Da domani sarà in tutte le librerie “A Catania con Goliarda Sapienza” di Lorena Spampinato, pubblicato da Giulio Perrone editore, nella collana Passaggi di Dogana. L’autrice de “Il silenzio dell’acciuga” e “Piccole cose connesse al peccato” compie un viaggio intimo e letterario nei luoghi che hanno segnato infanzia e adolescenza di Goliarda Sapienza, alimentandone lo spirito ribelle e anticonformista, la voce capace di sfidare convenzioni letterarie e sociali. Per gentile concessione dell’editore e dell’autrice pubblichiamo un estratto, buona lettura
Sono cresciuta alle pendici dell’Etna, nella provincia di Catania, in un paese costruito a scacchiera, dove le vie si incrociano con rigore geometrico, mentre intorno vibra il respiro del vulcano. Eccolo il mio paese: un disegno ordinato tracciato su una terra irrequieta. Una terra che ogni tanto si increspa, si spacca, si fa sentire – un brontolio, una colata rossa, una pioggia di cenere nera che copre i tetti e confonde le stagioni.
La città era vicina e lontanissima, ma era anche il luogo in cui accadevano le cose: gli incontri, la scuola, le prime libertà. Lì si muoveva una vita che sembrava più piena, più vera. Io la vivevo a metà. C’erano le lezioni, le amiche, i pomeriggi trascorsi nei bar con i tavolini all’aperto o tra gli scaffali delle librerie. A volte si usciva in centro, si passeggiava su via Etnea come in una sfilata senza fine, ci si sedeva a guardare la città vivere, accelerare. Ma poi si tornava indietro: al paese, ai suoi silenzi, ai suoi spazi ristretti. E ogni rientro era una sottrazione, un’educazione al margine: stare ai bordi delle cose.
Negli anni della scuola, Catania è stata questo: la meta quotidiana eppure inaccessibile, il luogo dove imparavo e osservavo, senza mai sentirmi del tutto parte del suo abbraccio.
Poi sono partita. Ho lasciato la Sicilia a diciott’anni e la distanza è diventata fisica e per qualche verso rassicurante.
Catania è rimasta nel tono della voce. Nelle risposte alla solita domanda: “Da dove vieni?”. Una radice silenziosa e ormai nascosta, seppellita da qualche parte, utile solo a sostenere il passo.
È stato un libro a rompere quel silenzio. Non uno qualunque, e non nel modo previsto. Ho conosciuto Goliarda Sapienza partendo dalla fine. Io, Jean Gabin, tra i suoi testi, uno degli ultimi a vedere la luce e forse il più vicino all’inizio: alla sua infanzia, alla sua formazione, alla materia viva di cui era fatta. In quelle pagine ho capito, per la prima volta, che la città che avevo lasciato non era solo un luogo: era corpo, era racconto.
Ho seguito Goliarda bambina mentre usciva dal cinema Mirone e si inoltrava con passo sicuro nei vicoli della Civita, tra bancarelle affollate, bocche urlanti, architetture mostruose e immaginifiche. E lì, in quel movimento preciso, ho visto Catania come non l’avevo mai vista.
La città, attraverso la scrittura di Sapienza, ha preso forma: sporca, viva, sfrontata. Fatale. Un teatro a cielo aperto dove tutto accade, e dove tutto ha il diritto di accadere: prostitute che parlano come personaggi tragici, pupari che diventano filosofi, bambini che si muovono tra sacro e profano come piccoli dèi. E intorno a loro, i draghi neri scolpiti nella pietra lavica sotto i balconi, le ringhiere arrugginite, le vetrate dipinte che sembrano icone di un altro mondo.
Lì, dove Goliarda Sapienza scopre la letteratura senza saperlo, tra una madre che studia per resistere e fa della cultura una trincea, un padre che difende i poveri e non si piega, e poi fratelli, sorelle, ospiti, anime inquiete che entrano ed escono dalla scena come in una commedia continua. Lì, dove si forma l’idea che la vita debba essere presa a morsi e che la libertà si costruisce a fatica, parola per parola. In quelle pagine, ho riconosciuto qualcosa che non avevo mai saputo di avere: una città che poteva anche essere mia, una lingua che mi somigliava, una genealogia che non passava dai padri, ma dalle madri, dai margini, dalle crepe. Ho cominciato così a leggere diversamente anche me stessa. E ho capito che era tempo di tornare.
Sono tornata a Catania con passi incerti, come si torna nei luoghi amati dopo anni di assenza, ma con un desiderio preciso: riappropriarmi di quegli spazi che mi sono appartenuti senza che li riconoscessi. Non per nostalgia, ma per necessità. E per farlo, voglio cominciare da una casa. Una casa che per me è già visione, promessa. La casa di Goliarda. (continua in libreria)
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