Giuseppe Pitrè e il pesce d’aprile, l’incertezza risposta onesta

Il palermitano Giuseppe Pitrè, padre dell’etnografia, su vari fronti ha ridato memoria e l’ha preservata. Lo fa, tra storie e supposizioni affascinanti, anche in “Breve storia del pesce d’aprile”. Sull’origine di questa burla collettiva i dubbi restano aperti, l’unica certezza è che il piacere di ingannare attraversa secoli, lingue, classi, mestieri…

Nessuno lo sa davvero come comincia il Pesce d’aprile. Gli accostamenti sono affascinanti: alcuni stagionali, altri chiamano in causa solstizi ed equinozi. Una cosa però è certa: siamo all’inizio di aprile, alla fine dell’inverno e all’avvio della stagione calda, con pollini e ormoni che suggeriscono un movimento dell’aria pieno di energia e cambiamento. C’entra perfino il mito di Demetra.
E poi c’è questa storia:

Si dice che fu proprio il primo d’aprile il giorno in cui il Signore, terminato il proprio lavoro, lasciò le sue creature sulla terra tornandosene in cielo. Nessuno degli esseri creati, però, sapeva nulla di nulla di regole, comportamenti, abitudini, mezzi, e ognuno cominciò a fare quello che poteva secondo le proprie necessità e bisogni, dando vita a un immenso subbuglio: chi scavava, chi murava, chi bucava tronchi, chi tesseva tele, chi faceva nidi sbagliando continuamente e ricominciando sempre da capo. A complicare le cose c’erano quelli scarsi di comprendonio che intralciavano il lavoro degli altri, pretendendo d’insegnare senza combinare nulla. I più scaltri e indaffarati, quelli che avevano capito cosa c’era da fare e la volevano fare in pace, cominciarono a mandare questi poveri ciambelloni in giro, lontano, con qualche scusa, a prendere qualcosa di nessuna utilità, in modo da lasciarli lavorare tranquillamente.
(Carlo Lapucci, curatore dell’introduzione)

Un modo siciliano di fare erudizione

Un universo di storie e supposizioni affascinanti (io ad esempio non sapevo che il cuculo non costruisce un suo nido per deporvi le uova, ma adatta le uova ai nidi piuttosto), contenuto in questo saggio, suggerito dal padre dell’etnografia.
Giuseppe Pitrè nacque a Palermo nel 1841, in una casa dove le storie passavano di bocca in bocca: era naturale, in fondo siamo anche la patria del cunto. La madre, Caterina Cipolla, conosceva canti e racconti popolari, ma fu soprattutto la nutrice — donna del popolo, analfabeta, instancabile narratrice — a spalancargli l’orecchio e l’immaginazione.
Quelle voci ascoltate da bambino non lo lasciarono più. Da medico, entrando nelle case dei poveri, ritrovò la stessa lingua viva nelle parole degli anziani, soprattutto delle donne.
Capì che quel sapere stava scomparendo e cominciò a raccoglierlo senza correggerlo. Lo conosciamo così, Pitrè: qualcuno che ridà dignità alla memoria e la preserva.
Questo modo di fare erudizione, pratico, che non chiede permesso, non si inginocchia davanti alla disciplina, lo trovo molto siciliano — soprattutto quando non teme la digressione. Il pesce d’aprile. Appunti, cuore del saggio pubblicato da Graphe.it Breve storia del pesce d’aprile (96 pagine, 9 euro), appartiene a questa specie rara: un testo che usa uno scherzo popolare come chiave d’accesso a un’intera geografia culturale europea, e lo fa con una libertà che oggi chiameremmo, senza esagerare, narrativa.
Il punto di partenza è folgorante:

Trenta e più anni fa, novanta su cento Siciliani che sapessero di lettere, non conoscevano la burla del pesce d’aprile.

