“Yonnondio. La storia degli Holbrook” di Tillie Olsen, un estratto

Ecco un’anticipazione di “Yonnondio”, da oggi in libreria, un romanzo di Tillie Olsen, già autrice di “Fammi un indovinello” (ne abbiamo scritto qui), entrambi pubblicati da Marietti. È la storia della famiglia Holbrook che poco meno di un secolo fa provò a credere nel sogno americano. Una lunga odissea con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni: dalle miniere di carbone del Wyoming a una fattoria in affitto nel Nebraska, fino ai quartieri miserabili di Omaha. Otto capitoli narrati dalla piccola Mazie, primogenita della famiglia, dalla madre Anna e da un narratore onnisciente

«Ha tredici anni, vero?» chiese Anna.

«Mi pare di sì. Va per i quattordici».

«Marie mi diceva che a Chris gli si spezzerebbe il cuore a saperlo. Voleva che per il figlio fosse diverso, che si facesse un’istruzione».

«Ah sì? Certo che questi forestieri ne hanno di idee strane».

«Oh, non lo so. Dice anche che vuole che le figlie si facciano suore, così non dovranno pensare a dove trovare da mangiare, o a fare figli».

«Be’, e a cos’altro dovrebbe servire una donna, sentiamo?».

«Dice che non vuole che tirino su una nidiata di marmocchi solo per vederli saltare in aria in miniera. Mi sa che l’ha presa proprio male… la morte di Chris. Le ha dato di volta il cervello. Parla sempre del suo vecchio paese, dei campi, di quello che credevano di trovare qui da noi – e poi conclude che è tutto sepolto nelle viscere della terra».

«Di’ un po’, si crede un poeta?».

«E poi parla del carbone. Dice che dovrebbe essere rosso, per far vedere alla gente il sangue che si sputa a cavarlo fuori».

«Basta con queste chiacchiere da femmine» disse Jim Holbrook, d’un tratto infastidito. «Me ne vado».

Suoni mattutini. Scalpiccio di stivali. La latta del pranzo che dondolava, tintinnava. Saluti urlati ai compagni operai dall’altra parte della strada. Sua madre che spegneva la luce gialla e con uno scricchiolio si infilava a letto. Tutti i suoni del mattino che si intrecciavano sopra il ricordo della sirena come un grazioso tappeto di fiori cresciuto su un orrendo cadavere. Mazie si riaddormentò.

Anna Holbrook era distesa nella posa immobile del sonno. Dentro di lei, come vermi, si agitavano i pensieri. Marie Kvaternick, i sogni di Chris per i ragazzi, l’attimo raggelante in cui la gola di ferro della sirena strideva il suo annuncio di morte, le donne che si riversavano dalle case per correre alla piattaforma di scarico. I suoi figli – Mazie, Will, Ben e il piccolino. Mazie con i suoi sei anni e mezzo a volte sembrava una donna. È colpa di questa vita, pensò; li fa crescere prima del tempo. Il ricordo dell’ultimo incidente le rimestava il sangue – si vociferava che il nuovo capo dei pompieri, il nipote del sovrintendente, non avesse mai fatto sopralluoghi per vedere se c’era gas. Ma agli uomini non importava? Non l’avevano mai dato a vedere. La sirena. D’un tratto le risalì da dentro una cupa voce maschile, un gemito ripetuto: «Oddio, Oddio, Oddio».

Il sole attraversò con la sua luce opaca la finestra della baracca di tre stanze, guizzando sul viso di Mazie, filtrando fino a dove Anna Holbrook era china sulla tinozza. Mazie si svegliò di soprassalto; il neonato piangeva. Barcollò verso la cassetta di legno che lo conteneva, se lo avvicinò al corpo per scaldarlo. Poi si vestì, gli cambiò il pannolino con uno dei vecchi sacchi della farina che sua madre teneva apposta da parte ed entrò in cucina.

«Ma’, che c’è da mangiare?».

«Caffè. È sulla stufa. Sveglia Will e Ben e non mi scocciare. Devo lavare i panni».

Poco dopo. «Ma’?».

«Sì».

«Che vuol dire farsi un’istruzione?».

«Farsi un’istruzione?». La signora Holbrook emerse dal vapore che risaliva dalla tinozza e con l’acqua saponata che le gocciolava dalle mani rosse si avvicinò a Mazie, sovrastandola, imponente. «Ve la farete anche voi, un’istruzione. Significa restare con le mani bianche, leggere libri e lavorare in un ufficio. Adesso va’ a prendere gli altri e fila via. Ma non ti allontanare troppo, se no ti rompo la testa».

Mazie era distesa sotto il sole cocente del Wyoming, tra la latrina e il mucchio dei rifiuti. Non c’era altro posto dove potersi stendere, perché l’unica chiazza di verde in cortile era tra quei due punti. Da terra si alzava un odore nauseabondo. Gli scarti del cibo marcivano ammucchiati lì da anni. Mazie si sforzava di tenere alla larga le cose che sapeva a metà, o non sapeva affatto. «Io sono Mazie Holbrook» disse sottovoce. «So un sacco di cose. So cambiare un pannolino. So raccontare storie di fantasmi. So tantissime parole. Piattaforma di scarico. Istruzione. Pulviscolo di carbone. Sovrintendente. Il mio papà può stracciare chiunque in questa città. Certe volte la sirena suona e tutti si mettono a correre. Le cose mi soffiano tra i capelli, leggere come la risata di un bambino». Le tremò in testa una frase: «Viscere della terra». Rabbrividì. Era misteriosa e terribile. «Viscere della terra. Vuol dire la miniera. Le viscere sono la pancia. La terra è come una pancia, e forse mangia gli uomini che ci scendono dentro. Papà e gli altri uomini entrano chiari come il giorno ed escono neri. La terra è nera, la faccia e le mani di papà sono nere, ed è nero anche quello che sputa dalla bocca. È nera la notte quando arriva. È nero il carbone – ci si accende il fuoco. Anche il sole mi accende il fuoco addosso, ma non è nero. Di che colore è non lo so» disse pensosa, «ma un giorno lo imparo di sicuro. Papà dice che là sotto il fuoco lo accendono i fantasmi. Come quello che ha portato via la faccia a Sheen McEvoy e adesso è tutto rosso. Lo ha fatto impazzire. Fra un po’ viene la notte e tutto diventa come sottoterra. Potrei trovarci del carbone. E poi spunta una lucina come quella di papà, ma in cielo. Mamma sembra sempre lì lì per sentire qualcosa. Il fischio della sirena. Papà dice che sono i fantasmi che se la ridono perché hanno tirato un pugno a qualcuno nella pancia o in testa. È così che è successo a Chris. Quello che cantava le canzoncine divertenti. Era un forestiero. Le viscere della terra, è laggiù che l’hanno messo. Hanno detto che era morto. Forse è per il carbone, per farne di più. Questa è una cosa che non so. Arriva il giorno e poi arriva la notte, e fischia la sirena e arriva il giorno di paga. Come i carrelli che scorrono sulla piattaforma – uno di seguito all’altro. Forse dentro sono nera anch’io… Le viscere della terra… Le cose che so e che non so… Il sole sopra di me e sotto la terra…». (continua in libreria…)

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