Uno scrittore sincero, autentico, e il suo quarto libro. “Splendeva l’innocenza” di Roberto Camurri racconta crisi e traumi collettivi di una generazione attraverso una vicenda individuale, quella di un quarantenne alle prese con il ricordo di un amore perduto, con un amico sempre sull’orlo della distruzione, con l’eredità del G8 di Genova del 2001. Una storia struggente che lascia tante domande addosso
Roberto Camurri è uno dei volti migliori dell’avventura editoriale di NN, che festeggia dieci anni. È una figura che rende pienamente il senso dell’azione di una casa editrice nuova, fresca, agile nella struttura, ma efficace nel percorso virtuoso che è riuscita a costruire su una pietra angolare chiamata Kent Haruf e che è andata oltre, coinvolgendo alcuni dei più bei nomi della narrativa nostrana, da Tommaso Pincio ad Antonella Cilento, da Antonio Franchini ad Andrea Donaera, da Laura Pariani ad Andrea Tarabbia, e facendo conoscere in Italia alcune stelle del panorama internazionale, tra cui, su tutte Jesmyn Ward, senza dubbio una delle voci più importanti della letteratura contemporanea, destinata a restare. Chi si fida delle proposte di NN conosce bene Roberto Camurri dal suo esordio, A misura d’uomo. Chi scrive ha avuto la fortuna di incrociare l’autore proprio alle prime battute della sua avventura editoriale, quando a Palermo, nell’ambito del Festival delle letterature migranti, partecipò alla presentazione del debutto che era moderata da un paio delle firme di questo sito. In quell’occasione Roberto Camurri si dimostrò spigliato, sincero, senza sovrastrutture, e la sua scrittura continua a dire che è rimasto lo stesso, che non è cambiato. Già questi sarebbero buoni motivi per dargli fiducia, ma ce ne sono altri.
Un doppio senso di colpa
Gli aveva raccontato come si sentiva, le contraddizioni che gli attorcigliavano lo stomaco. L’ambizione di voler fare qualcosa per questo mondo che stava prendendo una direzione sbagliata. la consapevolezza di essere troppo piccolo e vile per incidere davvero.
Cambiare il mondo. Dirlo ad alta voce lo faceva sentire uno stupido, un ingenuo.
Splendeva l’innocenza (177 pagine, 17 euro) è il suo quarto libro che vede la luce in sette anni. In questo come negli altri suoi titoli gli riescono le cose difficili, i colpi a effetto; racconta un ragazzo che vive il primo vero amore («la pancia gli ribolliva come mare mosso»), che si misura con i brividi di un’estate indimenticabile, quella dei diciott’anni, e che vede nascere in seno qualcosa che assomiglia a una coscienza politica, complice il G8 di Genova del 2001, per molti uno spartiacque, fatto di sogni e orrori, di manifestanti pacifici e facinorosi antagonisti, di forze dell’ordine non all’altezza dei loro compiti nobili, senza gloria e coperti di fango nelle violenze perpetrate nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Camurri porta avanti questo racconto con grazia, con naturalezza e – qualcosa che lo differenzia da gran parte degli autori suoi contemporanei – riuscendo a essere credibile a ogni passo, autentico. Come quando racconta il doppio senso di colpa del protagonista, Luca: felice a letto con la sua ragazza il giorno dell’uccisione di Carlo Giuliani, e quello dopo vile e in fuga accanto a lei, mentre il suo migliore amico Alessio resta in balia dei manganelli delle forze dell’ordine, ai calci in pancia che gli sferrano gli uomini in divisa.
Senza Fabbrico
Una delle prime cose che salta all’occhio è che, in queste pagine, manca Fabbrico, paese «triste e magnifico» che proprio a Roberto Camurri ha dato i natali e il cui cuore pulsava nei tre precedenti romanzi. Non manca del tutto. La scena principale è a Monterosso, un piccolo centro ligure, nelle Cinque Terre, ma i genitori del protagonista Luca a un certo punto si trasferiscono lì, luogo d’origine della madre, «paese gettato a caso al centro della pianura padana». Nel borgo in cui vive, il quarantenne Luca – abile a isolarsi dal dolore e a difendersi dalle emozioni – gestisce il bar piuttosto vintage che gli ha lasciato il padre, sta con Giulia ma non fa che pensare a Valentina, l’amore perduto della gioventù, «la bellezza che gli era capitata in sorte» ventidue anni prima, adesso sposata e giornalista di una certa fama. Pietro e Alessio sono i suoi inseparabili amici da sempre, il secondo sta spesso in bilico fra la vita e l’autodistruzione e gli altri due, specie Luca (quasi a volere espiare certe sue colpe) provano a salvarlo, a tirarlo fuori dai guai.
Le cose infrante, di uno e di tanti
Gli torna in mente ogni cosa infranta.
Potrebbe bastare questo pugno di parole per trascinarci nel cuore di quello che aveva in testa Roberto Camurri prima di scrivere questo libro e che sembra esattamente quello che è riuscito a imprimere sulla carta, a marchiare a fuoco. Sentimenti e pensieri che da individuali si allargano, probabilmente, a una generazione che non avrebbe mai pensato di vivere le crisi e i traumi che ha attraversato nell’ultimo ventennio. In tanti, come il suo Luca, hanno provato a schivare la sofferenza, a far finta di non vedere, pur continuando magari a sentirsi inadeguati, irrisolti e in torto. Quei ragazzi hanno perso? Sono ancora in partita? Qualcuno di loro pensa addirittura d’aver vinto? Perdendo, e pagando ancora il conto, sono diventati adulti? Cos’è rimasto del sogno di costruire un mondo diverso e migliore? Tante domande, è vero, ma i libri belli, in genere, le lasciano addosso.
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