C’è del sacro in… Daniele Mencarelli

Non una semplice intervista a Daniele Mencarelli, piuttosto una conversazione che si fa dialogo e ruota attorno a Dio, all’amicizia, alla scienza, ai genitori e alla scrittura. «Se ho cominciato a scrivere – confessa Mencarelli – è perché mi accadevano una serie di cose che io sentivo come assolutamente enormi. La scrittura, che diventa il contenitore e ti permette di trasportare quel tesoro da un’altra parte. E il poter fare questo, scrivere di questo, è stato anche ciò che mi ha potuto permettere di essere grato».

Ho atteso tanto, tantissimo, prima di trasformare quest’intervista in un articolo. Volevo che fosse qualcosa di sacro, volevo che arrivasse in un momento importante e – soprattutto – che sedimentasse dentro di me il “desiderio” di risentire ancora una voce amica, umile, semplice e allo stesso tempo capace di incidere un ricordo che, a questo punto, non sarà più solo il mio ma apparterrà a coloro che leggeranno queste righe.

Mi trovo a Roma (il presente è più che storico… è nostalgico!), e quasi per miracolo ho trovato posto ad un passo da piazza Mazzini, dove ho appuntamento con Daniele. Sono emozionato, inutile negarlo: non capita tutti i giorni di intervistare il vincitore del premio Strega Giovani… Ma, non me ne vorrà Mencarelli, sono emozionato anche e soprattutto per il meraviglioso contesto capitolino, che sembra fatto apposta per questi piglia e fuggi letterari: arrivi lì, ti appropri della bellezza di una città, di un’intervista, e di un’amicizia! E ti accorgi che non ti sei appropriato di niente, perché tutto ciò ti è stato regalato. Fai tutto come se fosse la cosa più normale di questo mondo e – nel frattempo – il mondo è cambiato e non sarà più lo stesso! Almeno per me. E non per me solo.

Con me ci sono Ciccio e Margherita, che partecipano a pieno titolo del mio fremito, e si chiedono come mai siano lì anche loro. Chissà, penso io, se me lo chiederà anche Daniele… Poco male, o ci piglia in blocco o niente! E poco lontano, lì sull’Esquilino, c’è anche Mari, per cui soprattutto ho fatto questo viaggio, scoprendo come nulla, proprio nulla, avvenga per caso.

E c’è anche mia Mamma, anche lei emozionatissima, che adora leggere ed è curiosa di conoscere un Autore dal vivo, ed è fiera che io debba intervistarlo per poi scriverci qualcosa! Proprio a Lei dedico questo articolo.

 Ad un certo punto, fatto l’orario, ogni essere umano maschio di età compresa tra i trenta e i cinquanta che si avvicina all’edicola (il punto d’incontro) diventa un possibile Mencarelli.

«È Daniele, è lui?!» chiedo io.

«Non sacciu mancu cchi facci havi Daniele!» risponde Ciccio, ridendo. In effetti, ha visto la copertina del libro ma non ancora l’Autore…

«Allora sarà quello, sì, quello lì!»

«Naaa… Troppo vecchio! Oh, Mencarelli è carusu!» aggiunge Margherita.

Hai capito, Daniele? Sei “caruso”, sei giovane! Dico, va’… un complimento di questo tipo, a noi che abbiamo superato gli “anta”, non fa mai male.

E poi arriva davvero.

“Accidenti!” penso “È proprio come nella foto!”. “E certo!” penso sempre io (ma questa volta è la mia parte razionale) “La foto è sua! Certo che è come nella foto!”

Stretta di mano con abbraccio, presentazioni, aggressione siculo-affettiva da parte di Margherita, mio contenuto imbarazzo da finto giornalista della Domenica (anche se è martedì) e – siccome è proprio martedì 29 settembre – persino battutaccia allucinante spezzaghiaggio che ricordo benissimo per la vergogna postuma prodotta da un residuo di coscienza: «Daniele, seduto in quel caffè stavo proprio pensando a te!».

Sguardo di Daniele Mencarelli. Sguardo pieno di comprensione e di misericordia. Sguardi di tutti. La casa degli sguardi diventa una piazza. E per chi nutrisse dubbi sul fatto che ciò possa essersi verificato per davvero, ecco l’immagine con una prova a carico…

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Ad ogni modo, ci spostiamo da lì e saliamo nella macchina di Daniele che, come precisa lui stesso, “è tutta scassata”. Altra prova! Questa volta a conferma che in Italia non si può campare di libri, né se li leggi, né se li scrivi!

