“Benvenuta mamma”, vi racconto le gioie del parto

Benvenuta mamma” è una raccolta di testimonianze di donne che hanno messo al mondo figli e di professioniste del settore: emozioni e ansie, gioie e frustrazioni, accomunate dalla bellezza della vita. Il volume, curato da Valentina Li Castri e pubblicato da WordMage edizioni, è già acquistabile on line, perfetta strenna natalizia. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto del volume, il racconto di Lucia Porracciolo

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Una delle immagini a me più cara è quella dei miei due parti. Quando sono triste o annoiata, all’improvviso, visualizzo i miei parti e torna in me la gioia.
Il 16 febbraio del 2016 è nata Ester e il 22 ottobre del 2017 è nata Clarissa. Le mie pietre preziose arrivate entrambe con parto spontaneo naturale. Ogni volta che le guardo dormire, in pochi e rari momenti della giornata, mi viene in mente la potenza della natura e il miracolo della vita che Dio ci dona.
L’immagine più bella che conservo è proprio quella del parto, un momento catartico e di profonda intimità con me stessa. Un momento di amore gratuito e profondo verso mio marito e per quei fagottini, piccoli piccoli, che mi sono ritrovata sul petto.
A ogni parto sono rinata dopo aver pensato seriamente di morire di dolore. Quel dolore che ti fa sentire donna infallibile e ti fa scoprire una forza interiore e fisica che non pensavi di avere. Partorire senza dolore sarebbe impensabile ma è bene sapere che è un dolore sopportabile e ti regala una gioia immensa che poche volte ricapita di afferrare. Quel “dolore” è quello che attendete con ansia perché vi condurrà a vostro figlio. Se oggi mi chiedeste di che dolore si tratta vi direi che non lo ricordo. So per certo che l’intensità era altissima ma non lo ricordo fisicamente e nemmeno mentalmente. Quello che ricordo è la sensazione di benessere, di pace e potenza che un parto naturale lascia indelebile.
Quando hai il pancione davvero grande e sei nella fase finale della gravidanza ti chiedi sempre: “Capirò quando andare in ospedale? Saprò comprendere quali sono le contrazioni? Quando accadrà? Avrò la forza di spingere?”.
Mi facevo queste domande anche io. È la sera del 15 febbraio 2016. Non ho molta fame. Ho mangiato un pezzo piccolo di sfoglia senza glutine. Penso che magari più tardi spizzicherò qualche mandorla o noce, come sono solita fare. Invece niente, non succede, sono abbastanza sazia.
Lei dentro di me è un vulcano, più delle altre volte. Chiacchiero con mia madre davanti alla tv e cerco come sempre la posizione più comoda: “Mamma, si sta muovendo tantissimo, chissà cosa combina lì dentro…”, dico. Qualche ora dopo: “Buonanotte amore”.
Non riesco a prendere sonno e mi giro e rigiro nel letto. Penso insistentemente a come potrebbe essere il momento del suo arrivo. Qui mi vengono in mente le domande fatidiche, quelle scritte qualche riga fa.
Riesco ad assopirmi, ma alle 2 mi sveglio per andare in bagno. E lì succede qualcosa. Sento un liquido caldo che scende senza nessun controllo. Qualcosa che, capisci, viene da dentro. Lo spiegano al corso preparto che la rottura delle membrane è un chiaro avviso: se si verifica, occorre andare in ospedale!
Va proprio così. A stento arrivo al bagno. Un tuffo al cuore. Trattengo il respiro per qualche secondo e capisco subito cosa accade. Penso: “Ma oggi è il 16 febbraio, Ester non doveva arrivare l’11 marzo?”.
Chiamo subito mio marito: “Amore” la prima volta. “Amore” la seconda volta. La terza: “Salvatore!”.
