Nell’Argentina dei colonnelli una giovane militante montonera finisce in un programma governativo, obbligata a diventare l’amante di alti ufficiali e delle loro mogli; scarcerata ed espatriata, viene vista come una traditrice dagli ex compagni. È la storia di Silvia Labayru che Leila Guerrero racconta ne “La chiamata. Storia di una donna argentina”. Tra crudezza del passato e calma del presente…
Allora, per un certo tempo, ci dedichiamo a ricostruire le cose che sono successe, e le cose che erano dovute succedere perché quelle cose succedessero, e le cose che non sono successe perché successero quelle altre. Alla fine, al momento di andare, mi domando come si senta lei quando l’eco della conversazione si spegne. Mi rispondo sempre allo stesso modo: “C’è il gatto, presto arriverà Hugo”. Ogni volta che la rivedo non sembra desolata ma piena di determinazione: “Devo farlo, e lo farò con te”. Non gliene chiedo mai il motivo.
Con questo paragrafo, ripetuto più volte durante la narrazione, Leila Guerrero ha fatto come quegli antichi mappamondi che avvisavano i naviganti: da qui in poi ci sono i mostri, i draghi, il pericolo, bisogna fare attenzione.
I mostri sono quelli di Silvia Labayru, protagonista de La chiamata. Storia di una donna argentina (456 pagine, 23 euro), edizioni Sur, traduzione di Maria Nicola.
Limbo carcerario
Questa donna argentina è Silvia Labayru, oggi sessantenne, sempre impeccabile nel vestire. Fa la spola tra la Spagna e Buenos Aires, segue intensamente il Real Madrid e ama passare le giornate a leggere. Silvia è tante altre cose e nessuna: tra il 1976 e il 1978 ha passato le sue giornate nel limbo carcerario della Escuela Mecanica de Armada (ESMA), il più grande centro di detenzione illegale e segreto allestito durante il Processo di Riorganizzazione Nazionale dell’Argentina dei colonnelli, dove è entrata incinta e dove ha partorito sua figlia sopra un tavolo. Giovanissima militante montonera proveniente da una famiglia di militari, durante la prigione era entrata nel programma governativo “recuperación”: alcuni prigionieri politici venivano usati per servire la dittatura. Per tutti gli altri, dopo la tortura con il pungolo e gli stupri, c’erano i voli della morte. La chiamata del titolo è quella fatta a suo padre da un ufficiale suo carceriere che, involontariamente, le ha salvato la vita. Nessuno dei suoi carcerieri sapeva infatti che era figlia di un militare.
Perché?
Desaparecida a tutti gli effetti, è stata obbligata a essere amante di alti ufficiali e delle loro mogli, obbligata a fingersi sorella di Alfredo Astiz, biondo infiltrato nel gruppo delle Madres de Plaza de Mayo, per una operazione che finì con l’uccisione di tre madri e di due suore francesi. Dopo la scarcerazione e l’espatrio in Spagna, l’amara scoperta di essere un’appestata agli occhi dei suoi vecchi compagni di lotta. Perché lei era sopravvissuta e altri no? Perché lei è viva e i nostri figli no? Per molti compagni esiliati e per le associazioni come quella delle Madres la sua salvezza è stata ottenuta in cambio di delazione e tradimenti. Dopo il carcere poi, una nuova vita, nuovi fidanzati, un altro figlio, un lavoro soddisfacente.
Leila Guerrero ha intervistato Silvia Labayru per un anno e sette mesi a partire dal 2021: ne è uscito un romanzo di auto-fiction fiume di 450 pagine in cui si intrecciano le voci di amici, parenti e vecchi compagni di lotta e quella di Silvia, in una Buenos Aires ancora flagellata dalla pandemia. L’apparente ritrosia iniziale della protagonista si dissolve in un lucidissimo e quasi freddo resoconto della detenzione e degli abusi subiti. La crudezza del racconto del passato quasi cozza con la calma alto borghese della Silvia del 2021, impegnata nella gestione di immobili in Spagna e preoccupata per la salute del suo cane.
Ambiguità e contraddizioni
Chi si aspetta una vittima perfetta si troverà davanti a una donna piena di contraddizioni, con una personalità complessa e ambiguità che emergono una volta dipanato il filo dei ricordi insieme a Guerrero. Silvia Labayru infatti non ama le commemorazioni a cui la invitano oggi all’ESMA, odia l’etichetta di sopravvissuta e ammaestrata, e ci potrebbe quasi sembrare una donna viziata, militante montonera in gioventù ma per caso; per questo, pagina dopo pagina, vogliamo saperne sempre di più e tratteniamo il fiato ogni qual volta entra in scena un nuovo personaggio.
Finisce così: con una donna che scende da un taxi con una terrina vuota in cui c’era un’insalata di patate. Che cammina svelta nella notte, pensando al suo cane che muore lontano. A una vita che si spegne. Come tutte.
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