Un mese e mezzo al capezzale del padre, lo racconta la figlia in “Quasi una robinia” di Marta Cai. I giorni perdono il loro nome, in una situazione del genere, ma il dolore, raccontato in presa diretta, non diventa mai spettacolo…
Non abbiamo notizia di libri di Marta Cai che non lascino il segno. Accade anche con la sua opera più recente, per la collana Il bosco degli scrittori dell’editore Aboca: ha scelto una pianta che nessuno sa classificare, non un albero, non un cespuglio, una pianta ambigua e “testarda”, e ha dato alle stampa un volume tutt’altro che laterale nella sua produzione, Quasi una robinia (155 pagine, 16 euro). Il punto di partenza è semplice e terribile. Una figlia rientra dall’estero in Italia e passa un mese e mezzo accanto al padre, ricoverato in un hospice. Fuori dalla finestra c’è una robinia, e dentro c’è tutto ciò che accade quando il tempo cambia natura. Le ore diventano l’unica cosa che conta e i giorni perdono il loro nome. Le cose rimaste in sospeso restano in sospeso. Il padre parla pochissimo, e la figlia può rivolgersi a lui solo con il monologo, cioè parlando a noi che leggiamo.
La feroce attenzione ai dettagli
Il dolore, in queste pagine, non si fa mai spettacolo. Marta Cai evita con eleganza sia l’ostentazione sia la consolazione. Chi aveva letto Centomilioni (Einaudi) conosceva già questa voce. Teresa, quarantasette anni, figlia eterna di una madre vorace e logorroica, era raccontata con una crudeltà piena di tenerezza: l’autrice la accarezzava e un attimo dopo ne mostrava le debolezze senza sconti. In Brasilampi (Hopefulmonster) lo sguardo si spostava sul Brasile, tra lampi di comicità e una curiosità quasi interrogante verso il mondo animale. Se quei libri dicono che Marta Cai sa far ridere e ferire nello stesso paragrafo, Quasi una robinia mostra che la stessa lingua regge anche il peso più grande, con un’attenzione feroce ai dettagli.
Devota alla scrittura
La tua debolezza, finora quasi una benedizione, si rivela pietra al collo che ti àncora alla pietra dell’angoscia. Perché continui a essere forte. Di nuovo ai tuoi piedi, io non so dove altro stare. È più grande di me, tu sei più grande di me, la stanza è più grande di me, la poltrona dove sei seduto è più grande di me, la finestra è più grande di me, perfino il tuo viso è più grande di me, tanto vale mi rimpicciolisca. Piangi tu, piango io. Ti maledici perché piangi, mi maledico perché piango, ti dai del bambino perché piangi, mi do della bambina perché piango…
La lingua di Marta Cai non si può accogliere con superficialità, lirica, precisa, improvvisa, non risparmia niente. In Quasi una robinia la scrittrice che vive in Brasile mostra ancora devozione assoluta per la scrittura, che su tutto domina, anche sulle domande crueli, sulla sofferenza a portata di mano, in presa diretta, vivissima, che non è ancora mutata in memoria, che non si è ancora allontanata per essere vista da un’altra prospettiva. Si può leggere in una sera, Quasi una robinia di Marta Cai, ma conviene farlo lentamente, e lasciarsi pungere dalle spine prima di arrivare ai fiori.

