Dopo lo schianto della sua astronave l’alieno mutaforma Mumu si radica sulla terra e colleziona prede umane, fra sesso e cannibalismo. È un flusso di sofferenza “In Forme” del sudcoreano Dolki Min, in cui la crisi esistenziale dell’extraterrestre serve a raccontare l’insulsa necessità della catalogazione. Continua con questo articolo la rubrica “Le porte di Tannhäuser” (il logo è dell’illustratore Salvatore Garufi), dedicata al genere letterario della fantascienza. Non perdetela di vista…
Leggo In Forme (156 pagine, 20 euro) di Dolki Min, tradotto da Lia Iovenitti per Add editore, e la mia colonna sonora diventa Nuda e senza seno di Alberto Fortis: “E insieme al seno tuo ci voglio fare/un’insalata con un po’ di fieno […] e voglio fare un’insalata con quello che ti ho tagliato/mista a un po’ del cuore mio”. I due della canzone si svegliano – si presume dopo una notte insieme – e il protagonista sente l’impellente esigenza di cibarsi del seno della donna, con un po’ di insalata di fieno. Laddove il testo di Fortis diventa poi fascinosamente imperscrutabile – nel pezzo a un certo punto appare anche un mucca -, si radica invece sulla Terra la vicenda dell’alieno Mumu, un mutaforma rimasto sul nostro pianeta dopo lo schianto della sua astronave. L’essere adatta il suo corpo alle preferenze delle prede umane, agganciate sulle app di incontri per sessioni di sesso che, salvo rare eccezioni, si concludono con l’uccisione e il consumo delle carni. C’è una lunga letteratura – scientifica e non – sul cannibalismo sessuale che permette ai partner femminili di assimilare i corpi dei compagni per sfruttarne l’energia destinata a produrre un numero maggiore di uova. Facile ricordarsi della mantide religiosa, ma anche polpi e ragni si possono comportare allo stesso modo, arrivando ad azioni che – da una prospettiva umana – valuteremmo molto violente come lo strangolamento.
Dalla parte del carnefice
E così anche per comprendere le azioni dell’alieno Mumu bisogna porsi su prospettive molteplici, che certamente non si riconducono alla prosecuzione della specie, ma semmai al suo superamento. Il racconto di Dolki Min è un flusso di sofferenza che sta dalla parte di un carnefice: Mumu è un serial killer che articola la sua esistenza sul disagio di esistere, di abitare questa umanità. Ci rende compartecipi e complici della sua mattanza mentre invoca il riconoscimento dell’infinita varietà della specie. È un mutaforma che incarna tutte le questioni irrisolte dell’identità di genere e delle sue costruzioni artificiose – si trasforma come vuole, ma comprende subito che tra gli umani sono le donne a portare il triste fardello del «dover essere e doversi comportare» in un certo modo -, comprendendo come un «uomo può camminare come gli pare – scrive – mentre una donna deve camminare da donna […] distinguere lo stile di camminata femminile da quello maschile è complicato, perché si tratta di costruzioni mentali». Mi ricorda la conclusione di un documentario indipendente visto nel 2016 – si chiama Al di là dello specchio di Cecilia Grasso -: alla fine le protagoniste si travestono e si abituano a muoversi da uomini e affrontano gli spazi urbani e le persone che li vivono, rendendosi conto di quanto il loro “passo” modifichi la percezione che ne hanno gli altri e anche la loro confidenza con l’esterno. Mumu è appunto un concentrato del corto circuito della nostra società sui corpi e sulle identità: alterna momenti splatter nelle devastazioni degli esseri umani e nel loro consumo a riflessioni irrisolte sulla vita sulla terra che dal cosmico s’attaccano come ulcere all’umano.
La costrizione dei corpi
Per gli appassionati delle etichette – che da queste parti usarle pare un paradosso – si può certamente identificare come un romanzo queer che utilizza la crisi esistenziale di un alieno veramente sin troppo umano per raccontare la costrizione dei corpi, l’insulsa necessità della catalogazione. Gli omicidi – con annesso il massacro e il trionfo delle carni che costellano la beffarda costruzione del romanzo – diventano una specie di inno alla liberazione. Infatti, se altrove la violenza può essere considerata un metaforico strumento politico di rivolta, qui invece suggerisce un atto mentale di resistenza alle soverchierie di una realtà oppressiva, una specie di sfogo iperbolico – un ring verbale dove tutto è consentito – per vendicarsi, almeno ipoteticamente, del mondo. La creatura aliena è costretta a strisciare, a camuffarsi, teme continuamente di essere scoperta e additata, uccisa e malmenata, e non ci vuole una grande lettura interpretativa per comprendere quanto si tratti di situazioni certamente comuni a tantissime persone (anche all’autore): «se tu facessi un po’ meno schifo, verrei a darti una mano» – si legge in un passaggio. Ferite alla memoria che non si cancellano: «Devo aver rimosso i frammenti di ricordo come si estrae una spina dalla pelle», si legge da un’altra parte. La risposta è il sentirsi informe più che mutaforma – condizione già ben espressa dalla copertina – così come raccontano le illustrazioni interne dello stesso autore al suo primo romanzo che si firma come Dolki Min, pseudonimo dell’artista che vive in Corea del Sud.
Una menzione
Una menzione di merito alla casa editrice Add Editore che da qualche mese, nell’ambito della collana Asia, sta traducendo alcuni horror asiatici contemporanei di grande valore, come il lovecraftiano Il mare infetto di Kim Bo-young e la splendida raccolta di racconti dell’orrore cinese Sinofagia curata da Xueting C. Ni. Da tenere d’occhio.
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