Da domani sarà in libreria “Le leonesse di Vergine Maria” (157 pagine, 15 euro), nuovo libro di Vanessa Ambrosecchio, pubblicato dalla casa editrice Mesogea. Reportage narrativo di un’insegnante che coinvolge i propri studenti, il volume è un’indagine sullo scempio ambientale delle discariche a mare, a Palermo, e di una protesta al femminile contro istituzioni corrotte e criminalità organizzata. Una lotta innescata da un drammatico incidente, in cui un camion travolse due bimbi che persero la vita. Per gentile concessione della casa editrice e dell’autrice anticipiamo un brano del capitolo “A scuola dentro e fuori”
Se non ci fossero le foto, non ci crederesti. A camminarci sopra come a guardarlo dalla strada, oggi è parte integrante del paesaggio: il mare nei decenni ha fatto il suo lavoro, e oggi ’u Scaricaturi è, magra fortuna, più basso e corto di allora, mimetizzato sotto il giallo delle stoppie e il verde-nero della macchia mediterranea. Così non ci crederesti, se ora chi ti accompagna non ti prendesse per mano e ti guidasse passo passo a scendere, per impervi sentieri e pericolosi dislivelli, giù a mare.
Quando arrivi, rialzi la testa e ti senti risucchiare: non c’è più nulla di naturale. Sei in un altro pianeta. O in fondo alla discarica di cui ti hanno raccontato. Tutt’intorno, come nella gola di una dolina, sotto un rovescio di muri, pavimenti, maioliche, piastrelle, dalla terra rossa, tra i massi gialli spuntano tronchi di pilastri, nervi di ruggine, denti di argilla, ossa di cemento, teschi di calcestruzzo: sono i corpi delle case bombardate durante la guerra, sono i cadaveri delle ville liberty macinate dal sacco di Palermo; sono gli scheletri di Villa Cuccia, Villa Rutelli, Palazzo Barresi, Palazzo De Giorgi, Villa Cusenza, sono i loro resti sfigurati e scomposti che riaffiorano come riaffioravano le casse di zinco e le ossa dei morti del vicino cimitero dei Rotoli, smaltiti col medesimo spregio della bellezza della natura e della dignità dell’uomo nella discarica di Vergine Maria. Nella fossa comune della storia di Palermo, ecco dove ti trovi, nella necropoli del suo splendore di inizio Novecento, nel più icastico correlativo oggettivo del suo passato di deturpazioni, sprezzante ignoranza, violenta speculazione.
Levi lo sguardo. Su di te ’u Scaricaturi s’alza e s’allunga come una firma, la proterva rivendicazione di uno stupro: senti la dinamite che fece saltare in aria i ficus di Villa Sperlinga, del parco dei Whitaker e della Conigliera di Vincenzo Florio per trasformarle in area edificabile; avverti il puzzo e il crepitio dell’incendio che provvidenzialmente distrusse la sua casina di caccia, prima che fosse sottoposta a vincolo; ti assorda il fragore delle ruspe che il 28 novembre 1959 iniziarono in piazza Crispi la demolizione di Villa Deliella alle Croci, gioiello architettonico del Basile, poco prima che scattassero i cinquant’anni dalla sua costruzione e la scadenza che l’avrebbe salvata. L’istanza fu presentata in Comune lo stesso giorno, un sabato mattina: una solerzia inaudita, che riempie di amaro la bocca. E a un tratto non hai più fiato, te lo mozza pure quel mare di un blu che ferisce gli occhi e indifferentemente bagna lo scempio di oggi come gli scogli di allora, e mangia e ingoia da settant’anni. E non sai se odiarlo o amarlo per aver nascosto tutto questo. Sai solo che te ne devi andare da qui, il nodo in gola si stringe.
«Questi al mercato delle pulci li vendono a caro prezzo» ti sussurra qualcuno. «Gli architetti usano proporre inserti d’epoca nella ristrutturazione degli ambienti». Ma tu i frammenti di maiolica che hai raccolto, con le loro tessere di petali blu, di ghirigori viola, per poco non li scagli. (Continua in libreria)
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