Maradona, la speranza che gli ultimi tocchino il cielo…

Una vita di prodezze e scelleratezze, una leggenda calcistica che ha sovrastato bandiere e appartenenze, attraverso le analisi e le testimonianze di intellettuali e sociologi. Voci raccolte in “Maradona, un mito plebeo” di Antonio Gomez Villar, che indaga il capopopolo dei poveri e dei discriminati, che voleva far piangere i ricchi, un prodigio che continua a evocare passioni e fanatismi extrasportivi, con riverberi socio-politico-culturali 

Maradona è letteratura, tanta letteratura. Pubblicazioni e citazioni infinite che hanno indagato e raccontato in tutte le sue sfaccettature l’uomo fragile e il Dio del calcio, un modello di libertà ma anche di contraddizioni e di profonde cadute personali. Generoso e timido, passionale e rivoluzionario. Un «Genio» di un metro e 65 centimetri, capace di invenzioni uniche col suo straordinario sinistro. Una finta, un tunnel, una furbata, e l’avversario restava intontito. Una volta, al Verona, segnò da centrocampo, con un pallonetto che lasciò tutti di stucco. Al Mondiale messicano, nel 1986, segnò contro l’Inghilterra un gol di mano («La mano de Dios»), ma poi ai britannici rifilò anche una rete incredibile, partendo da centrocampo e facendo fuori sei o sette avversari prima di depositare la palla nel sacco: per tutti il gol più bello della storia del calcio.

I “perché” di Maradona

Dici Diego Armando Maradona e vengono alla mente questi e tanti altri flash di un’esistenza unica e fuori dal comune. Ma chi cerca gol, statistiche e cronache deve rivolgersi altrove, perché Maradona, un mito plebeo (283 pagine, 19 euro), pubblicato da Tamu Tangerin, non è una biografia sportiva convenzionale, ma una riflessione collettiva sull’eredità simbolica, politica, emotiva e culturale di una leggenda che ha sovrastato appartenenze e bandiere. L’autore, Antonio Gomez Villar, raccogliendo le testimonianze e le considerazioni di intellettuali e sociologi, è andato oltre il calciatore osannato a tutte le latitudini e ha saputo indagare con efficacia sull’eroe popolare e su ciò che ha rappresentato per le classi subalterne nel mondo contemporaneo. Non un racconto biografico, ma i perché di un personaggio che ha incarnato l’ascesa della “plebe” e la voglia di sfidare i potenti.

I sud del mondo

L’abbiamo visto incantare palleggiando con un’arancia, ma anche ammalato e ingrassato, dentro e fuori dagli ospedali. Una vita piena di prodezze e di scelleratezze. «Ma cos’è la vita dell’uomo – scriveva Emilio Cecchi – se non un filo di seta sospeso in un gioco di rasoi?». Maradona che sale sull’Olimpo del mondo, ma che poi viene soffocato dalla notorietà e dalle cattive compagnie, tra notti brave e droga. Sempre vicino ai più deboli e al popolo (“plebeo”, appunto), l’eroe dei due Mondi che non ha mai dimenticato le sue origini e guidava la rivolta del “Sud” contro il “Nord”, dall’Argentina a Napoli. «La mia gente – diceva – è quella nata povera come me, quella che sa sognare. I ricchi non hanno sogni, solo denaro. E io cercherò di far piangere i ricchi». Obiettivo centrato, perché Diego fece piangere tutti i potenti, dai “boss” della Fifa, fino a Berlusconi e Agnelli.

Fenomeno sociale e divinità pagana

Maradona, un mito plebeo, tradotto da Alberto Bile Spadaccini, non racconta il trionfo sportivo, ma un fenomeno sociale riconoscibile per milioni di persone, la speranza che gli ultimi, almeno una volta, possano toccare il cielo. Un ritratto intenso e profondamente umano, il volto di un riscatto collettivo, senza moralismi, che celebra Diego senza idealizzarlo. Il libro analizza la scomparsa di Maradona nel novembre 2020, indaga sul significato culturale, politico e sociale di un prodigio di massa che ancora oggi, a distanza di anni, evoca passioni e fanatismi che escono dal rettangolo di gioco. Perché Diego è andato oltre la vittoria al Mondiale e gli scudetti con il Napoli: è stato anche il capopopolo che difendeva la sua gente quando veniva discriminata, che scendeva in campo pur stando male, che giocava nel fango per beneficenza in un campetto di periferia. A Napoli gli hanno dedicato una canzone (“Maradona è meglio di Pelè”) e ancora oggi la presenza di Diego è nelle facciate dei palazzi, nelle felpe, nelle magliette, nelle bandiere. Una divinità pagana, come dimostrano gli affollatissimi pellegrinaggi al murales che celebra il Dio argentino ai Quartieri Spagnoli, un mito plebeo che anche senza più il pallone che rotola tra i piedi continua ad emozionare e a suggestionare, ricordando che «per capire a fondo il calcio, non bisogna sapere solo di calcio».

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