Gli indoeuropei di Haarmann, la storia attraverso la linguistica

Con “Sulle tracce degli indoeuropei” Harald Haarmann fornisce un quadro aggiornato riguardo l’origine della lingua indoeuropea, da cui sono derivate la stragrande maggioranza delle lingue parlate oggi nel Vecchio Continente (e non solo). Argomenti proposti in una forma accessibile, sotto forma di racconto avvincente, ricco di dettagli e sorprese

Chi immagina la Storia come qualcosa di cristallizzato, come una verità ormai acquisita, cade in errore. Vero è che così ci fanno credere a scuola, sin dalla più tenera età, dove la materia ci viene presentata come una linea retta, indubitabile, sicura, che parte dagli uomini primitivi per arrivare fino ai nostri giorni. Invece, la Storia è in continua evoluzione, come qualsiasi disciplina che adotta il metodo scientifico. La Storia si arricchisce di nuove scoperte giornalmente, di documenti e testimonianze inedite, di strumenti di indagine moderni. E si avvale dell’interazione di altre discipline, apparentemente lontanissime: gli storici oggi percorrono strade inimmaginabili fino a qualche anno fa. Un tempo la Storia – soprattutto quella più antica – si basava su documenti e reperti archeologici. Oggi, invece, si avvale di una serie di avanzati strumenti tecnologici e discipline relativamente nuove come la genetica, per dirne una. Ma si avvale anche di discipline che negli ultimi anni hanno subito un’evoluzione assai significativa: è il caso della linguistica.

Contaminazioni

Ed è proprio sulla lingua che si concentra lo studioso tedesco Harald Haarmann, autore del poderoso saggio dal titolo Sulle tracce degli indoeuropei (402 pagine, 27 euro) edito in Italia da Bollati Boringhieri con la sapiente traduzione di Claudia Acher Marinelli. Haarmann ci fornisce un quadro aggiornato riguardo l’origine della lingua indoeuropea, da cui sono derivate la stragrande maggioranza delle lingue parlate oggi nel Vecchio Continente (e non solo). E quando si parla di lingue, si parla di cultura. E se ci si rifà ad una lingua che ne soppianta un’altra, si sta parlando di espansioni, di guerre, di conquiste, di contaminazioni biologiche, scientifiche e culturali.

Punti fermi

Ieri come oggi, migliaia di anni fa come qualche secolo addietro, quando un gruppo si impone su un altro, lo fa anche attraverso l’uso della lingua. Pensiamo a cosa è successo con il greco o il latino durante l’era classica, pensiamo a cosa è successo con l’inglese o il francese, in tempi più recenti. Come la scienza ci insegna, non è il caso di parlare di verità definitive, ma Haarmann in questo volume fissa alcuni punti fermi, questioni ormai risolte dopo decenni di discussioni accademiche e strumentalizzazioni ideologiche (la superiorità tecnologica degli indoeuropei, per esempio, che ha finito per giustificare il dominio europeo sugli altri continenti con innumerevoli storture, su tutte quella dei nazisti “eredi” degli ariani).

All’epoca del grande disgelo, durante il X e il IX millennio a.C. la regione (la steppa meridionale russa, ndr) era ricca d’acqua. Poi iniziò un graduale prosciugamento, in seguito al quale fino al VII a.C. si formarono le tipiche fasce di vegetazione della Russia meridionale e dell’Ucraina: steppa e steppa boschiva. Nelle foreste attraversate dai fiumi della regione settentrionale le condizioni di vita dei protouralici non mutarono in modo rilevante; mantennero la loro cultura tradizionale di cacciatori, pescatori e raccoglitori. I protoindoeuropei del Sud, invece, subirono un mutamento fondamentale delle proprie abitudini: i cacciatori mesolitici si trasformarono in allevatori nomadi.

La teoria secondo la quale vi sia una stretta parentela, o meglio un’origine comune, tra le lingue parlate in Europa, in India e nel Medio-Oriente è iniziata a circolare nel XVIII secolo e il suo sviluppo, che via via ha trovato molti sostenitori, perdura. L’ipotesi di una “razza” di nomadi neolitici, i primi ad addomesticare i cavalli e probabilmente anche gli inventori della ruota e del carro, è stata avanzata dall’archeologa e linguista Marija Gimbutas. La studiosa lituana (naturalizzata statunitense) individuò nelle steppe eurasiatiche la patria natia – la Urheimat – di questo gruppo di intraprendenti pastori-cacciatori-raccogliatori-guerrieri che spinto probabilmente dall’inasprimento del clima e dalla necessità di trovare pascoli per il loro bestiame (e prede da cacciare), allargò il proprio dominio in ogni direzione, invadendo terre fino a quel momento abitate da più pacifici agricoltori, come gli Etruschi o i Sicani, giusto per citare due esempi che ci riguardano da vicino.

Una moltitudine di lingue

La lenta commistione (altro che razza pura!) è durata millenni e ha portato alla dissoluzione del protoindoropeo: i pastori-cacciatori-raccogliatori-guerrieri del Neolitico pian piano divennero stanziali, acquisirono le tecniche di coltivazione dei contadini che occupavano la regione mediorientale e quelle mediterranee (i cosiddetti popoli paleoeuropei), e come tutte le elite imposero molte delle loro abitudini e delle loro tradizioni culturali, compresa la lingua che inevitabilmente finì per trasformarsi in una moltitudine di lingue, differenziandosi localmente, generazione dopo generazione, alla stregua di ciò che è successo con il latino imposto dai romani come idioma ufficiale e che nel corso di pochi secoli ha dato vita a tutte le lingue neolatine.

Le invasioni barbariche

Gli Indoeuropei non erano un gruppo compatto e omogeneo, e non arrivarono nel corso di una sola ondata migratoria. Gli spostamenti, le commistioni, gli scambi culturali sono stati costanti e continui: il fatto è che noi conosciamo soltanto quella parte di storia che ci è stata tramandata dopo l’invenzione della scrittura, storia che con Erodoto è diventata racconto documentato del passato, e che ad altre latitudini ha assunto le sembianze del Mito. Ma l’invasione – volendo utilizzare un termine molto usato nei nostri testi scolastici – è iniziata tra il quinto e quarto millennio prima dell’era cristiana. I barbari (letteralmente “stranieri”, appartenenti ad una civiltà diversa, sconosciuta) che penetrarono nell’Europa occidentale, contribuendo al disfacimento dell’Impero Romano, rappresentano sola la più recente di quella spinta migratoria indoeuropea che nel frattempo si era allungata in quasi tutto il mondo conosciuto prima della scoperta delle Americhe ad opera di Cristoforo Colombo.

Attraverso lo studio delle lingue antiche e moderne, con l’aiuto dell’archeologia e della genetica, negli ultimi decenni gli esperti hanno ridisegnato il quadro d’insieme che Haarmann ci propone ora sotto forma di racconto avvincente, ricco di dettagli e sorprese. Come, per esempio, quella che riguarda il teatro o le istituzioni democratiche elleniche, probabile retaggio dei paleoeuropei, di quegli uomini che vissero in Grecia prima dell’arrivo degli indoeuropei. Oppure il mistero delle mummie di Urumqi, altri indoeuropei che anziché seguire il flusso verso occidente si spinsero fino alla Cina.

Ultima nota, il linguaggio adoperato dallo studioso tedesco: pur trattando una tematica che talvolta necessità dell’uso di termini tecnici, la forma risulta accessibile a tutti, come è giusto che sia per un volume che può e deve essere considerato altamente divulgativo.

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