Sfogo a parte… Procediamo per circa una mezzora girando e rigirando per vie limitrofe, fino a quando il concetto stesso di “limitrofo” si allontana insieme a Piazza Mazzini. Ma alla fine troviamo parcheggio, scendiamo e ci accomodiamo in un altro bar, che sarà il luogo dell’intervista!

E l’intervista è proprio qui, sotto i vostri occhi! “Finalmente!” dirà qualcuno…

Intanto grazie, Daniele, per questa opportunità! So che tra te e LuciaLibri c’è un bel rapporto di amicizia quindi ti rivolgo innanzitutto una domanda che, normalmente, andrebbe posta all’intervistatore piuttosto che all’intervistato… Dato che negli ultimi tempi, anche sulla nostra rivista, ti sono state richieste parecchie interviste, che bisogno ci sarebbe di un’ulteriore chiacchierata tra Mencarelli e i suoi lettori?

«Direi per lo stesso motivo per cui oggi è una giornata con il suo carico di banalità, di piccole e grandi abitudini, ma anche una quota di assoluta unicità come ogni giornata. Vengo sempre meno a Roma ed oggi, invece che il solito viaggio abitudinario, è stato un ripoggiare gli occhi su tanti luoghi che avevo dimenticato. Quindi, tutto ciò che riguarda gli esseri viventi, secondo me, è fatto di esperienza continua, dalle cose più piccole a quelle più importanti. E c’è sempre bisogno di qualche esperienza in più, come potrebbe essere questa. Oltretutto a me piace fare interviste perché sono un gran chiacchierone, perché alla fine c’è sempre un elemento sorprendente che non ti aspetti».

Sono passati un bel po’ di anni, a proposito di esperienza, dai fatti che poi sono diventati il tuo libro Tutto chiede salvezza, in cui racconti di te e di altre cinque persone. Che impressione ti ha fatto, a distanza di tanti anni e in occasione del premio Strega, ritrovarti nuovamente in mezzo a una strana… sestina?

«Domanda che non mi ha mai fatto nessuno! Ecco la sorpresa di cui parlavo! Sai che non c’avevo mai fatto caso? Non avevo mai sovrapposto queste due esperienze.

La cosa simile è che c’è di mezzo la scelta del Destino, una scelta che non è la tua…

Nel primo caso fu una scelta drammatica; nel caso del Premio Strega certamente una scelta positiva. Però di fondo c’è sempre una scommessa di relazioni, un elemento comune che vedo come un unico filo, tirato a partire dal TSO ed arrivato al Premio Strega.

Spesso mi interrogo, in maniera anche molto severa, su una mia attitudine, una mia grande facilità, a fare amicizia. Dico con serenità, riguarda a questa attitudine, che noi siamo cresciuti all’interno del mito machista, e che il nostro valore non era direttamente proporzionale alla nostra capacità di accogliere: tanto più nemici io avevo, tanto più valevo! In realtà, invece, quando sto in mezzo a un gruppo umano, mi colpiscono sempre più i tanti elementi in comune, rispetto a quelli di diversità. E soprattutto… gli elementi in comune sono quelli che non abbiamo deciso noi! Per me sono molto importanti gli sguardi; lo sguardo è l’elemento fondativo della mia vita. Mi colpiscono questi elementi di umanità, di carnalità profonda che fanno poi dell’umanità una sola grande forza ed entità».

Poco fa parlavi del Destino. Altri lo chiamano il Caso, la Fatalità… Ognuno gli riconosce contenuti differenti. Per te cos’è? Hai imparato a dargli un nome? O se l’è dato lui e ti ha detto di chiamarlo in qualche modo?

