Stuart Murdoch sussurra l’elogio non compiaciuto della fragilità

“L’impero di nessuno”, primo romanzo di Stuart Murdoch, autore e voce dei Belle & Sebastian, emana la leggerezza e la dolcezza poetica delle canzoni della band. Tra romanzo di formazione e autofiction la storia commovente di un giovanissimo che trova il suo posto nel mondo grazie alla musica, nonostante problemi di salute, imbarazzi e timidezza…

Piccoli o grandi (non è questo il punto) musicisti crescono, e con il passare degli anni magari diventano scrittori, o forse lo sono sempre stati, avendo trovato nella loro espressività musicale quella più congeniale a quella più strettamente letteraria che gli è sempre appartenuta e ha ispirato i testi e le melodie delle canzoni che hanno composto e eseguito nei loro live. Può essere questo anche il caso di Stuart Murdoch, leader, autore dei testi e voce dei Belle & Sebastian, gruppo scozzese sulle scene da quasi trent’anni (il 1996 è l’anno di Tigermilk, il loro primo album) e con all’attivo 12 album che hanno consolidato negli anni il gruppo di Glasgow quale una delle band più apprezzate sulla scena internazionale all’interno del cosiddetto indie-pop, un gruppo al di fuori del mainstream musicale che spesso erge per pochi anni o una sola stagione per pure motivazioni commerciali a icone gruppi e movimenti di sindacabile qualità per poi gettarli nell’immondizia subito dopo averli spremuti a dovere per i loro scopi. I Belle & Sebastian invece sono ancora lì (il loro ultimo album è del 2023 e sono tutt’ora in tour e lo saranno ancora nel 2026 per il trentennale del loro sodalizio con due date anche in Italia, e chissà che anche questa volta non decida di presenziare a un loro concerto come feci in una serata del tardo inverno del 2004 al Rolling Stone di Milano), con il loro fedele e ristretto numero di fan e amanti delle dolci e delicate melodie come pure del ritmo e le atmosfere Sixties delle loro canzoni, un gruppo musicale lontano anni luce dallo stereotipo sesso-droga-rock’n’roll.

Un alter ego

Nonostante questo Stuart Murdoch, nel suo romanzo L’impero di nessuno (390 pagine, 19 euro) ha pensato di mettere su carta l’esperienza di quello che può essere definito il suo alter ego, Stephen, il protagonista di quello che può essere catalogato con un termine fin troppo abusato il classico romanzo di formazione. Murdoch, il quale già dalla giovane età non tradisce il suo amore per la letteratura, si era già cimentato con una prova letteraria nel 2010 stilando una sorta di diario della band ma il volume tradotto da Carlo Bordone e edito da noi da Jimenez, casa editrice da sempre attenta alle narrazioni legate alla musica e alla contaminazioni tra le arti, può essere definito il suo vero esordio letterario.

La piovosa Glasgow e una malattia sconosciuta

La storia narra di un ventenne che tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta (Murdoch è nato nel 1968) si trova nella fredda e piovosa Glasgow alle prese con le classiche ansie e inquietudini giovanili, la solitudine e quelle che sembrano essere semplici ansie adolescenziali e una sindrome da Peter Pan che in fondo si trova in tutte le canzoni di Belle & Sebastian, con il bisogno di avere una ragazza, di essere amato, apprezzato e di dare un senso alla propria vita, trovandosi a un bivio che lo porterà successivamente, come la storia reale racconta, a seguire la sua vocazione di musicista e fondatore di un gruppo per il quale negli anni è nato un vero culto generazionale. Al contesto del giovane appassionato di musica in cerca della propria strada e identità va aggiunta la presenza di una malattia che viene diagnosticata a Stephen (alias Stuart Murdoch) durante i suoi anni di università e che assume nel contesto narrativo un’importanza rilevante. Stephen come Stuart Murdoch è afflitto dalla encefalomielite mialgica, definita anche come sindrome da fatica cronica, una complessa patologia ancora oggi in gran parte sconosciuta e parzialmente invalidante che mette chi ne è colpito in una sorta di stato di immobilità e isolamento per il quasi perenne stato di affaticamento e non permette a chi ne è colpito di svolgere le normali funzioni vitali e sociali, una malattia con molteplici sintomi che nel caso di Stephen si manifestano anche con la costante sensazione di freddo, tanto da fargli meritare l’appellativo di “ragazzo più freddoloso del mondo”, e che spesso come ci racconta Stephen stesso viene erroneamente scambiata per una forma depressiva, aumentando in questo modo lo stesso stato di immobilità e afflizione. Stephen è un emerito signor nessuno:

