Pereira de Almeida, dramma politico di una (non) appartenenza

“Può un dramma interiore aspirare a diventare politico?” Ci sono domande la cui risposta a volte appare nella necessità della domanda, quasi a suggerire che ciò che andiamo cercando è la ricerca stessa. Forse è l’accorgersi che il corpo ha anche una valenza politica, prendendo la parola in un contesto pubblico, a fare di una biografia personale lo spirito di un’epoca. Come ha fatto Djaimilia Pereira de Almeida nel suo coraggioso memoir “Questi capelli”

Tra le autrici dell’attuale panorama portoghese, Djaimilia Pereira de Almeida ha saputo, insieme ad altre scrittrici che negli ultimi anni hanno evidenziato l’urgente esigenza di riflettere sull’influenza della colonizzazione, come Dulce Maria Cardoso, Isabela Figueireido, Lídia Jorge, non solo riportare alla luce gli abissi dimenticati del colonialismo sul continente africano, ma anche e soprattutto farsi testimone di una profonda insofferenza nei confronti di un mondo di valori che di quel colonialismo rappresenta l’eredità più ostinata e deleteria, un’insofferenza che diventa al tempo stesso la creazione di un nuovo sentire, di un mondo nuovo a partire dal quale pensare le relazioni interculturali.

Nata in Angola nel 1982 e cresciuta in Portogallo, Djaimilia Pereira de Almeida è figlia di due culture diverse, quella africana e quella portoghese, esattamente come Mila, la narratrice in prima persona di questo coraggioso memoir dal titolo Questi capelli (160 pagine, 15,90 euro), edito da La Nuova Frontiera, un connubio delicato di autobiografia, finzione letteraria e saggistica, con quel tratto sofisticato che ho sempre ammirato molto nella scrittura di questa scrittrice e che la traduzione di Giorgio de Marchis e Marta Silvetti ha reso alla perfezione.

Deformazioni

Due culture, continenti, mondi che parlano la stessa lingua ma declinata in sfumature tra loro distantissime.
La storia delle relazioni tra questi due continenti attraversa la storia dei capelli crespi di Mila, quei capelli a cui il titolo fa riferimento, e che nella vita della protagonista (alias autrice) sono sempre stati un problema. Perché, come viene chiarito fin dalle prime pagine, “non ci sarebbe nulla da dire se i miei capelli non fossero un problema” e quello che all’inizio viene descritto come il rischio di un’”intollerabile frivolezza” nel voler proporre la biografia di un capello è in realtà la presa di coscienza dell’unicità delle proprie “deformazioni”. È proprio quel capello crespo e spettinato, impettinabile e così diverso da quello delle altre ragazze, a distinguere Mila dalla famiglia portoghese di origine paterna con cui trascorre l’infanzia in Portogallo, e a nulla valgono gli sforzi per mimetizzarsi all’interno di una famiglia dove l’affetto è mescolato al pregiudizio e qualsiasi tentativo volto ad addomesticare quella particolarità si traduce in un calvario quotidiano di lozioni che irritano il cuoio capelluto e di pettinature che non sopravvivono alla guerra notturna con i cuscini.

L’origine di una chioma

Segue una vera e propria biografia dei capelli di Mila attraverso la narrazione delle sue esperienze di vita dall’infanzia alla gioventù, delle interminabili visite ai saloni di bellezza, situati oltre i confini della Lisbona “rispettabile”, quelle crociate condotte in nome della disciplina delle chiome a cui si susseguono periodi di totale noncuranza per i capelli.

Sono proprio questi ricordi frammentati e incompleti, infedeli come sa esserlo la memoria, a chiarire agli occhi di Mila che il “completo oblio” per i suoi capelli significa anche dimenticare se stessa e le sue origini, che quella “responsabilità condivisa” dei suoi capelli, che i parenti vorrebbero rendere più aderenti al canone di bellezza europeo, altro non è se non una forma di controllo nei confronti di un elemento, e di un corpo, che disturba.

Ontogenesi

A poco a poco la scrittura assume sempre di più un valore terapeutico nel ricostruire i frammenti di un’identità perdura, e anche la lettura si fa più lenta e attenta per accompagnare l’autrice nel suo processo di scrittura, che continuamente svela e nasconde prendendo a prestito una memoria instabile. A sorprendere Mila è “una coincidenza tra ciò che sono e la narrazione della mia origine”, è la capacità di una narrazione “ellittica” di fondare l’”ontogenesi” di un individuo che ha scelto di dimenticarsi delle proprie origini e che ora, invece, è caparbio nel ricostruire. E così, alla colpa per la sua “esasperante ignoranza dell’Africa” si aggiunge la frustrazione, la disillusione e la vergogna di non riuscire a sopprimere ciò che la contraddistingue dalla parte portoghese della famiglia; una vergogna, quella di Mila, che diventa “carenza morale” nella misura in cui l’estetica, il canone di bellezza europeo, tramuta in moralità, in un sistema di regole, quindi, dinanzi al quale un soggetto è chiamato a confrontarsi.

Identità

Resta da chiedersi su quali basi costruire e ricostruire una storia personale che permetta di rispondere alla domanda “chi sono” e di liberarsi una volta per tutte di quello “straniamento” e di quella precarietà nel riferirsi ad un “io” che non può rimanere un “dittongo imparato su un abbecedario”. Ci imbattiamo in una voce narrante nostalgica per un “io” che avrebbe potuto essere e che rimane in potenza, conteso tra una caricatura a metà tra “un’angolana che più finta non si può” e una “portoghesina”; un “esotismo”, usando le parole di Mila/Djaimilia, che può dissolversi solo interiorizzando le differenze che la separano dalle persone con cui vive.

La vita di Mila è una di quelle storie che sei grata siano entrate nella tua vita, con quell’imprevedibilità con cui ci sorprendono i libri, perché ha il sapore anche della tua adolescenza, di quando chiudevi un bel libro e sapevi che il tuo mondo non sarebbe più stato lo stesso e con la stessa convinzione sentivi che anche il mondo là fuori poteva cambiare dopo aver letto quella storia.

«Un giorno questo libro mi nutrirà» si dice Mila ad un certo punto, e lo penso anche io. Perché i grandi libri ci mostrano qualcosa che ignoravamo e che poi diventa parte di noi, e nessuno potrà più togliercelo. Questo libro di equilibrismo tra appartenenza e senso di perdita, tra identità e oblio, mi ha dimostrato ancora una volta quanto la scrittura ci fondi e ci sostanzi nella nostra intimità. Non posso non ricordare una citazione di una scrittrice che mi è molto cara: non trovo parole più belle e più vere per testimoniare questa condizione d’animo di esilio che oggi ci riguarda più che mai.

«Percepire noi, il nostro esserci, giorno per giorno, non importa in quale angolo del mondo ci si trovi. Noi desiderosi di osservare la realtà intorno, ma anche liberi abbastanza di fantasticarne tutt’altre. Noi impegnati a saper essere dimora a noi stessi, perché è in quel saperci offrire rifugio la fonte primaria di qualsiasi creatività. Lì, e lì solamente, fare casa». (Lisa Ginzburg)

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