«In questo momento sto scrivendo il romanzo nuovo. E questo per me è molto più di ciò che farò dopo: è lavoro. Nel senso che poi, se ci pensi, l’uomo è abbastanza concorde quasi su tutto, rispetto ai sentimenti, anche rispetto a ciò che non è materiale. L’amore è amore. Se c’è un’Entità che proprio ci distingue, e che chiamiamo in mille modi diversi, è proprio quella che orienta il nostro futuro, anche a partire da una scommessa. Perché poi alla fine, per me, la scommessa più alta è di chi attribuisce a questo… elemento imprevedibile… una mente razionale, a chi pensa che esista Dio. E su Dio non esiste via di mezzo, e questa è una cosa che mi affascina molto! Non possiamo pensare che esista un… mezzo-Dio, che esista una mezza-provvidenza. Quella è la scommessa più grande, e poi ce ne stanno tante a livello intermedio. C’è chi scommette di meno, chi sa convivere con il nulla. Io non riesco a convivere con il nulla, con questa possibilità. Nel momento in cui pensassi al luogo in cui tutto finirà, ed acconsentissi dentro di me alla presenza del nulla, non troverei più una particolare ragione per vivere, non mi interesserebbe più neanche avere degli obiettivi. E il mio vero obiettivo, ed io ne ho sempre avuto uno, è capire. E veramente, se uno pensa di capire ciò che l’uomo non ha mai capito…»

Ma io penso che tu abbia usato questo verbo forse anche inconsciamente. È un verbo che porta in sé tanta umiltà. Di per sé, il capire non presuppone nessuna invasione; anzi, è un lasciarsi riempire.

«Alla fine, davanti a questa forza che decide per noi, non si può capire. C’è una forza che chiede un abbandono, che chiede altri strumenti…».

E che chiede anche salvezza! Sai, ci sono pagine veramente forti nel tuo libro. Poi, naturalmente, ciascuno viene colpito da alcune cose rispetto ad altre. Io ho qui due copie, una è la mia, l’altra è la copia di questa lettrice, occasionalmente presente. Avendo davanti un testo che non è appartenuto ad un intervistatore, a un critico, a un recensore, ma ad un “semplice” lettore, viene fuori attraverso queste sottolineature ciò che, secondo me, rappresenta la quintessenza di un romanzo, non filtrata da nessuna categoria, da nessuna precomprensione “editoriale”.

«Ti dirò che, prima di scrivere romanzi, quando ancora mi occupavo di poesia, sentivo dentro di me un desiderio, e poi capii che era proprio il desiderio di entrare in contatto con i lettori. Sentivo che qualcosa, in me, voleva esplodere! Di questo rapporto con i lettori, con la poesia ce n’era di meno. Dico questo con un po’ di rammarico, perché il “popolo dei lettori di poesie” è ormai infinitesimale».

Da qui vengono fuori due domande. Diamo per scontato, almeno per un attimo, che ci scrive lo faccia per soddisfare innanzitutto un bisogno proprio. Ti è bastato questo bisogno per dar vita al tuo romanzo, oppure c’era anche, fin da subito, l’intenzione di comunicare una conoscenza a qualcuno? Hai parlato di desiderio di comunicare con il lettore. Ecco, comunicare agli altri una realtà importante, dare un messaggio, è stato un motore primario o è subentrato in un secondo momento?

«Non rispondo ad un bisogno. Semmai, come bisogno alla mia scrittura c’è stata, almeno nella prima parte, la volontà rabbiosa, spasmodica, di capire se questa disciplina che mi avesse scelto, più che se fossi stato io a sceglierla. Però poi la mia scrittura è stata in assoluto un elemento di relazione. Non scrivo per me. A me lascio lo sguardo di cui ti parlavo prima, la mia indagine sul mondo, e i miei bisogni primari. Scrivo perché la scrittura, e l’arte in generale, è un enorme elemento di congiunzione, perché mette assieme più fattori straordinari! Mette assieme la memoria individuale che diventa, in quel momento, collettiva. Ma c’è anche, secondo me, qualcosa di ancora più grande: fa dell’esperienza singolare, e degli incontri del singolo, delle esperienze e degli incontri che continuano a figliare! La cosa bella è stata osservare come le figure dei miei romanzi, centrali per me prima, per la mia vita, e dopo per il mio lavoro, siano diventate centrali per la vita di altre persone. La suora del primo romanzo (La casa degli sguardi, ndr), per esempio, che diventa oggi un approdo per un ragazzo di vent’anni che non l’ha mai incontrata direttamente! Ecco, per me l’arte assolve a questo compito. E poi c’è un’altra cosa: il non scrivere per me corrisponde ad un non scrivere di me. Nel senso, se ho cominciato a scrivere è perché – ritornando al tema degli sguardi – mi accadevano davanti agli occhi tutta una serie di cose che io sentivo come assolutamente enormi. Queste cose erano come un tesoro, e dove mettere tutta questa ricchezza? Ecco la scrittura, che diventa il contenitore e ti permette di trasportare quel tesoro da un’altra parte. E il poter fare questo, scrivere di questo, è stato anche ciò che mi ha potuto permettere di essere grato».