Non ero una promessa, non ero fico, non ero intelligente, non ero fidanzato, non ero un dj, non ero uno studente, non ero un atleta, non ero arrabbiato, non ero così confuso.

Un ragazzo come tanti ma…

Un ragazzo come tanti altri ma con una sensibilità speciale acuita dalla sua fragilità e che cerca di trovare il proprio posto nel mondo a dispetto della malattia. Dirà in modo illuminante Stuart Murdoch a proposito dei Belle & Sebastian in un’intervista: «Siamo una band nata dall’immobilità», conscio di come una persona, ogni persona, non possa essere definita per una sola caratteristica o per una malattia che la affligge. Ancora Murdoch, per voce dello Stephen del romanzo:

Non credo che nessuno voglia essere definito da ciò che non può fare. Cos’è che puoi fare? Perditi in quello, non importa quanto fragile sembri.

Stuart Murdoch che “ha fatto” i Belle & Sebastian è anche ambasciatore della Open Medicine Foundation, che lavora per promuovere la consapevolezza sulla encefalomielite mialgica.

Una religiosità personale

Il titolo del romanzo è tratto da una canzone del 2015 del gruppo, Nobody’s Empire, della quale alcuni versi costituiscono l’esergo del libro:

Siamo fuori allenamento/Siamo invisibili/Ai margini dell’impero di nessuno.

Esergo quanto mai significativo tratto da una bellissima canzone il cui testo è una sorta di autofiction come il romanzo stesso di Murdoch in relazione alla sua situazione giovanile e che anche dopo venti anni di onorata carriera il gruppo ha saputo comporre, dicendola lunga sulle qualità del sodalizio musicale, ma in questo caso si va sul personale. Il romanzo che Murdoch dedica con una commossa nota alla memoria della madre ha inizio con Stephen che dopo una lunga degenza nel reparto psichiatrico di un ospedale a causa della malattia viene mollato dalla ragazza che gli suggerisce esplicitamente di trovarsi qualcuna come lui. Cosa che in qualche modo Stephen fa stringendo amicizia con Richard, un vecchio amico di scuola e Carrie, una giovane donna costretta a letto da cinque anni con la quale trascorre interi pomeriggi giocando a Scarabeo e cercando rimedi alla malattia, tra medici scettici e guaritori. Nella lotta contro la presunta invalidità e inadeguatezza entra in campo per Stephen anche la sua spiritualità e un rapporto con la fede e un sentimento della religiosità in genere del tutto personale e per molti versi opportunistico che si muove tra la ricerca di Dio e le suggestioni del Buddha, del tutto a uso e consumo delle proprie fragilità e inquietudini:

Sentivo che in entrambi c’era il potenziale per rendermi più felice. Ero contento di frequentare entrambe quelle situazioni. Quelle erano le mie passioni personali. C’è chi ha la birra, chi il Celtic, io avevo queste.

La California e un “pellegrinaggio”

