Dulce Maria Cardoso, la storia può ricominciare

La fine dei domini coloniali portoghesi, il forzato ritorno in patria di oltre mezzo milione di persone, la perdita dell’identità culturale di diverse generazioni. Temi visti con gli occhi del sedicenne Rui, protagonista e narratore de “Il ritorno” di Dulce Maria Cardoso. La forza del romanzo sta nel mostrare i diversi punti di vista attorno alla questione sociale dei “retornados”, senza interpretazioni univoche, definitive, esaustive. La nuova puntata della rubrica Lusoteca

Nell’ultima pagina del libro Il ritorno (218 pagine, 14 euro) di Dulce Maria Cardoso, tradotto da Daniele Petruccioli per Voland edizioni, appare la citazione “le cose morte non si possono toccare” della poetessa cubana Dulce Maria Lyonaz, un’insolita posticipazione di un epigrafe che i lettori più affezionati della Cardoso hanno imparato a riconoscere come tratto distintivo dell’autrice. Questo libro, che ha consacrato la Cardoso nell’olimpo degli scrittori portoghesi, parte proprio da qui: dalla sofferenza di fronte a una perdita. È una domenica pomeriggio del 1975 nell’Angola post rivoluzionaria che attende il suo destino dopo il crollo della dittatura salazarista portoghese. I neri africani sono in rivolta e i pochi portoghesi bianchi rimasti nelle province coloniali d’oltremare affollano gli aeroporti per fuggire alle rivolte scoppiate a seguito della rivoluzione. Rui, protagonista e narratore in prima persona del romanzo, un sedicenne la cui esistenza viene improvvisamente messa a repentaglio, siede a tavola con la famiglia e aspetta l’arrivo dell’auto che li condurrà in aeroporto, insieme ai pochi bagagli che il ponte aereo costruito in soccorso dei coloni ammette durante la traversata. Un’intera esistenza di sacrifici e dedizione al lavoro ridotta a pochi effetti personali. La loro Angola “è finita”.

Il crollo di un impero

Inizia così il racconto di una grande migrazione, di uno sradicamento, in alcuni casi di un “ritorno” in Portogallo – quel “ritorno” a cui il titolo fa riferimento – di oltre 500 mila portoghesi, residenti nelle ex colonie d’oltremare e indicati con il nome di “retornados”, a causa degli scontri derivanti dal crollo dell’impero coloniale portoghese seguiti alla rivoluzione dei garofani del 1975. I “retornados” costituiscono ancora oggi un tema molto controverso e tutt’ora non risolto in Portogallo, a cui la Cardoso è riuscita a dare straordinaria rilevanza, ben oltre i confini nazionali, e malgrado tutte le ritrosie e la resistenza della società portoghese. Contribuisce alla fama del romanzo l’origine stessa dell’autrice, che da “retornada” ha vissuto in prima persona il momento storico ritratto nel libro. In un’intervista rilasciata per la “Revista Desasssego” la Cardoso richiama l’attenzione sull’assenza di testimonianze, cui si è assistito negli ultimi trent’anni, su questa scottante questione sociale, e presume che anche in futuro non saranno molte le voci in grado di farsi sentire, sottolineando come la maggior parte dei “retornados” si è visto negato l’accesso all’istruzione universitaria a causa delle ristrettezze economiche delle rispettive famiglie. “Queste persone raramente hanno voce”, conclude l’autrice, “e la Storia è racconta da chi ha voce, avere potere significa avere voce”. Fortunatamente, a scapito di questa previsione, nella letteratura portoghese contemporanea stanno emergendo nuove voci che si propongono di dare rilievo al passato coloniale nel tentativo di ripensare l’identità nazionale, come Isabela Figueiredo (tradotta da Edizioni dell’Urogallo). Si tratta di un processo di decolonizzazione che ha preteso di porre fine in pochi mesi ad un impero coloniale con più di 500 anni di storia e che ha avuto come conseguenza la perdita dell’identità culturale di intere generazioni di individui: mentre per alcuni “retornados” l’abbandono delle colonie ha rappresentato un viaggio di ritorno verso la madrepatria, per molti di loro, sopratutto i più giovani, nati e cresciuti in Angola o in Mozambico, non si tratta di un ritorno ma di uno sradicamento (“…retornado un accidenti, qui non ci avevo mai messo piede, già mio nonno se n’era andato giurando di non ritornare mai più”). A questi ultimi appartiene Rui, per il quale l’Angola rappresenta la terra d’origine e il paese che ha plasmato la sua storia individuale e la sua identità di maschio bianco in una società razzista. Al di là dell’Oceano esiste un Portogallo che al protagonista e ai suoi coetanei non resta che immaginare guardando la cartina appesa nelle aule scolastiche, quel piccolo stato che la menzogna ideologia del regime decanta come un grande impero al cui centro si staglia la moderna metropoli di Lisbona.

