Un’anticipazione delle prime pagine de “La santa degli altri”, da domani in libreria, primo romanzo della palermitana Anna Voltaggio, pubblicato da Neri Pozza, come il volume d’esordio della scrittrice, la raccolta di racconti “La nostalgia che avremo di noi” (ne abbiamo scritto qui e qui). Nel nuovo libro di Anna Voltaggio scorrono due storie parallele: quella di Tommaso, abbandonato da Nica senza una spiegazione e sulle sue tracce, tra le strade di Palermo; quella di Gelsomina e di sua figlia Margherita, che vivono in esilio dalla famiglia. Per gentile concessione dell’autrice e dell’editore pubblichiamo un estratto, buona lettura
Un’altra storia
Si è affidata a santa Rita per avere la bambina. La Santa degli impossibili, avvocata dei casi disperati.
Ogni giovedì veste con l’abito nero dei devoti, il bavero bianco e la cintura in vita, e da via Maqueda, dove si ferma l’autobus, risale via Sant’Agostino a passi piccoli, veloci anche se un poco traballanti, come se da un momento all’altro dovesse scappare su una strada laterale per non farsi vedere.
Nel rione del Capo, nella vecchia Palermo, tutto è commercio: scarpe, roba americana, abiti usati, polipi bolliti. È al Capo che sta la «zia», il monte di pietà, dove i riffaioli si appostano agli angoli, col petto coperto di banconote da cinquecento lire.
Accanto ai pescivendoli ci sono i macellai e chi vende la musica nei carretti.
Da queste parti sono tanti i modi per reagire, tanti quante sono le bancarelle messe in fila ai bordi delle vie. Si reagisce al dolore, alle offese, alla gelosia. Con la violenza, lo sfregio, la minaccia, il silenzio. E poi c’è il modo delle donne, che il 22 maggio indossano l’abito di santa Rita.
Gelsomina cammina veloce e sente la fatica di avere continuamente paura, ma la strada è breve e subito può lasciarsi inghiottire dal mercato, sparire tra i corpi in movimento e arrivare in fondo, fino alla chiesa con il santuario che, nonostante l’imponenza, pare invisibile dietro ai banchi e ai tendoni.
Il pavimento è lucido e odora di una buona cera, ma il freddo del marmo le pare di sentirlo con tutte le scarpe addosso.
I luoghi del Signore sono familiari e respingenti, pensa Gelsomina di nascosto a sé stessa, mentre bagna le punte delle dita nell’acquasantiera, forse perché non ci si deve aspettare niente, come dentro alle famiglie.
Tutte le settimane porta alla Santa una rosa rossa col gambo lungo – non una di quelle che i fiorai congelano per farle durare, una rosa fresca con il profumo persistente – e la lascia con garbo sulle altre ammonticchiate per terra sotto la statua di santa Rita, in mezzo alle inquietudini di chi c’era prima di lei.
Gelsomina evita di toccare le rose degli altri, non tanto per pudore, più per preservare la forza della sua speciale angoscia, per accertarsi che spicchi in mezzo a tutte; e poi contempla per un momento il silenzio in cui è immerso il santuario, che le sembra lontanissimo dal mondo, come se fosse sospeso nell’aria. Infine s’inginocchia, recita una preghiera con le dita intrecciate, muovendo appena le labbra senza che si senta un filo di voce.
«Santa Rita, mi rivolgo a te,
avvocata dei casi disperati.
Tu che conosci cosa si prova a essere madre
puoi capire cosa sento e la paura che provo. I medici mi vogliono salvare, dicono,
ma non sono più da sola,
sono una e due insieme, adesso.
Un cervo e un canarino nello stesso corpo.
Non abbandonarmi, mi affido a te».
Quando esce dall’immenso portone, la chiesa è un’altra volta ancorata alla terra e il Capo è ancora al suo posto che strilla di frutti maturi, di calia e simenza, di pane di Monreale, di cannoli di Piana degli Albanesi. Strilla il Capo, come se non dovesse smettere mai, e le bocche dei venditori si piegano al punto che anche le parole escono distorte, con le vocali lunghe e modulate, così lunghe che s’insinuano nei vicoli per arrivare alle orecchie più lontane.
Gelsomina è alta. Quando era una ragazza sua madre le diceva: «Altezza mezza bellezza, figghia mia, un ti manca nienti p’esseri cuntienta».
Ma adesso Gelsomina prova a farsi più piccola, mentre cammina tra le donne che palpano i frutti, incurva le spalle e abbassa gli occhi per non incrociarne altri, e così vede solo scarpe vecchie camminare e pestare e spingersi, finché non raggiunge il corso principale, dove di nuovo si vede l’azzurro violento del cielo. E si affretta a tornare da dove è venuta.
