Due donne fuori dal coro, Boraschi cattura il cuore

“Il tempo che faceva” di Aldo Boraschi è un racconto ricco, mai noioso, con una schiera di personaggi accattivanti, tutti con un loro quid particolare. Lo sguardo delicato e l’amore per le parole giuste dà forza alla vicenda di Gelinda, un’anziana in casa di riposo, e Beata, la bellissima scema del villaggio, le due protagoniste in reciproco soccorso…

«Peccato», dice Beata.

«Peccato cosa?»

«Per Lello, dico.»

«E cosa ti aspettavi?»

«Mah, speravo di vivere una storia… d’amore.»

«Eh. L’amore…»

«Cosa, Gelinda?»

«L’amore è come il gelato.»

«Come il gelato?»

«Sì, come il gelato. È una meraviglia imperfetta.»

«Perché mai?»

«Perché non dura»

[…] si scioglie e in brevissimo tempo

non rimane altro che un ricordo.

Più leggo, più capisco che tra i libri che maggiormente suscitano il mio apprezzamento ci sono quelli il cui confezionamento esterno rispecchia autenticamente la storia in esso contenuta; viceversa nutro un’uguale per intensità e opposta per colore riottosità verso quei volumi il cui fuori, lungi da essere una presentazione del dentro e una preparazione al suo contenuto, ha come obiettivo esclusivo il famigerato marketing strategico. E se certamente sono consapevole che un editore pubblichi per vendere, allo stesso modo sono convinta che nella costruzione di un “prodotto-libro” debba esistere – passatemi il termine – un’etica che sia anzitutto rispettosa della fiducia del lettore e dell’aspettativa che in lui si crea rispetto alla storia che sceglie di acquistare.

Sarà anche per queste ragioni che Il tempo che faceva (192 pagine, 15,90 euro) di Aldo Boraschi, edito da Altre Voci, ha catturato immediatamente la mia curiosità e, subito dopo, anche il mio cuore.

Memoria storica compromessa

Esternamente il testo si presenta come un volumetto quasi tascabile, dalla piacevole impostazione grafica, con una copertina focalizzata e un titolo apparentemente essenziale e asciutto – in realtà dai risvolti abissali – comunque fedele al tanto insidioso, quanto atavico tema scelto dall’autore: la questione del tempo declinata in alcune tra le tante possibili – e metaforiche – interpretazioni umane. Un tempo inteso non solo come kronos, ossia lo scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni – e la memoria e le storie che da questi si generano – ma anche come “aria che tira”, clima comunitario, quasi che tra termometro atmosferico e termometro sociale possa esistere una sottile, imprescindibile interconnesione.

 

«È nata nel 1960. O era il 1961? Ho un vuoto di memoria […]»

«Che tempo faceva quando è nata?»

«E chi se lo dimentica. Veniva giù una pioggia che sembrava fosse l’ultima. A un certo punto è cominciato a grandinare con chicchi grossi come nespole.»

«Allora era il 1961 […] l’anno della grande grandinata […]»

«…»

«Strano, vero?»

«Cosa?»

«Che le persone spesso non si ricordano le date o addirittura gli anni di un determinato avvenimento, ma non possono scordare il tempo che faceva […] Le date sono numeri. Sono le condizioni atmosferiche che individuano gli avvenimenti nel tempo. Tutti ricordano il tempo che faceva»

 

Le vicende narrate, che coprono un arco temporale di oltre mezzo secolo, si svolgono a Senzunnome, un paese sito tra un non meglio precisato mare e delle non meglio specificate colline, la cui memoria storica, il 6 settembre 1959, è stata compromessa, “annientata, racchiusa in una palla inestricabile di fango” da una frana, “una mastodontica massa di terra che, inaspettatamente, ammantò come uno spesso cappotto una massa dell’urbe […] il municipio fu mummificato e l’ufficio anagrafe diventò un blocco di argilla e sassi e alberi e detriti”.