Mi raggiunge. Incredulo e sonnolento. Poco dopo capisce anche lui. Entro in doccia, mi preparo, chiudo la borsa ancora da ultimare. In mezz’ora sono pronta, giù in macchina verso l’ospedale. C’è anche la mia mamma, rimasta con me per pura coincidenza. Il mio papà, infatti, è tornato a casa, a 100 chilometri di distanza da casa mia. Arrivati in ospedale mi controlla subito un giovanissimo ostetrico, e penso: “Sarà lui a far nascere mia figlia?”. Mi ricoverano e mi portano in camera. Ci sono altre due donne. Sono abbastanza tranquilla. In trepidazione ma serena. Sono alla trentaseiesima settimana e 4 giorni. Inizio a inviare messaggi per avvisare mia sorella e qualche amica, in attesa che arrivino le contrazioni. Nelle prime ore della mattina sono poche, pochissime, quasi impercettibili. Alle 13 le sento forti e ravvicinate. Inizio a soffrire e a non poter stare distesa al letto. Mi sorprende vedere le ragazze del corso preparto.
È martedì e c’è l’ultima lezione a cui avrei dovuto partecipare anche io. Arrivano tutte, un momento bello. Emozionante. Inspiegabile. Mi contorco tutta e respiro per aiutarmi in attesa che passi. La contrazione! Prendo subito confidenza con lei. Se non fai così sei perduta.
Mio marito è con me in sala parto dalle 14. Mi aiuta a sopportare il dolore. Ma siamo noi donne a controllare la situazione e a sapere come gestire le doglie di cui tutti parlano. Sono stanca e penso di non farcela. Chiedo che mi facciano l’epidurale, ma quando l’ostetrica mi controlla alle 15:30 capisce che sono già avanti nel travaglio e sarebbe stato inutile farla. A ogni contrazione sento che la mia piccola è sempre più vicina a me. Alle 16:15 dopo tre, quattro spinte, di quel magico 16 febbraio, viene al mondo Ester. Piccola, 2 chili e 710 grammi di tenerezza, ma che già si contraddistingue per la sua voce decisa. È sul mio petto per qualche minuto, piange, comunica con me ed è piena piena di vernice caseosa, quell’odore lo ricordo come se l’avessi ancora addosso. Non mi pare vero di essere diventata mamma. Clarissa è stata concepita più o meno quando Ester ha spento la prima candelina. Una gravidanza diversa dalla prima, bella ma più stancante. Nove mesi passati in fretta. Lei è arrivata dopo 38 settimane. Il 19 ottobre compio 37 anni, mancano due settimane alla data presunta del parto. Quella sera con un po’ di amici a casa spengo le mie 37 candeline.
In una foto si vede chiara una tovaglietta in cui c’è scritto: “Aspettando Clarissa”. L’avevo fatta ricamare la mattina. Volevo mi portasse fortuna quel pezzo di stoffa elegante, conservato con cura. Non mi sbaglio, mi porta fortuna. La notte, dopo che gli amici sono andati via, a letto inizio a percepire alcune contrazioni, ma deboli, sopportabili, anche troppo. La mattina, intorno alle 6, vado al pronto soccorso per farmi controllare ma è tutto ancora nella norma e mi rispediscono a casa. È un pomeriggio di shopping, quel giorno, con mio marito, Ester e i miei genitori. La notte dopo andiamo di nuovo al pronto soccorso perché ho percepito di aver perso un po’ di liquido ed è proprio così. Il mio ginecologo decide di ricoverarmi, ma le contrazioni si fermano e io prego affinché ripartano forti, più forti che mai. Il ginecologo mi dice che Clarissa avrebbe aspettato lui per nascere, in turno lunedì mattina. È sabato sera. In cuor mio so che lei sarà brava e non mi farà aspettare tanto. Il mio pensiero è rivolto a Ester,
lasciata a casa di notte per la prima volta. Così alla mia piccola in pancia dico che non può essere vana questa notte in ospedale senza che avvenga qualcosa. Mi metto a nanna, invio gli ultimi messaggi e dico a Salvatore: “Mi raccomando il telefono, tienilo vicino e con la suoneria”. Sono stanca di attendere. Pensavo andasse come la prima volta. Mi rassereno e riposo. A mezzanotte circa sento un dolore forte dentro me, e poi un rumore. Questa volta non ho dubbi, non serve vedere il liquido trasparente e abbondante. Finalmente è arrivato il momento. Ho rotto le membrane e so che da lì a poco arriverà la mia seconda principessa.
