso. Il libro di Giovanni Agnoloni è Sinfonie itineranti. In viaggio per l’Europa tra musica, cinema e letteratura (280 pagine, 18 euro), pubblicato da Jimenez edizioni, articolato in sei tappe: Dublino, Firenze, Berlino, Milano con il Nord Italia, il Sudovest d’Europa, Roma.
Dame Street, luglio 1998
La prima tappa è in Irlanda. Agnoloni arriva a Dublino alla fine di luglio del 1998, esce dalla villetta della famiglia che lo ospita insieme a un ragazzino dell’ex Germania Est con due parole d’inglese in tasca, e il padrone di casa li accompagna in Dame Street, nel cuore della città dell’Ulisse. Da lì le gambe ripartono da sole, mentre nelle orecchie risuonano i Cranberries e le gighe dei Whisky Trail, un gruppo toscano. Il paesaggio si popola di Liam Neeson che attraversa la città a grandi falcate in Michael Collins, del cortile del Castello dove si gira anche Barry Lyndon, della statua di Molly Malone che rimanda a Sinéad O’Connor, la cui raccolta so far… fu il primo cd che l’autore comprò in vita sua. Da Sinéad si passa al fratello Joseph, romanziere, e dalle ragazze-madri rinchiuse negli istituti religiosi al film Magdalene. Poi Grafton Street, i musicisti di strada, Once con Glen Hansard e Markéta Irglová, e le vicende amorose amare di Roddy Doyle e Catherine Dunne.
Il quartiere di San Frediano
Quando il Liffey si ritira e affiora l’Arno, il libro cambia temperatura e si fa domestico. Agnoloni è nato e cresciuto a Firenze, e racconta la nostalgia che lo prese al ritorno dall’Irlanda in una forma che l’adulto giudica «odiosa e improduttiva» ma che gli serve per tenere insieme le cose. Lo aggancia ai monaci irlandesi che in epoca altomedievale lasciarono l’isola per evangelizzare l’Europa, e in particolare a Frediano, il principe diventato vescovo di Lucca, che dà il nome al quartiere dell’Oltrarno dove nacque il padre dell’autore, nel 1927.
Berlino, nella foschia
Il passaggio a Berlino avviene attraverso un muro di nebbia, quasi un whiteout, evocato con Davide Sapienza e con Jack London. Poi la nebbia si dirada e compare un fiume che non è l’Arno: una riva della Sprea, un edificio con la cupola neoclassica, un tram su un ponte. Il riconoscimento arriva dal cinema. È la scena d’incontro tra William Holden e Lilli Palmer ne Il falso traditore di George Seaton, girato un anno dopo la costruzione del Muro. Agnoloni ci passò nell’estate del 2011, in un momento di solitudine e di smarrimento, la prima di almeno quattro peregrinazioni berlinesi nel decennio successivo. L’aria fresca di quei giorni lo riporta a Il cielo sopra Berlino di Wenders, all’angelo Damiel che rinuncia all’immortalità per una trapezista, alla Colonna della Vittoria nel Tiergarten da cui il film guardava una città ancora divisa.
Le città segnate dal dolore
Milano è la città dei passaggi brevi: colloqui di lavoro, fiere librarie, presentazioni, aerei da prendere. Giovanni Agnoloni ne ha un’impressione come per affioramenti, e infatti il capitolo riemerge dall’acqua, sul Naviglio Grande, davanti alla lapide di Alda Merini. L’amicizia con Lietta Manganelli, figlia di Giorgio, che con la poetessa ebbe una relazione alla fine degli anni Quaranta, apre la via a una pagina bellissima sul Naviglio come luogo dell’immaginazione. Da Milano parte il treno per Nizza e Barcellona, sul filo di un viaggio del 2002 con la ragazza di allora. Fra la Costa Azzurra di Alberto Sordi e quella di Mr. Bean si arriva a Lisbona, dove il discorso si fa più serio. Agnoloni la immagina sintonizzata su una frequenza in cui si sentono le altre città segnate dal dolore, la Dublino di Joyce, la Praga di Kafka, la Buenos Aires di Borges.
Roma in treno
L’ultima tappa comincia sotto le arcate della stazione centrale di Milano, davanti all’alta velocità per Roma, la linea che ha segnato per decenni le vite di artisti e letterati divisi tra la capitale economica e quella politica. Agnoloni la sdoppia subito con il viaggio lento e controcorrente che Battisti e Mogol fecero a cavallo nel giugno del 1970, da cui nacque Emozioni, e con lo sketch del Sarchiapone di Walter Chiari, che ambienta in uno scompartimento una commedia dell’esistenza italiana. La parola, segue l’autore, viene da una radice greca e da Basile, e attraverso il teatro napoletano arriva fino a una maschera nazionale. Il capitolo è il più ricco di rimandi, e anche il più divertito. Passa per la scalinata di Villa Borghese dove Fantozzi e i colleghi ricostruiscono la Corazzata Potëmkin, e Agnoloni confessa di esserci finito sopra nel dicembre del 2023 senza accorgersene, cercando una mostra su Tolkien. Passa per il Talento di Mr. Ripley e per le fissazioni dei personaggi di Ferreri. Alla fine il treno riparte senza che il narratore si sia accorto della sosta a Termini, e il sogno comincia a scendere verso Sperlonga, verso Fondi e La ciociara, finché le forze si esauriscono. Il congedo promette altre sinfonie e dichiara, con una franchezza che disarma, che l’autore non vede l’ora.
Il metodo e i suoi rischi
Il libro funziona per associazione, e ogni associazione ne genera altre in parentesi, in nota, in digressione. Chi legge deve accettare di essere condotto per un fiume che si dirama di continuo, e non sempre lo sguardo regge la densità: in certe pagine i titoli di film, le date e i nomi di interpreti si addensano fino a formare un catalogo, e il lettore che non conosce Ferreri o Zurlini fatica a distinguere l’ancora dalla zavorra. Ciò che salva questa struttura è la presenza di ancore personali, il padre nel quartiere di Oltrarno, la solitudine berlinese del 2011, la ragazza dell’estate più calda del secolo, che danno peso alle citazioni e ne giustificano la scelta. Quando Agnoloni parla di sé, la prosa trova un passo e una voce, e la cornice onirica gli permette di far dissolvere un ricordo in un altro senza dover cucire. È un libro per chi viaggia con le cuffie e con la memoria dei film, e per chi sospetta da sempre che una città sia anzitutto una colonna sonora.
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