Oltre il miracolo, Deborah Levy inafferrabile ed eterna

Una vita fra l’attrazione per la caduta e l’esigenza della risalita. È quella di Elsa – protagonista di “Agosto blu” di Deborah Levy – e delle sue dita prodigiose in ambito musicale, di scelte che la portano altrove, anche per ritrovare i frammenti di ciò che è stata

Agosto blu (176 pagine, 18 euro) di Deborah Levy, edito da NN, instaura un legame irripetibile con il lettore, garantendo un’esperienza unica nel suo genere: Il prodigio vuole farsi amare e bisogna inseguirlo prima che cali il sipario. La straordinaria traduzione di Gioia Guerzoni, che si lascia trasportare dalla «corrente del mistero e dell’incantesimo», colloca l’opera nella giusta dimensione e rende questo contatto perenne.

A quanto pareva ero un miracolo. Un miracolo. Un miracolo. Una volta l’ho sentito dire a un giornalista, No, Elsa M. Anderson non è in trance quando suona, è in volo.

Il volo serve a Deborah Levy per distinguere il prodigio-miracolo dal comune mortale. Elsa non tocca mai terra ed è la perfetta sintesi di un’esistenza che lotta tra l’attrazione per la caduta e l’esigenza della risalita.

L’anima nuda del «prodigio»

Deborah Levy usa un punto di vista lento e stremato per descrivere l’agonia di una mente logorata dalle assenze e la sua prosa si adegua, imitando le pulsazioni. Elsa viene denudata ed esposta a un dolore che disintegra i contorni dei suoi pensieri più intimi.

Dall’’ipersensibilità del prodigio nasce il dramma, poi il timore della scoperta. Si può sopravvivere chiedendo aiuto a una sfumatura, il blu, che però tende al tradimento, perché cura e consuma.

Forse è vero.
Vero cosa?
Che sono a pezzi.

Il coraggio di Elsa che «mette a tacere tutto il resto» è una qualità rara: potrebbe cedere e insegnare nei migliori conservatori, ma sceglie di custodire le sue mani, evitando di addomesticarle. Le dita del prodigio non sempre sfiorano i tasti e a volte accarezzano il miracolo: lei con i capelli blu, imperfetta e viscerale.

In viaggio verso Sud

Arthur non perdeva tempo con la mediocrità, come diceva lui. Se vi dimostrate mediocri non vi insegno, diceva ai suoi studenti. Eppure sembrava che l’amore fosse possibile al Sud con qualcuno che lo chiamava Maestro.

Restare accanto ad Arthur significa pagare un prezzo altissimo: la perfezione assoluta. Il Maestro elogia il suono e non sopporta il silenzio del prodigio, perché conduce alla morte. Nel vuoto c’è l’amarezza della fuga, il fantasma di una madre e il viaggio a ritroso per ritrovare i frammenti smarriti di ciò che è stata. E la ricerca non è solo l’ultima prova per mantenere intatta un’identità, ma è soprattutto un modo crudele per riappropriarsi di ogni singola copia, smettendo di essere l’originale che tutti credono di conoscere.

Ero una blu naturale.
Sono una blu naturale.
Ero, sono.

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