Mai più isole carcere, il preambolo del libro di Calzolaio

È in libreria un originale saggio di Valerio Calzolaio, “Isole carcere” (224 pagine, 23 euro), pubblicato dalle edizioni Gruppo Abele. Analisi storico-geografica ampia e molto documentata, dopo decenni di ricerche, l’opera di Calzolaio racconta quasi trecento isole-carcere del mondo, un terzo delle quali sono ancora operative. Non un semplice censimento, ma ragionamento e riflessione su pena e reclusione, sulla ragion d’essere di certi penitenziari, senza disdegnare riferimenti storici, cinematografici, letterari. Ecco il preambolo. 

Un’isola non è, per natura, una prigione. Sopravvivere e riprodursi in un ecosistema circondato da acqua o in un ecosistema sulla terraferma è diverso per ogni animale, ma gli adattamenti biologici e le migrazioni hanno reso il pianeta ricco di biodiversità, coevoluto attraverso il contributo di innumerevoli forme di vita e specie. Le isole, in particolare, hanno determinato originali selezioni di specie e, tuttavia, nel lungo corso dell’evoluzione umana, non hanno costituito ecosistemi a sé stanti né per il genere Homo né per la specie Homo sapiens.

Le culture umane hanno manifestato la capacita di imitare il contesto ambientale, di “usare” la specifica barriera intorno a ogni isola anche per isolarsi o per isolare propri simili, facendo diventare nel secondo caso l’isola un luogo di detenzione per altri, una prigione, un carcere. Questo uso rompe la discontinuità propria dell’isolamento geografico e, per altri versi, la raddoppia, la determina per chi ci va o vi viene lasciato. Ecco i fenomeni dell’isolazionismo e dell’uso penale della condizione d’isolamento su isole: il doppio isolamento. Ogni umano è diventato doppiamente isolabile dagli altri! L’isola è un ecosistema di isolamento genetico ed evoluzionistico divenuto, per umana attività, anche isolamento detentivo, civile e sociale.

Isolare o isolarsi e muoversi per staccare o staccarsi dal contesto precedente. Una certa capacita di movimento, più o meno consapevole, di camminare, nuotare, navigare, volare, e poi sopravvivere in un ecosistema diverso, di trasportare o essere trasportati, di fuggire o deportare caratterizza differenti gradi della capacita di migrare, anche nelle e dalle isole. Tale capacita è poi dipendente dalla geografia e dalla storia della presenza di Homo sapiens sul pianeta, premessa indispensabile alle scelte di isolamento detentivo insulare, soprattutto se consideriamo il ruolo cruciale delle coste e del mare nell’evoluzione.

Per l’umanità attuale il mare resta barriera, spartiacque, trans-frontiera, orizzonte e confine a 360 gradi. Molto contano, quindi, l’ampiezza del tratto di mare fra confinanti e confinati, la distanza fisica fra potere sociale che sceglie di deportare (che ne ha forza e capacità) e individuo-individui isolati, anche oggi che vi è ampissima capacita della specie umana di cambiare residenza (sebbene non per tutti i suoi singoli individui) ma che viene violato il diritto di restare e non adeguatamente garantita la libertà di migrare.

La metafora dell’isola come prigione ha, pertanto, una sua lunga vicenda culturale e innumerevoli fonti letterarie. C’è una millenaria storia umana di isolamento su isole di sapiens da parte di altri sapiens (e talora sulle isole non siamo vissuti solo noi sapiens, visto che a Nasso transitarono certamente anche i Neandertal, grazie all’abbassamento del livello marino durante le ere glaciali), almeno da quando facciamo gruppo, da quando navighiamo, da quando siamo stanziali, da quando siamo conflittuali con altri gruppi umani sapienti. Le vere e proprie carceri, anche sulle isole, vengono dopo, solo qualche secolo fa. Prima le pene e le detenzioni erano tutt’altra cosa e, del resto, su un’isola non c’era nemmeno strettamente bisogno di muri e celle per evitare fughe.

Qualche carcere su piccole isole c’è ancora, anche se molto meno che in passato e, certo, alla prova della storia e della geografia, la parola d’ordine per il presente e per il futuro dovrebbe essere: mai più detenzione in una piccola isola! Visto che sono concentrati di biodiversità, di specie endemiche e di specificità delle culture umane (più separate che altrove, ma non meno stratificate e meticce) suggeriamo piuttosto di organizzare nei prossimi decenni altri parchi e musei nelle piccole isole, ove magari si trasmettano le memorie di quando avevano funzione pure di isolamento detentivo.

Riflettiamo intanto ora, in modo sperimentale, meditato e comparato, sulla geografia e sulla storia delle isole carcere. Proporremo poi, nella parte seconda, alcuni esempi dettagliati e, nella terza, una prima accurata e motivata selezione delle isole carcere esistite al mondo. Chiunque desideri partecipare al completamento della ricerca con osservazioni e integrazioni può farlo attraverso la pagina online https://shortest.link/1Yqy, oppure contattando l’autore all’indirizzo mail calzolaiov@gmail.com.

È possibile ordinare questo e altri libri presso Dadabio, qui i contatti

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