Riferisco tutto all’ostetrica che mi fa controllare subito da una sua collega, Liboriana. Delicatamente mi visita e mi dice che siamo a due centimetri di dilatazione e che è ancora presto, devo andare in stanza e mi visiterà dopo 3 ore. Una previsione che mi lascia dubbiosa. Inizio a sentire le contrazioni ogni 5 minuti, intense e durature. Vado in camera e avverto mio marito, chiedendogli di raggiungermi, con mia mamma. Quando mia mamma arriva, cronometriamo la cadenza dei miei dolori. Le doglie sono ogni 2 minuti. Ricordo benissimo un sms di Salvatore che mi chiede: “Amore, le contrazioni come sono?”. E io rispondo: “Bellissime!”
Questo messaggio mi fa ancora sorridere ma è davvero quello che pensavo. Sì, erano davvero belle perché sapevo che a ogni contrazione forte, fortissima, mia figlia si avvicinava alle mie braccia. Liboriana mi visita di nuovo, incredula, dicendomi che ancora è presto, ma poi si ricrede facendomi restare, anzi chiamando l’équipe. Quando si mettono i camici azzurri è buon segno, significa che ci siamo quasi. E io sono felicissima. Fanno entrare mio marito. Tutto avviene più in fretta, più velocemente della prima volta. Mi aiuto con il respiro superando la contrazione che mi lascia tregua per 20 o 30 secondi. In posizione supina, girandomi su un fianco per una contrazione e su un altro per un’altra, su suggerimento dell’ostetrica di cui mi fido ciecamente nonostante non l’abbia mai vista prima. E faccio bene perché dopo circa un’ora, alle 2:45 nasce Clarissa, dopo una o due spinte senza nemmeno una lacerazione.
Lei sulla mia pancia è bellissima, dolcissima con le sue manine che mi cercano. E il suo pianto che mi dice: “Adesso ci sono anche io. Tienimi con te vicina vicina e stretta al cuore”.
Passiamo la notte appiccicate, lei sul mio seno riposa serenamente. Noi mamme, invece, la prima notte non dormiamo mai, sentiamo l’adrenalina, abbiamo ancora un’energia infinta che non ci fa riposare. Guardiamo incantate i nostri doni e vogliamo comunicare al mondo che sono arrivati e sono più belli di quanto li immaginassimo. In un baleno cambia la vita. Niente
è più come prima. E siamo mamme per l’eternità. Sì, per sempre. Non c’è cosa più bella di guardare i nostri cuccioli dormire. Il loro volto sereno, rilassato, il respiro che si sente e che incontra il tuo. Non c’è cosa più rilassante e più soddisfacente di osservare tuo figlio che dorme mentre tu pensi a quanto sia bello e il cuore ti scoppia di sentimenti di gioia. È un momento di benessere familiare. Mentre i piccoli dormono noi li guardiamo incantati e osserviamo i movimenti spontanei del loro visino, ci avviciniamo al loro nasino, al collo per sentire il loro odore, unico e inconfondibile. Rimaniamo a fissarli, vediamo se respirano e quando ci accertiamo di questo vaghiamo con la mente e con il cuore. Pensiamo a quanta gioia ci danno, riflettiamo sul fatto che li abbiamo concepiti e portati in grembo. Ci sentiamo forti e infallibili. Fuori c’è il mondo che scorre velocemente, ma lì ci siamo noi, io e te: il dono più grande. Attimi di felicità fugace che rimane scolpita in noi. Attraverso loro amplifichiamo l’amore verso il papà, persona fondamentale senza il quale niente esisterebbe, nemmeno noi donne senza i nostri mariti saremmo quello che siamo. Se siamo così, forti, fragili, belle dentro e piene di vita lo dobbiamo a loro.