Cosa collega l’artista alla necessità di gratitudine?

«Oggi viviamo di arte, ma in una forma assolutamente stravolta. Oggi l’artista è questa entità inviolabile… Parlare di concetti come quello di “committenza” è diventato impossibile. Ma in effetti l’artista era uno che serviva! Stiamo a Roma, quindi, figurati! L’artista era colui che forniva la propria capacità in funzione di qualcos’altro. Oggi sei artista se attacchi una banana al muro… Ma un artista che ascolta solo se stesso rischia di essere vanaglorioso, e di confondere tanto su quello che è il suo ruolo.

Per me l’arte è la forma più istintiva di gratitudine. E non a caso nasce come imitazione, come l’arte rupestre ad esempio. Pensi, senti di dover “fermare” qualcosa che già esiste, e che è stato creato per primo!»

Dopo quanti anni dai fatti, hai ricominciato a pensare a quei giorni con un senso nuovo, che poi magari è diventato necessità di scrittura? È un’elaborazione cominciata dal giorno delle tue dimissioni oppure è stata un accadimento?

«Oggi vige, domina un alfabeto, un codice – rispetto all’artista – secondo cui, quando incontri una serie di scrittori riuniti assieme, c’è una sorta di corsa a stabilire una distanza, il più possibile netta e insuperabile, tra la propria attività di scrittore e la propria vita. Io mi ci diverto, perché la mia scrittura è indissolubilmente legata alla mia vita, e la vita alla mia lingua! Quello che c’è prima della scrittura riguarda solo lo scrittore; semmai è la lingua a dover restituire i vari strati di esistenza e di esperienza dell’autore. E io penso alla mia esperienza umana. È nato tutto da un focus dettato dall’insonnia. Io soffro da sempre di insonnia, che infatti è una costante in tutti e tre i libri, compreso quello che sto scrivendo. Una sera stavo pensando alla suora del primo romanzo, ed è nato tutto da lì… La scintilla è stata il fatto che io, per esempio, nelle mie poesie non abbia mai parlato di me, ma, quasi come una polaroid, abbia sempre descritto ciò che avevo davanti, piuttosto che la mia reazione davanti a ciò che vedevo. Ad un certo punto, proprio perché pensavo al fatto di non aver mai raccontato la mia reazione rispetto alla suora, mi resi conto di non aver mai scritto di ciò che questi incontri avevano provocato in me. E da lì c’è stata una constatazione che sembra ridicola: io da poeta scrivevo molto, perché sono sempre stato molto curioso, e conoscevo da una vita, per lavoro, le scritture cinematografiche, ma scrivevo di invenzioni! Per me la lingua della verità era data dalle invenzioni! Quella notte mi sono detto: “Ma perché?”, e mi sono trovato, per così dire, col mio primo romanzo sul letto.»

Accade come quando una persona, che impara una seconda lingua in maniera perfetta, venga riconosciuta dall’accento della sua prima lingua. Questo accade leggendo il tuo romanzo, e nella maniera più bella. Lo avevo già scritto in una recensione su LuciaLibri (eccola, ndr), ora lo dico direttamente a te: ci sono delle frasi poetiche che arrivano lì, senza la forzatura di una giustapposizione, senza l’impressione – cioè – che l’Autore abbia voluto far sì che sembrasse una frase poetica. Si percepisce la loro naturalezza, che arricchisce il testo di un valore aggiunto, e questa è proprio la polaroid di cui parlavi prima, questa macchina fotografica che riproduceva, in pochi istanti, una foto che da quel momento in avanti avresti potuto portare sempre con te! Questo succede, leggendo il tuo libro!

«La poesia narrativa è come la corsa: c’è chi fa i cento metri e c’è chi fa il mezzo fondo. La poesia è la capacità di guardare la parola in termini di sospensione plastica, capacità che magari il narratore non riesce ad avere. Per me, però, di fondo, ciò che scatta (e questo succede nell’elemento biografico come pure in quello inventato) è che tu vedi in termini di visionarietà! Cerchi e raccogli quella parola che riesce a dire il senso di tutto, ed è una grande ricchezza».

A proposito di ricerca della parola… C’è una bellissima immagine che tu usi: l’amore di una madre è una cosa normalissima, come il sole che sorge la mattina. Sai, magari è un accostamento a cui nessuno aveva mai pensato, ma che arriva lì nella maniera più naturale possibile! Il tuo romanzo trabocca di tutte queste espressioni.