Suo marito non ne sa niente, e infatti Gelsomina si nasconde da quelli che possono riferire, perché lei, a Palermo, neanche ci doveva mettere piede, questi erano gli ordini.
Ernesto, dal canto suo, si è abituato a tornare a casa la sera e a non trovarla in cucina. L’ha voluto lui, e non poteva fare altrimenti dopo quello che era successo. Da un anno le ha affittato, tramite un conoscente, una villetta sbiadita e male arredata all’Aspra, in quel borgo di pescatori dove non c’è pericolo che qualcuno li conosca. L’ha esiliata finché non avrà preso una decisione definitiva.
Ci va di sabato a portare il bucato suo e dei figli e a prendere le cose da mangiare.
Ogni tanto si porta dietro la figlia femmina, Maria, perché è ancora una bambina, ma nel tempo lo ha fatto sempre meno. Ha assunto una cameriera come amante e come matrigna, finché servirà a farlo tirare avanti in quella famiglia senza più né arte né parte.
Tutti quei fatti e quei movimenti a Gelsomina li racconta Lilli, che dal secondo piano, tra una cliente e l’altra che fanno la cera alle gambe e la tinta ai capelli, tiene le orecchie affilate per sapere come stanno le cose. Lilli è una donna dal fisico nervoso raccolto in un metro e quaranta, che termina con una testa di boccoli gialli in modo innaturale. Sempre truccata, anche d’estate, con l’ombretto verde smeraldo che le riempie le palpebre fino alle sopracciglia. Con le mani ossute rigira un lungo cucchiaio di legno nel pentolone pieno di cera nera e densa che odora di miele e trementina e riempie l’aria di tutta la casa.
«Quella entra e esce come fosse la padrona dell’intero palazzo. Figurati che quando l’ho incontrata davanti l’ascensore manco ha fatto il gesto di prendere le dieci lire. Come se a prenderle dovevo per forza essere io, che per giunta scendo prima. Era tutta truccata che pareva pronta per ballare nei locali. Una svergognata di primissima categoria».
«E perché non la mette incinta, chi nni levamu u pensieru?».
«Questo ci manca, un dir’accussì».
«A me manca solo di essere libera e di tornare dai miei figli».
«Prega santa Rita, prega, che i mariti torti solo lei li può aggiustare».
Da quando vive nella casetta, Gelsomina fa molti sogni e conta i giorni. In quella nuova dimensione, senza i suoi figli e senza la vita intorno, la sua mente è come spiazzata e a ogni risveglio deve ripetersi: «Questa è la mattina di un nuovo giorno». Deve sforzarsi di ricordarlo, perché l’isolamento fa a pezzi il tempo, e si rischia anche di impazzire.
Quando sente sfrigolare le ruote della macchina nel terriccio esce in veranda.
Ernesto entra in casa e non la guarda negli occhi, scambiano brevi frasi sull’organizzazione famigliare, la salute dei figli e nient’altro. Non parlano mai dell’accaduto né del futuro: può anche durare per sempre ed è bene che lei lo capisca. Gelsomina prende le cose pulite che ha riposto nei borsoni telati e i contenitori di plastica con i sughi, i tenerumi cucinati a minestra, le polpette impastate.
«Vuoi la birra? L’ho comprata».
«E dammi ’sta birra».
E un giorno o l’altro la birra lo anima fino a fargli diventare le guance rosse, l’alito cupo. La prende sopra il divano, da dietro, tenendole la nuca senza nemmeno levarle la sottana, ed è in questo modo che Gelsomina si è ritrovata di nuovo incinta.
Lei che di figli non ne avrebbe voluto nessuno, ne ha quattro e forse cinque.
Ogni volta che finisce così, Ernesto si chiude nel bagno di servizio e, prima di andare via, Gelsomina lo sente aprire la credenza in formica addossata al muro del breve corridoio che divide il bagno dalla cucina. Quando lo apre è per riempire il barattolo di vetro con i soldi contati per fare la spesa, comprare i detersivi e il necessario.
Qualche volta, nel momento di andarsene, è capitato che esitasse per un istante davanti al cancello esterno. A Gelsomina sembrava di sentire il suo bisogno di voltarsi e dirle qualcosa o di guardarla e basta, gli sentiva il cuore rimpicciolirsi di colpa e poi rifarsi duro. Se ne andava fino al sabato successivo.
Di aborti ne ha avuti troppi, naturali e clandestini, e di figli anche, tre maschi e una femmina. Il medico ha detto che, a quarantacinque anni compiuti, è un problema portare avanti una nuova gravidanza, anche se il danno è fatto, così ha detto. L’utero è ormai troppo sottile e rischia di rompersi durante la crescita del feto, è più prudente abortire.
Gelsomina non lo ha ascoltato e la Santa le ha fatto la grazia.
La bambina nasce in autunno. (continua in libreria)
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