E quando i nostri bimbi stupendi non riescono a dormire cosa succede? Un equilibrio viene a mancare. Facciamo un passo indietro. Quando sei alla fine della gravidanza e parli con amici che hanno già figli, spesso dicono: “Approfittane adesso e cerca di riposare più che puoi, perché poi non sarà più possibile” oppure “Godetevi gli ultimi mesi di sonno, poi non sarà più come prima”. Queste frasi una donna incinta le ascolta e le mette nel dimenticatoio, a volte possono infastidire. Già nell’ultimo trimestre col pancione è dura dormire bene. “Di lato e sto scomoda, dall’altro, idem. Non ho digerito bene ciò che ho mangiato. Mi giro e rigiro nel letto, niente, non chiudo occhio”. Così è stato per le mie due gravidanze. Poi ho capito che quel non dormire nell’ultimo periodo è fisiologico, qualcosa che ci prepara al dopo, quando avremo il piccolino accanto a noi. Gli esperti dicono che esiste una sincronia del sonno mamma-bambino già da quando quest’ultimo è in pancia. È vero. Incredibilmente vero. Quando nasce, in ospedale non dormi perché c’è l’adrenalina del parto, la felicità che ti fa toccare il cielo con le dita. Quando torni a casa non dormi perché il piccolo piange e vuole solo stare attaccato al seno. La stanchezza, la paura di non sapere consolare tuo figlio, l’ansia che la sveglia suoni e tuo marito vada al lavoro sono condizioni che rendono faticoso l’adattamento alla nuova forma della famiglia. Attenzione, questa è la mia storia, sentirete di genitori i cui figli hanno dormito dal primo giorno (beati loro, ho sempre pensato tra me e me, invidiandoli nel senso buono del termine). Con la prima mia bimba, Ester, ho affrontato le prime notti con difficoltà, ma dopo il secondo mese lei ha dormito nella sua culla regalando notti serene anche a noi. Quando è arrivata Clarissa, il primo mese non mi sembrava vero, pensavo: “La mia bimba è buonissima, si sveglia ogni due ore per poppare al seno, io la prendo nel cuore della notte e sono felice che si sia svegliata per cercarmi, perché quasi mi mancava e non potevo fare a meno di lei”. Dal secondo mese, tac, succede qualcosa. La mia piccola cambia ritmo e lotta con il sonno soprattutto la notte. In pratica sta sveglia tutta la notte. Il seno la consola certamente e io sono felice una, due, tre, quattro, cinque notti. Poi sento il bisogno fisico di dormire per due ore di fila, ma lei non me lo concede. Dalle 23 piange fino alla mattina, piange forte e vuole stare con me. Solo in braccio a me. Così le notti sono una tragedia. Non si dorme. La mattina suona sempre quella maledetta sveglia! Passano i mesi e parli con la tua pediatra, con gli amici. Tutti dicono è un periodo. Passerà appena fa 5 mesi. Però tua figlia nel frattempo ne ha già 10 e nulla è cambiato. A volte capita che una notte prenda sonno per 3, 4 ore e mi sento più sicura, perché finalmente ha preso il ritmo giusto (giusto per me, non per lei). L’indomani non succede più, ricomincia a stare sveglia. Passano i giorni e ho sonno, sono stanca e sclero con tutti, però devo mantenere saldi i nervi. Difficile, troppo difficile. Quando vivi questi momenti credi di non farcela. Non riuscivo a godermi il tempo trascorso con lei e sua sorella perché già pensavo a quello che sarebbe stata la notte. Passeggiate in corridoio: “Tienila tu, portala lontana da me, prova a farla dormire in cucina”. Ma poi, al pianto infinito, tornavo a prenderla in braccio. La baciavo, la accarezzavo, le parlavo, le cantavo una ninna nanna. Piano piano cedeva al sonno. Erano le 5, spesso le 6. È andata avanti così fino ai 12 mesi di Clarissa, che poi ha iniziato a dormire nella sua culla e lo fa tutt’ora.

È stato un periodo molto pesante. Dubbi, paure frullavano nella mente mia e in quella di mio marito. È stato traumatico, pensavo che lei avesse bisogno di qualcosa che non sapevo e non potevo darle, ma ho capito che il sonno è la cosa più delicata per un neonato. Un neonato non sa dormire e il suo riposo non è come quello degli adulti. A volte gli basta dormire 15 minuti per essere attivo tutta la notte. È così. So quanto sia difficile e quanto è facile scoraggiarsi, ma voglio dirvi che passerà e le notti insonni saranno un ricordo lontano. Quasi non crederete di dormire e sognare tutta la notte.

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