Una nuova identità

Rui, la sorella Milucha e la madre riescono ad imbarcarsi sull’ultimo aereo in partenza, mentre il padre viene trattenuto in Africa e il resto della famiglia si rassegna ad una attesa indefinita. La realtà che li attende in Portogallo è resa dal punto di vista di Rui attraverso un lungo monologo, una sorta di flusso di coscienza ininterrotto, reso ancora più efficacemente attraverso un uso particolare della punteggiatura, che fornisce al lettore le impressioni che egli a mano a mano riceve dal nuovo ambiente che lo circonda, arretrato e polveroso, che distrugge fin da subito l’immagine mitizzata ed eroica della madrepatria. Ad ospitare la famiglia di Rui è un hotel di lusso a 5 stelle della cittadina marittima di Estoril, situata a pochi chilometri da Lisboa che, come moltissime strutture alberghiere del Portogallo, è stata convertita in centro di accoglienza per “retornados” a spese dello stato. Perduta la propria identità e il proprio passato, i propri beni e i propri affetti, è il linguaggio della madrepatria ad imporre loro la nuova identità di “retornados”: avidi esploratori di terre selvagge, ingiustamente ricchi alle spese della popolazione africana, razzisti senza scrupoli e con poca cultura. Un’immagine fondata su un neologismo incomprensibile da parte di questa fascia della popolazione ma che diventa costitutivo di una nuova identità, a prescindere dalla condivisione di senso. (“Siamo retornados. Non sappiamo bene cosa sia essere dei retornados ma è quello che siamo. Noi e tutti gli altri arrivati di laggiù”). Una sorta di colonialismo al contrario dove “i bianchi tra i neri” diventano “i neri tra i bianchi” e il linguaggio degli ex colonizzatori, sintomo di degrado sociale, deve imparare le nuove forme di espressione della capitale: non più “caffè” ma “colazione”, non più “frigidaire” ma “frigorifero”, non più “corriera” ma “autobus”.

Visioni opposte

La realtà, lungi dal seguire una semplice logica dicotomica che oppone il colonizzatore al colono, il vincitore al vinto, il bianco al nero, è molto più complessa di quanto appare in superficie. La forza di questa narrazione, resa attraverso gli occhi di un sedicenne che registra ciò che sente e ciò che gli viene detto, è proprio quella di mostrare i diversi punti di vista che ruotano intorno alla questione sociale dei retornados, ricordandoci che non esistono interpretazioni univoche, definitive, esaustive di avvenimenti storici. Ad opporsi alla narrazione nazionale che indica l’esodo dei “retornados” quale giusta punizione contro i colonizzatori malvagi, sono le prese di posizione della madre di Rui, e di molti altri ospiti dello stesso Hotel, riassunte nella frase “la nostra disgrazia è stata una fortuna per molti”. Perché se i rivoluzionari del 1975 gridano libertà e si esaltano per la fine dell’impero, le famiglie dei “retornados” non possono dimenticare che i soldati portoghesi furono obbligati ad arruolarsi in un esercito destinato al massacro, in nome della follia salazarista imperiale, e che dove non obbligava l’esercito era la fame a spingere migliaia di portoghesi ad abbandonare le campagne in miseria per cercare una sorte più clemente oltremare, perchè “niente e nessuno costringe più della fame”. Il confronto tra visioni opposte appare anche nelle relazioni tra uomini e donne che Rui inizia ad esplorare nelle sue prime avventure sentimentali, prima con la complicità paterna dove il sesso assurge a prerogativa di un club per soli uomini, e poi attraverso le lenti di quella cultura maschilista di cui è erede quando dovrà assumere il ruolo di capofamiglia in assenza del padre. Stupisce ancora una volta la naturalezza con cui la Cardoso pone dinanzi al lettore l’opinione che Rui ha delle donne attraverso il fluire genuino dei pensieri di un adolescente che si scontra con una realtà dove appare evidente, anche ai suoi occhi, che se la situazione per i “retornados” uomini è molto critica lo è ancora di più per le donne.

Tempi di sconvolgimenti

Ma sono “tempi di sconvolgimenti” (“tempos conturbandos”) e il particolare momento storico comporta situazioni spiacevoli. “São tempos conturbados” è la frase con la quale la direttrice dell’albergo accoglie la famiglia di Rui e che ben presto diventerà il motto giustificativo della politica sociale del governo e dell’atteggiamento ostile dei portoghesi. “E’difficile per tutti, è difficile anche per noi, qui non si è mai vissuto bene e adesso abbiamo paura che peggiori” racconta il portiere dell’Hotel a Rui, che non riesce a capire perché la gente della capitale non accoglie i “retornados” e decide di confidarsi con una figura maschile che inconsciamente vorrebbe prendere a riferimento. E’ questo continuo interrogare e interrogarsi sul perché della sua condizione attuale che causa a Rui la maggior sofferenza. Nessuno riesce a fornirgli una risposta che lo soddisfa perché nessuno è in grado di indicare con certezza le cause che hanno determinato la loro “disgrazia” e uno stato perenne di attesa che tutto questo finisca, che arrivi il “gran giorno” in cui potranno finalmente abbandonare l’Hotel e vivere in una vera casa. L’attesa, come imparerà presto Rui, è una condanna ben più dura di una terribile certezza.

Ricominciare

Il passato non si può cambiare ma è importante parlare e raccontare quel passato di cui pochi parlano e di cui molti si vergognano, compresi gli stessi “retornados”, perché se è vero che la storia non può essere riscritta, possiamo cambiare il modo in cui guardiamo al passato, a seconda di come vediamo noi stessi e le nostre esperienze. Forse non è la madrepatria a cambiare le persone, si convincerà Rui col trascorrere dei mesi, ma sono le persone a cambiare o a mostrarsi diverse. Ciò che era non tornerà più, ciò che siamo stati non si ripeterà di nuovo, “le cose morte non si possono toccare”, eppure niente è perduto se ci teniamo strette le nostre poche certezze, come suggerisce il finale. E soprattutto se possiamo ricominciare, riconoscere e accettare il nostro passato, e ricominciare.

Fonti consultate

Machado, “Dulce Maria Cardoso e Júlia Nery”:olhares em torno da diáspora portuguesa em França e África”, in “Revista Desassossego”, 12 (2014), pp. 97-110.

Rivista “The Passenger Portogallo”, Iperborea, Milano, 2019.

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