Desideravo chiederti se, tra tutte le tue gioie, belle, legittime, legate al tuo riconoscimento letterario, ce ne sia stata una più intima, legata magari ad una persona con cui condividesti quella settimana e che possieda il tuo libro e lo abbia letto. Sei rimasto in contatto con qualcuno di quegli amici?   

«Qualche giorno fa ho conosciuto il primario di Psichiatria del nuovo Policlinico dei Castelli Romani (quello dove fui in TSO ormai è chiuso). E quando feci la presentazione a Genzano pensai: «Ma io qui sto nel paese di A.», quello che nel romanzo chiamo Giorgio, il gigante, e allora chiesi se qualcuno lo conoscesse. Ma il tempo era passato e l’aspettativa di vita di queste persone, soprattutto in quelle condizioni, può portarti a grandi spostamenti. Ho visitato tanti luoghi in cui si cura la malattia mentale, e per fortuna non stiamo più ai tempi dei manicomi… Ma ti assicuro che gente che vive ancora in pieno regime manicomiale ce ne sta tanta. Considera che nel 78, quando entrò in vigore la Legge Basaglia, molti di quelli che stavano dentro non avevano casa né reddito, e così con la chiusura dei manicomi molti continuarono a stare in queste strutture, e stanno ancora lì. A Bisceglie ci stanno ancora dentro trecento pazienti! Considera che, fino al 78, in manicomio capitava il bambino che oggi ha solo un disturbo dello spettro autistico. O l’omosessuale, o la donna che era stata soggetto di pubblico scandalo. Magari un po’ più libertina, non sopportata dalla famiglia, finiva in manicomio. O per motivi legati alla povertà o per borghesia… Era molto meglio entrare in un carcere, dove comunque la pena sarebbe prima o poi finita. E invece no, entravi là dentro e se la famiglia non ti rivoleva, perché magari era una famiglia proletaria, c’era poco da fare. Là dentro c’è una tale quantità di storie che si potrebbe cominciare a raccontarle e non finire mai più».

Se avessi saputo anzitempo di diventare il vincitore dello Strega Giovani, avresti voluto aggiungere qualcosa al tuo romanzo?

«Neanche una virgola».

Grandioso! Io lo sapevo ma te l’ho chiesto per vedere che faccia avresti fatto!

«Ahahahah! Ma infatti, sai qual è l’elemento che può generare confusione? Quando uno dice di aver fame di lettori, non intende cercare un lettore che abbia una forma diversa da quella che sente “giusta” in qualità di artista. La sfida è cercarlo con la propria visione di mondo che poi diventa lingua. La ricerca del lettore non c’entra nulla e non cambia niente alla maggiore o minore commerciabilità di un’opera. Ti faccio un esempio. Il mio libro è piaciuto molto nell’ambito dei movimenti cattolici. E tu sai che io mi considero un “aspirante credente”, e questa cosa più o meno viene fuori ad ogni presentazione. E una volta dei ragazzi mi dissero: Il nostro parroco ci dice sempre che la mattina si sveglia ateo e cerca di andare a letto, la sera, da credente!».

Ed è un approccio meraviglioso. Abbiamo sempre un motivo per non credere ed uno per credere. Sai, mi trovo a Roma soprattutto perché sono andato a trovare una ragazza, una mia amica che in questi giorni è ricoverata al Bambin Gesù.

«Tu mi parli del Bambin Gesù che per me ha un grandissimo significato. Io l’ho vissuto così come l’ho raccontato nel primo romanzo e poi è ritornato per altre ragioni. Ora vedi, Tutto chiede salvezza esiste anche per comunicare questo: la medicina deve catalogare e…»

A pagina 106 del tuo libro tu fai questa bellissima riflessione, sulla necessità patologica che la scienza ha di dover catalogare come malattia mentale ciò che magari, in altri tempi, è stata la causa prima della genialità di del mondo.

«Una volta, durante una messa in scena di Tutto chiede salvezza, avevo seduto a fianco un responsabile di Salute mentale ed io rimasi sconvolto quando mi disse che oggi, di tutta la farmacologia psichiatrica che, per esempio, io racconto nel mio libro, non esiste più! Dopamina, serotonina e tutta la chimica cerebrale che stava alla base di qualunque terapia, oggi è tutto superato! Rendiamoci conto che per trent’anni c’è stata gente ad essere imbottita di psicofarmaci. E paradossalmente, nonostante tutto questo sia superato, gli unici posti dove ancora si continua a ritenere valida questa farmacologia sono le università! E questo perché le università, specie quelle italiane, sono le roccaforti dei baroni.