I tre amici mettono su anche un’associazione per persone come loro afflitte dalla malattia e con le quali condividono esperienze, sogni e speranze di rinascita. Nel caso di Stephen e Richard queste troveranno espressione nella loro fuga dalla fredda Glasgow dove Stephen alternava gli studi universitari  alle sue esperienze da dj nei club e da tecnico di palco nei concerti dei gruppi che venivano in concerto nella città che nei primi anni Novanta era crocevia di gruppi e tendenze musicali. Sospinto da una timida speranza, grazie al frutto dei soldi racimolati dalla vendita di dischi usati e facendo sempre affidamento sul sussidio di invalidità percepito, Stephen e il suo amico spostano il loro orizzonte a tempo determinato verso il clima mite e soleggiato anche in inverno della California, galleggiando tra ostelli, divani e panchine del parco, prima a San Francisco e poi a San Diego. Stephen porta con sé una chitarra sulla quale inizierà a provare accordi dai quali  prenderanno forma le sue prime canzoni. I primi tentativi di mettere su un gruppo avvengono proprio in California, con le varie vicissitudini incontrate per iniziare a suonare, la formazione ipotetica della band (da specificare che non sarà quella reale dei Belle & Sebastian) e il loro primo concerto, ma entreranno in contatto anche con persone come loro affette dalla sindrome e verranno appellati come “i re magi della fatica cronica”, per il loro essere venuti da così lontano. Il loro pellegrinaggio è la ricerca non tanto di una cura ma quanto di un nuovo inizio e la narrazione scorre veloce e piacevolmente disegnando in modo limpido, genuino, a tratti ingenuo ma non privo di lirismo un certo paesaggio fisico e sociale e la cultura giovanile nonché musicale di quegli anni, americana e non, e chissà se a qualcuno verrà in mente la scena punk, rock e pop dei tardi anni Ottanta e primi anni Novanta, o se agli stessi dicano qualcosa nomi di gruppi quali Bikini Kill, Throwing Muses, Shop Assistants oppure i Sundays, fino agli amatissimi (da Murdoch) Felt, oppure cosa fosse la scena “jangle” di Glasgow nei primi anni Novanta. Il romanzo infatti è ricco di citazionismo musicale e non solo ed è anche un atto di amore e devozione verso la musica e un immersione nella cultura giovanile dei decenni appena trascorsi, tra ansie, ambiente, mood di una generazione e sui gruppi e artisti amati che hanno fatto da colonna sonora alla giovinezza tormentata, dolente ma coraggiosa del protagonista, come a quella di molti altri, con digressioni che arricchiscono lo svolgimento principale come la possibilità che si concretizza per Stephen di trascorrere “la notte con le stelle” cioè con tutti i gruppi che ha amato in una serata unica e irripetibile o altre chicche molto “pop” quali lo scoprire quale sia l’origine del titolo del primo album dei Belle & Sebastian Tigermilk.

Dialoghi e niente fronzoli

Il romanzo di Murdoch si contraddistingue per un registro linguistico molto dialogato, una scrittura limpida e senza tanti fronzoli nel quale quando il lirismo di Stuart Murdoch non interviene si lascia andare a un ritmo ampiamente colloquiale e discorsivo che attinge al gergo e alla cultura giovanile del tempo e che il merito del traduttore è aver saputo rendere al meglio nella versione italiana.

Amando i Belle & Sebastian sarò forse di parte ma anche L’impero di Nessuno di Stuart Murdoch mi ha lasciato la stessa impressione di molte delle loro canzoni: la meraviglia, la stessa leggerezza e dolcezza poetica della loro musica e dei loro testi, il delicato romanticismo che evocano le loro melodie con quelle atmosfere nostalgiche e musicalmente vagamente beatlesiane e smithsiane. Un romanzo che è un elogio non compiaciuto della fragilità, dell’essere impacciati, in un mondo di machi, primedonne, urli, schiamazzi e sfrontatezze, ma anche di coraggio e voglia di rinascita. Scrive lo Stephen del romanzo prendendo consapevolezza della sua vocazione:

Posso farlo, posso scrivere di quello che voglio e cantare di qualsiasi cosa. Non lo sto urlando. Sto solo sussurrando.

Nella fiction romanzesca, dall’ansia del ritorno a casa dalla California nella “fredda e piovosa Glasgow”, alla routine e alle incertezze sul futuro, si manifesta l’inaspettato, esemplificato proprio dal titolo del capitolo finale, quel “possiamo fare quello che vogliamo”, che nel romanzo è qualcosa di poetico e romantico, nella realtà è parte della storia dalla musica pop di trent’anni: I Belle & Sebastian, il bel romanzo di Stuart Murdoch invece qualcosa di molto bello e commovente da leggere, magari con il sottofondo di qualche loro canzone.

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