Da una casa di riposo

A dipanare la matassa di questo passato smarrito sono i ricordi di Gelinda Rustichetti, un’anziana signora che ha sempre vissuto a Senzunnome e che adesso ha deciso di trascorrere i suoi ultimi anni nella casa di riposo Bell’Età. Gelinda non si è mai sposata, non ha figli – solo un nipote nemmeno tanto sveglio – è diabetica e – ironia della sorte – sin da giovanissima ha gestito un Bar Gelateria noto soprattutto per il superlativo gelato al fiordilatte di sua produzione. Quest’attività le ha permesso di incontrare quotidianamente gli abitanti del paese, così come gli avventori di passaggio, trasformando di fatto il bancone del bar in un osservatorio privilegiato sulle cose della vita. Il destino di Gelinda s’incrocia, dunque, con quello di molte persone e, in particolare, con quello di Beata Nocentini, una bellissima adolescente, additata da tutti come la scema del villaggio. Con lei Gelinda stringerà un rapporto speciale, capace di andare al di là dei pregiudizi e di dimostrare il valore di quella diversità spesso discriminata, emarginata, calpestata.

Ed è proprio nel loro essere due voci fuori dal coro che Gelinda e Beata si riconosceranno l’una nell’altra: Gelinda insegnerà alla ragazza – e solo a lei – come fare il gelato, le regalerà le sue confidenze, i suoi libri, ma soprattutto la spingerà a far tesoro delle sue abilità. Di riflesso Beata, abituata da sempre a essere scartata, troverà in Gelinda il suo faro: di lei si fiderà, a lei si affiderà, da lei ascolterà racconti, ricette e insegnamenti che le consentiranno, un po’ per volta, di sintonizzarsi con la vita che c’è in tutti – quindi anche in lei – fino a “diventare” quello che nessuno avrebbe mai immaginato la scema del villaggio potesse essere.

Una schiera di personaggi

Attorno a queste donne si muove una colorita schiera di personaggi, ognuno ben delineato nella propria caratterizzazione, ognuno preso “in prestito” – o a pretesto – dall’autore per affrontare, senza la trita e ritrita retorica, alcuni importanti temi di attualità. Ne viene fuori una rappresentazione mai sovraffollata di vite che s’incontrano e/o si scontrano, per caso, per destino, per desiderio, tra tempi che sono stati e tempi che sono.

In tal senso si rivela vincente la scelta di Boraschi di tessere l’intreccio narrativo su due assi temporali distinti, ma pur sempre interconnessi, alternando gli avvenimenti del presente ai ricordi del passato. Altrettanto delizioso appare lo stile con cui l’autore scandisce quest’operazione: una finezza e un equilibrio metodologici che non fanno mai prevalere una dimensione temporale del racconto sull’altra, diluendo il rischio di farci prigionieri della malinconia del passato così come dell’insoddisfazione del presente; anzi, quasi vi fosse un romanzo nel romanzo, potremmo ardire di leggere in parallelo l’uno piuttosto che l’altro, salvo poi recuperare l’ineluttabile intersezione tra i due. Operazione questa facilmente realizzabile in ragione della scelta di differenziare lo stile grafico dei capitoli che raccontano l’oggi – rappresentati con numeri arabi e font standard – da quello delle pagine che, attraverso i ricordi sui diari di Gelinda, pennellano gli anni dal 1958 in avanti – rappresentate nella più classica delle maniere: giorno della settimana, data, orario e font corsivo a simulare la grafia manuale.

Questi diari scopriremo via via sono contenuti in oltre quaranta quadernoni che, insieme a ben 731 libri, Gelinda lascerà in eredità a Beata con un’intenzione ben precisa – “[…] le storie fanno andare avanti il mondo, ma non le racconta più nessuno” – ribadita nell’ultima pagina del romanzo proprio da Beata: [tutti quei racconti sono] la storia del mondo che si ripete […] la prova che il tempo passa, ma in realtà non passa mai. Si ripete. Il tempo si ripete all’infinito. Con gli uomini che fanno gli stessi sbagli, il bene che vince sul male, il valore dell’esempio”.

I segreti del gelato e libri classici

Un esempio che trova il suo acme espressivo in quel già citato piccolo grande insegnamento che Gelinda affida esclusivamente alle mani di Beata: insegnarle i segreti del suo gelato, la cui preziosa ricetta ha difeso e nascosto a tutti, come a tutti ha nascosto i suoi amori, proteggendoli dalle maldicenze a costo di una solitudine che l’ha portata a sentirsi “un gomitolo silente, uno straccio di niente”.

