Sesso, humour, fallimenti: il super scrittore ebreo di Updike…

Un ritratto beffardo dell’America letteraria ed editoriale in “Vita e avventura di Henry Bech, scrittore” di John Updike, raccolta di racconti scritti nell’arco di quattro decenni su uno scrittore, non un alter ego, che è la quintessenza dei migliori romanzieri americani del Novecento. Henry Bech è ebreo, istrionico, anarchico; dopo il successo dell’esordio tante delusioni. Ma, a sorpresa, vince il Nobel… 

In copertina ci sono i nomi di due fantastici scrittori, John Updike ed Henry Bech, per molti versi due autori complementari. Updike, maestro di realismo psicologico, spaventosamente bravo e versatile («studente perfetto da dieci e lode» lo chiamava Vonnegut, quando si scrivevano lettere); prolifico e sparpagliato, nel tempo, tra i cataloghi di varie case editrici italiane, Updike non ha mai goduto della giusta fama entro i nostri confini, ma uno come Philip Roth, che era certamente un suo rivale – oltre che, a lungo, un suo amico, fino a una certa recensione di Updike – non esitava a definirlo «il maggiore uomo di lettere del nostro tempo». Henry Bech, classe 1923, americano, ebreo non praticante, padre in tardissima età, e più o meno contemporaneamente vincitore del Nobel, è una creatura di carta, mai esistita, di cui però possiamo leggere estratti inediti di pagine di diario, la bibliografia completa delle opere narrative pubblicate in volume, di racconti su riviste e di articoli. Tutto minuziosamente immaginato da Updike, che dagli anni Sessanta ai Novanta ha scritto a più riprese di questo “collega”, una ventina di racconti scintillanti, con una premessa, una lettera di Bech ad Updike, per chiarire subito cosa c’è dietro questo autore immaginario, ispirato ai maggiori autori statunitensi, cioè quelli della letteratura ebraico-americana (Bellow, Singer, Salinger, i due Roth, Philip ed Henry, Malamud, Mailer, per varie ragioni) premiato con il Nobel «perché c’era chi temeva che un americano più credibile potesse vincere».

Vecchie e nuove traduzioni

Vita e avventura di Henry Bech, scrittore (631 pagine, 24 euro) è il libro di cui stiamo parlando, un libro capace, se non bastasse Coppie, bestseller del 1968, a proiettare John Updike ben oltre il consueto recinto della Tetralogia del Coniglio, i quattro romanzi sempre citati quando si parla di Updike, ma che non sono opere esaustive del suo talento e della sua grandezza, lui è ben più eclettico (si vedano in questo senso i suoi saggi). Pubblicato dalla casa editrice Sur, riprende le traduzioni storiche di Stefania Bertola e Attilio Veraldi (giallista, oltre che traduttore; i primi racconti con Beck protagonista videro la luce per l’editore Feltrinelli), affiancandole a quelle di Lorenzo Medici, che si è occupato di rendere in italiano il materiale ancora inedito e di rivedere le precedenti traduzioni.

In giro per il mondo

Amori, paure, vezzi, abitudini, successi, soprattutto l’esordio (Viaggiare leggeri), e delusioni (i libri seguenti), Henry Bech sperimenta tutto quel che è possibile sperimentare, grande scrittore ebreo, gira il mondo come una sorta di ambasciatore culturale, partecipando controvoglia a varie conferenze, specie quando non ha grandi idee da trasformare in storie. Emerge un ritratto beffardo dell’America letteraria ed editoriale, degli scrittori americani del secondo dopoguerra – isolati come Salinger ed Henry Roth, sciupafemmine e polemici come Philip Roth – fra scaramucce e ripicche, tra critiche alle scuole di scrittura creativa, come anche all’ondata del postmoderno e alle influenze del web e del marketing sulla scrittura (chissà cosa avrebbero pensato Updike e Bech dell’intelligenza artificiale…). Bech risulta istrionico, irresistibile, anarchico, lontano dall’impeccabile wasp Updike, per chi ancora fosse convinto che Henry Bech fosse addirittura un alter ego di Updike.

Acume e dettagli

In queste pagine spiccano sesso e fallimenti amorosi, establishment letterario e mondanità, ma non solo, più nascosti, vengono a galla i temi capitali della vita, si inanellano felicemente, con grande controllo della pagina, in Vita e avventure di Henry Bech, scrittore. Ogni piccolo particolare è reso con acume e con senso del dettaglio, ora con amarezza, ora con ironia, ora con pathos. Come quando pronuncia il discorso per l’accettazione del Nobel con in braccio Golda, la figlioletta di dieci mesi, e spiega fra l’altro:

Ho passato la vita a curarmi solo del mio meteo interiore e di ciò che mi stava vicino.

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