Quando sono stato a Palermo, quest’estate, col prof. Daniele La Barbera, primario di Psichiatria del Policlinico, lui mi spiegava che qualsiasi esperienza umana leggermente superiore alla routine, quindi, per esempio, anche questo nostro momento che condividiamo adesso, cambia la nostra chimica cerebrale, cambia il nostro corpo. E invece, pensate a quante persone sono convinte, magari, che il loro problema sia un deficit dei neurotrasmettitori!»

Dal tuo libro viene fuori un grande amore, da parte tua, nei confronti dei tuoi genitori. Sia perché nell’incipit li metti in scena, sia anche perché dopo, nella tua riflessione successiva, si comprende molto altro. Lo hanno letto? Che impressione hanno avuto? E cos’hai provato nel condividere con loro un’emozione così grande?

«Io sono stato un figlio che ha chiesto molto, e loro sono stati il mio primo vero territorio di caccia rispetto alla mia ricerca esistenziale. In fondo, mia madre è stata la figura che meglio ha sintetizzato tutto ciò che nella prima fase della mia esistenza io domandavo e soffrivo rispetto alla vita. Questa lucidità, questa consapevolezza rispetto alla perdita del tempo, io non l’ho acquisita da un certo momento in poi, ma l’ho sempre avuta “chiavi in mano”. Ecco, io sono molto legato al senso dell’amore consanguineo come ad “amore verticale”. E poi c’è quello “orizzontale”, che ti fa scegliere una moglie, o gli amici. Prima della mia esperienza orizzontale di amore, mio padre, mia madre e i miei fratelli erano quelli che costituivano per me i grandi “motori di ricerca”. Quindi, in realtà, raccontando il mio passato io racconto di loro, e mia madre per certi aspetti è stata l’alfa e l’omega di ciò che ho provato e vissuto, perché quando sei congiunto a qualcuno, ciò che capita a lui capita a te. Questo, naturalmente, non capita solo con i consanguinei. Da qualche tempo, grazie anche a chi ha più coraggio rispetto al tema della fede, ho finalmente conosciuto quelle che definisco “amicizie mature”, amicizie con le quali io parlo come sto parlando con te, di cose che per me contano veramente e in modo assolutamente libero. Guarda che per chi porta dentro questo patrimonio enorme, che è la “ricerca del significato”, non può mai darlo per scontato, a qualunque tavolo si sieda. Insomma, che ti rendi conto che certi argomenti fanno parte di una sfera di intimità che difficilmente permetti a qualcuno di violare. Tranne quando stai veramente male, e allora sfondi il tabù. Ma in genere, tutto ciò che provoca interrogativi dà fastidio; l’uomo domandante dà fastidio».

Già, l’uomo trascendente dà fastidio. Si vorrebbe, forse, un uomo che sia tutto immanenza, materialità…

«Sì, uno che obbedisca agli obiettivi del mondo senza rompere troppo i coglioni. Non solo il dolore è sempre meno accettato, ma quando tu, addirittura, lo introduci in mezzo agli altri domandando un significato, questa cosa risulta insopportabile. E infatti, quell’idea piccolo-borghese della famiglia come luogo dove tutto deve rimanere custodito all’interno, sta fallendo. Si impazzisce e ci si ammazza nel vedere il proprio familiare malato! Perché non hai un’amicizia matura con cui condividere questo dolore, e non lo vuoi condividere. E allora, allunga oggi e allunga domani, prima o poi questo dolore esplode. Perché ti viene a mancare una relazione con cui condividerlo, una possibilità di sfondamento, e poi anche la speranza. Questa speranza è la vera scommessa, e sarà il tema del mio prossimo libro. Per esempio, tu che stai andando al Bambin Gesù a trovare quella ragazza, scommetti che esista una speranza più grande del dolore, una speranza che non sia solo guarigione».

Senz’altro. Una speranza più grande, anche di quelle comunemente ritenute le più alte! Senti, ti faccio le ultime domande, quelle più importanti e decisive. Roma o Lazio?