Raffinata anche l’idea di seminare qua e là, quasi casualmente, riferimenti ad alcuni grandi classici della letteratura: Notte di festa di Pavese, Il vecchio e il mare di Hemingway, Piccole donne, Salgari, Gita al faro. Personalmente adoro chi ci ricorda che per arrivare a immaginare di scrivere un libro, bisogna prima leggere, leggere, leggere e chi, nel farlo, ci svela le opere che lo hanno formato, forse anche ispirato, e che magari mancano ancora negli scaffali della nostra libreria.

Il tempo che faceva è un racconto denso, condensato in poco meno di duecento pagine e tracciato attraverso una trama ricca, ma non dispersiva, che Boraschi riesce a presentare in maniera ordinata e organizzata, mai noiosa, intessendola attraverso una schiera di personaggi accattivanti, tutti con un loro quid particolare, tutti con una storia che vale la pena di conoscere. Ed ecco che incontriamo Franco, un pescatore che è un po’ il colonello Bernacca di Senzunnome, un po’ l’alter ego maschile di Gelinda; c’è Primo, il fratello timido di Beata; ci sono Mirca e Anton, due immigrati che incarnano quella sfumatura del tempo che sfocia nella nostalgia della distanza; c’è Celso, il già citato – e un po’ insulso – nipote di Gelinda; e ancora ci sono la signora Pesce, compagna di “villeggiatura” a Bell’Età e zia di Arduino, un insignificante, squallido politico locale, ed Ermete, un altro degli ospiti di Bell’Età.

Un autore initimo, sensibile, poetico

Se dovessi scegliere un motivo per il quale suggerire la lettura de Il tempo che faceva, indicherei senz’altro lo stile: se, infatti, non avessi saputo che la penna autorale fosse maschile, su un autore uomo non ci avrei scommesso granché! Boraschi sa essere sorprendentemente intimo, sensibile, poetico, delicato nella misura in cui da uomo riesce a regalarci una storia forte, a tratti cruda e, al contempo, senza eccessi, accostandovisi piuttosto in punta di piedi e dimostrando che per scrivere bene, laddove per bene intendo quel saper entrare nell’anima dei personaggi cui si da voce, sono necessari almeno due aspetti: il primo risiede nel desiderio di conoscere correttamente e approfonditamente la lingua con cui si sceglie di raccontare; il secondo consiste nell’esercitare l’osservazione silenziosa, l’ascolto taciturno, l’intuizione emozionale e l’amore profondo proprio per individuare le parole giuste, ovvero quei lemmi che, per essere scovati, hanno bisogno di cure, attenzioni e carezze e non di certo di saccenteria, supponenza o vanità. Non credo sia un caso che Boraschi questo messaggio lo affidi a Beata:

Gelinda dice che bisogna sempre usare le parole giuste. Dice che per ogni azione c’è un verbo che la descrive alla perfezione. La nostra lingua è la più bella al mondo, la più musicale, e occorre sfruttare questa fortuna.

Allora vorrei provare ad accogliere questo invito, questa raccomandazione cercando in questo libro le parole più giuste per descrivere ciò che esso mi ha lasciato.

Ti scrivo dal mio silenzio per raggiungere il tuo, ti scrivo per abolire la distanza, per passare dalla mia solitudine alla tua.

 

Perché sì, forse è tra le parole e attraverso le parole che tempo e spazio si annullano e ci restituiscono quel senso di prossimità con l’Infinito cui l’essere umano anela.

È possibile ordinare questo e altri libri presso Dadabio, qui i contatti

2 pensieri su “Due donne fuori dal coro, Boraschi cattura il cuore

  1. Francesco Sciacca dice:

    Ammetto la mia ignoranza: non conosco l’autore del libro. Conosco però Vera Chiavetta; persona squisita e professionista capace. La recensione al libro è arrivata dritta al cuore. Comprero’ due copie, una per goderne i contenuti, l’altra per farne un dono. Grazie Vera

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