Thompson e l’orrore iracheno a tre voci

Squarcia le certezze la guerra in Iraq raccontata attraverso gli ustionanti monologhi di “Palace of the end” della canadese Judith Thompson. Non si può comprendere un orrore che ci neghiamo, per sopravvivenza o per comodità. Le storie di tre individui realmente esistiti, a cui la scrittrice presta la voce, raccontano il tragico riflesso di un mondo dominato dalla violenza…

In Palace of the end (144 pagine, 11 euro) Judith Thompson, apprezzata drammaturga canadese, ci precipita dentro alle acque torbide di un conflitto iracheno ancora gravato dalle innumerevoli ombre legate alla propaganda politica dei paesi coinvolti. Con Palace of the end Judith Thompson ha vinto nel 2008 il “Susan Smith Blackburn Prize” per la migliore opera in lingua inglese scritta da una donna; in italiano grazie a NEO edizioni, con testo a fronte, è fruibile nella mirabile traduzione di Raffaella Antonelli. Ad ognuno degli orrori che si compiono in queste pagine, l’autrice presta una voce diversa. Attraverso la forma del monologo immaginario, infatti, tre personaggi realmente esistiti e direttamente collegati a quella guerra, raccontano la loro storia che, pur con le dovute differenze, è sempre il tragico riflesso di un mondo dominato da una violenza innanzitutto subita.

La banalità di un sopruso

Lynndie England (prima voce), famosa per aver seviziato i prigionieri iracheni di Abu Ghraib – diverse foto la ritraggono mentre ammicca a dei cadaveri o si burla della nudità di svariati uomini incappucciati e allineati contro un muro –, è un ex-soldatessa che, messa davanti alle proprie innegabili responsabilità, racconta in un crescendo di disagio mentale e farfugliamenti la banalità di un sopruso che è davvero alla portata di chiunque, specialmente se nella propria esistenza non si è conosciuto altro linguaggio. Lynndie, che non può e non deve starci simpatica – non ha moralità e neppure gli strumenti per acquisirne una -, è il risultato di una società che ha fallito, brutalizzando le donne, esasperando il concetto di una marginalità che diventa, infine, mostruosa, è l’abominio da cui dissociarsi dopo aver gettato la matrice che l’ha partorito. La sua voce, disseminata di locuzioni gergali e plasmata su un’oralità grezza, di strada, è trafitta dall’ignorante delirio di chi ammette l’osceno.

Io invece sono il segreto dell’America gridato al mondo intero e loro no, mica ne sono contenti

Un inferno terrreno di menzogne

David Kelly (seconda voce), che moribondo ci parla, è il biologo inglese che contestò il governo Blair sulla questione delle armi di distruzione di massa in Iraq e che qualche giorno dopo la sua presa di posizione – David sosteneva che per dare un motivo valido ai soldati inglesi di partecipare al conflitto si fosse speculato sull’effettiva capacità del governo iracheno di disporre di testate nucleari – venne ritrovato morto nel bosco di Harrowdown Hill, con un polso tagliato in profondità e ingenti quantità di sedativi nel sangue. La Thompson, che non si smentisce, adatta alla perfezione il registro al personaggio in cui si cala e ne riemerge con una voce intensa, tesa, rivelatrice di una realtà inconcepibile in cui le figlie di quella terra martoriata, ancora bambine, vengono stuprate e assassinate insieme alle loro famiglie proprio da chi veste la divisa del “buono”. Non trova giustificazione allora la paura per un massacro in realtà già agito e a spese esclusive di civili innocenti. Con le sue ultime misurate parole, David tenta di divellere le menzogne con cui si è lastricato un inferno che è solo terreno.

Qualche settimana prima dell’invasione, un mio amico, un ambasciatore americano in Svezia, mi chiese cosa mi sarebbe successo se l’Iraq fosse stato invaso e sapete cosa risposi? Dissi che probabilmente sarei morto in un bosco

La voce più dolorosa

Nehrjas Al Saffarh (terza voce) inizia il suo discorso affacciata ad una finestra che dà su un maestoso albero di datteri: ci spiega che proprio come lei, che ormai è una donna matura, all’albero non serve poi molto per sopravvivere. La sua vita di prima, quella di quando era un’attivista per il partito comunista iracheno, in opposizione al regime di Saddam, era frenetica e rischiosa, votata ad una missione che l’assorbiva completamente.

Di notte facevamo piangere i bambini, cosicché i loro pianti coprissero il rumore delle macchine da scrivere. Se la polizia segreta avesse sentito battere a macchina ci avrebbe arrestati immediatamente

In nome della resistenza, Nehrjas sacrificherà i suoi beni più preziosi, i figli, piccolissimi, trucidati in quello che idealmente doveva essere un luogo fatato – il palazzo reale – e che invece, e ancora di più sotto la dittatura, divenne un luogo di tortura e di morte, una costruzione esondante di dolore e cadaveri mutilati, articolata in tre piani per tre diversi livelli di accanimento: il Palazzo della fine, per l’appunto. La sua è la voce più dolorosa di tutte. Testimone di un martirio inaccettabile e di una violenza spregevole, emblema di una disgrazia umana senza precedenti, ancora conserva il beneficio del dubbio per noi che l’ascoltiamo: Capite ciò che sto dicendo? Ho tradotto bene il termine nella vostra lingua? Potete dunque immaginare quello che mi è successo?

Non l’empatia, ma la memoria

E mentre ci racconta, più per dovere di cronaca che per altro, Nehrjas sa perfettamente che non possiamo capire e che in fin dei conti non è l’empatia quella che cerca, ma la memoria.

Davvero non si può comprendere un orrore che ci neghiamo, per sopravvivenza o per comodità, ma la forza dei monologhi di Palace of the end è indubbia e arriva cruda, diretta, ustionante, ad aprire uno squarcio nelle certezze che ci raccontiamo ogni giorno per poterci guardare ancora allo specchio e la Thompson, che quello specchio lo frantuma, ci spiazza, assegnando alle schegge appena nate i nomi scomodi di chi, senza nascondersi, oppone se stesso ad una narrazione univoca della storia.

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Un pensiero su “Thompson e l’orrore iracheno a tre voci

  1. Avatar
    Edo dice:

    Sara,quando avevi 7 anni,lo sai,ero tutt’altro che lontano da tua madre,ma non sapevo nulla di questa tua originale genialità..Nemmeno dei romanzi dell’orrore che arrivavano a Mara..Questo non c’entra con le splendide recensioni che scrivi,ma mi sento alquanto scemo,e volevo fartelo sapere.

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