«Ahahahahaha!! L’altra settimana stavo al Festival di Mantova, con un altro romano che è Antonio Manzini, lo scrittore di gialli, ed eravamo ad una presentazione molto leggera in cui stavamo quasi giocando. Ad un certo punto, la moderatrice mi fa: «Tu che sei laziale…». Io me so arzato e me ne so’ annato! E pure Manzini s’è arzato uguale!»

Mi rendo conto che questa cosa di Roma-Lazio sia addirittura più forte del Catania-Palermo!

«È stato molto divertente, perché tutti gli amici poi mi hanno detto che io e Manzini ci siamo alzati insieme e allo stesso modo, e comunque anche la vostra, Catania-Palermo, è bella forte! Ma forse è più legata allo spirito che non allo sport».

Puoi dirlo forte, e ci divertiamo a mascherarlo da sport! E invece, senti, il tuo piatto preferito della tradizione romana?

«Guarda, ti rispondo così. Nel mio terzo libro ho deciso di finire con l’inizio. Finirò descrivendo un viaggio che ho fatto a diciassette anni, a piedi, da Misano Adriatico ai Castelli Romani. Ora, per una cosa che non sto qui a spiegare, io mi fermo lì i primi cinque giorni senza soldi. Poi vengo ospitato da un vedovo con sua figlia, e questa è la più bella ragazza che fino ad allora io abbia mai visto. Poi lui mi lascia cinquantamila lire in tasca e io, per dimenticare lei, decido di fare un bel pranzo. Ma sono così pieno di malinconia, perché lei se n’è andata, che il pranzo va male. Poi penso che il peggior cuoco italiano cucina meglio del miglior cuoco di ogni altra parte del mondo. E non c’è neanche bisogno di scomodare i cuochi. Basta entrare nelle nostre famiglie, basta tua madre o la mia. Insomma, bastano i piatti della tradizione locale!»

Cosa rende bello, oltre il limite dell’estetico, ciò che bello non si direbbe mai? Ma guarda che bella la Pietà di Michelangelo! Ma come! È una madre che piange un figlio morto! Ecco, cosa la rende bella?

«Nell’avvenimento stesso della pietà c’è la bellezza. Oltre il dolore, c’è qualcosa che riguarda te. Quel dolore, quel limite esibito dalla sofferenza, che è il dramma della nostra natura umana rispetto a tutto ciò che noi sentiamo disobbedire a questo limite. Qui è la bellezza, in questa disobbedienza rispetto al dolore, in questa ribellione rispetto alla sofferenza».

Secondo te esiste qualcosa di autenticamente divino che sia anche autenticamente folle?

«Che bella domanda! Vorrei far dire a qualcuno dei miei personaggi: «Ringrazio la follia, perché senza follia sarei completamente folle!». Nel senso che la follia è quell’elemento di rottura, quella scappatoia laterale che poi in realtà ti porta a ciò che follia non è, se non in apparenza. Però, secondo me, la sfera del divino è qualcosa che… o per fortuna e per dannazione, o uno riesce ad avere questa relazione e quindi coglie in alcuni momenti (come per me la suora del primo romanzo) in cui c’è veramente una comunione, oppure questa fortuna è qualcosa di attenzione e di disponibilità: qualcosa su cui devi lavorare. Almeno, nella mia vita il Divino è sempre stato qualcosa che mi ha detto: «inseguimi!». Poi, magari, c’è chi la fede ce l’ha direttamente dall’alto, ma per me no».

Nella Scrittura la fede è descritta come la descrivi tu. È un andirivieni, un giocare a nascondino, un gioco di relazioni che si inseguono.

«Tante persone mi dicono: A te la suora t’ha convertito. Ma io penso che l’elemento di conversione devi averlo di fronte agli occhi come una sfida, se no ti illudi di poter vivere da fossile».

L’intervista finisce così, con queste parole bellissime. Poi Daniele ci autografa i libri, scappa al lavoro e ci saluta con un sorriso e la promessa di portarci, la prossima volta, a mangiare ai Castelli. (Daniele, l’hai promesso!) I caffè sono già pagati e quindi, a piedi, ci incamminiamo senza trovare la strada per Piazza Mazzini, che si era allontanata col concetto di “limitrofo”, ricordate?

Camminiamo e commentiamo l’incontro appena avvenuto, queste emozioni ancora fresche, mentre ci cadono dagli occhi gli effetti di uno stupore bambinesco che ci rende felici, anche se continuiamo a sbagliare strada. La mamma ride.

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