Ipotesi smontate

Non c’erano né tv, né social.
Da qui prende avvio un viaggio che attraversa Sicilia, Genova, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Belgio e oltre. Chi ha inventato l’arte di fare scherzi, di mandare gente in giro a chiedere robe assurde?
È un percorso non lineare, fatto di proverbi, filastrocche, lettere burlesche, commissioni impossibili, apprendisti spediti a cercare «una fune per legare il vento» o «grasso di zanzara». Quando le ipotesi sull’origine del pesce d’aprile diventano troppe — mitologiche, religiose, falliche, ebraiche, primaverili — Pitrè le smonta una per una con un’ironia secca, quasi impaziente:

Né val la pena di discutere la sciocca etimologia poisson = passion, e la problematica origine mitica, e la poco onesta provenienza fallica…

Qui l’erudizione non serve a chiudere, ma ad aprire dubbi. La moltiplicazione delle fonti non conduce a una verità definitiva, bensì a una constatazione onesta: l’origine del pesce d’aprile è sfuggente, contraddittoria, forse irrecuperabile. Ed è proprio questo a renderla interessante.
Perché, nel mondo, insomma, si è decisa proprio questa data per tirare scherzi?
Ma il testo non è soltanto una storia di burle. È anche — e forse soprattutto — una riflessione sul rapporto tra inganno e società. Non a caso si sottolinea come l’uso del pesce d’aprile sia inizialmente circoscritto.

L’inganno, in principio prerogativa di pochi

La burla come privilegio culturale. L’inganno come gioco riservato a chi ha tempo, alfabetizzazione, accesso ai giornali. Altro che innocenza: qui si parla di potere simbolico, di chi può permettersi di “far correre gli altri”.
Straordinaria, in questo senso, è la rassegna dei nomi dati al burlato: April-fool, Aprilsnarr, Aprilsgeck, asino, matto, vitello d’aprile. La vittima non è mai neutra: è marchiata, ridicolizzata, trasformata in figura sociale. Il riso ha sempre un costo, e qualcuno lo paga.
Eppure, nonostante la crudezza di certe osservazioni, il testo non diventa mai moralistico. Anzi, sembra accettare una verità scomoda ma profondamente umana: il piacere di ingannare — «far andare di qua e di là un povero diavolo» — attraversa i secoli, le lingue, le classi, i mestieri.
Anche se non sappiamo davvero da dove venga il pesce d’aprile, la sensazione non è di frustrazione, ma di sollievo. Come se l’incertezza fosse l’unica risposta onesta. Forse è proprio questo il punto più attuale del libro. In un’epoca ossessionata dalle origini, dalle spiegazioni definitive, dalle genealogie forzate, Il pesce d’aprile ci ricorda che alcune pratiche umane esistono prima delle spiegazioni. E resistono proprio perché non si lasciano chiudere in una formula.

Quando la cultura è ironica ma non superficiale

Libro di folklore? Saggio storico? Catalogo di scherzi?
Sì, ma anche qualcosa di più raro: un testo che dimostra come la cultura possa essere profonda senza essere pesante, ironica senza essere superficiale, rigorosa senza perdere il gusto del racconto.
Gustosa l’appendice di Roberta Barbi, che racconta alcuni scherzi, compreso uno nostrano, datato 1998:

Non è un pesce d’aprile quello di Orson Welles – venne, infatti, trasmesso il 30 ottobre 1938 dalla CBS – ma ci piace citarlo. Nel corso del suo sceneggiato radiofonico La guerra dei mondi, infatti, ispirandosi all’omonimo romanzo di fantascienza di Herbert George Wells, il nostro si lancia in una finta radiocronaca dello sbarco dei marziani sulla Terra, che getta la popolazione nel panico: stazioni di polizia e giornali vengono presi d’assalto, così come le chiese e i supermercati”…“In Italia, Rockol annuncia l’imminente pubblicazione del nuovo album di Lucio Battisti, dal titolo L’Asola, che sarebbe stato venduto solo online. Tutti ci credono, perché una nuova fatica dell’illustre cantautore si attendeva già da almeno due anni, ma la presa in giro è davvero sottile: L’Asola è in realtà un modo di scrivere l’espressione romanesca ‘la sòla’. Tra le canzoni ce n’è una intitolata Amo o non amo?, chiaro riferimento all’abboccare al pesce d’aprile appena lanciato.

E, in fondo, è un libro che parla di noi. Perché ogni epoca, prima o poi, trova il suo modo di fare scherzi collettivi. A volte innocui. A volte atroci.

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