Torna in libreria un leggendario romanzo di una fuoriclasse delle lettere, la quasi centenaria Cynthia Ozick. Ne “Il Messia di Stoccolma”, attraverso la figura di un oscuro giornalista che crede di essere figlio di Bruno Schulz, la scrittrice americana imbastisce un libro sull’ossessione per la letteratura, sulla ricerca di radici che diano senso alla vita, sulla fine delle illusioni, sulla memoria ebraica del Novecento e sulla Shoah
Su questo sito si cerca di non esagerare con i superlativi, si cerca di non esaltare a destra e a manca, di volare basso, di calmierare il ricorso a vocaboli come capolavoro o imprescindibile, ma quando si parla di Cynthia Ozick la parola fuoriclasse sembra quasi riduttiva. E, in riferimento, al suo romanzo del 1987, il più famoso e importante, Il Messia di Stoccolma (190 pagine, 20 euro), anche l’aggettivo leggendario può apparire sminuente. Fuoriclasse in mezzo a fuoriclasse è stata Cynthia Ozick, nata nel 1928 a New York, cresciuta nel Bronx, in una famiglia ebraica originaria della Russia, e ancora vivace dal punto di vista letterario, al punto da aver pubblicato nel 2025, negli Usa, In a yellow wood, una selezione di racconti e interventi critici pescati tra quelli editi in decenni e decenni di carriera.
La dedica a Roth, le alterne fortune in Italia
Più vicina alla generazione di Philip Roth (a cui tra l’altro è dedicato Il Messia di Stoccolma), Mailer e Doctorow (e qualcuno aggiungerebbe anche Edward Lewis Wallant a questa schiera), che a quella di Malamud e Bellow, o addirittura di Nathanael West, Cynthia Ozick è stata sempre un esempio di personalità, stile e originalità. Ha retto il confronto con chiunque, ha vinto allori di assoluto prestigio, ha scritto romanzi, raccolte di racconti, saggi, non disdegnando nella narrativa – esplicitamente d’anima ebraica, ancor prima che americana, specie nella dimensione religiosa e culturale – una immaginazione caleidoscopica, il ricorso al soprannaturale, la presenza di personaggi sopravvissuti alla Shoah, i riferimenti alla Torah, la conoscenza della vita ebraica quotidiana, anche in un ambiente ostile. In Italia ci sono stati intermittenti stagioni d’interesse nei suoi confronti, a partire dalla fine degli anni Settanta, tradotta e pubblicata da Garzanti, Feltrinelli, Bompiani e, adesso, con convinto rigore e metodo, da parte della Nave di Teseo, che dopo altri suoi quattro titoli ripropone la storica traduzione di Mario Materassi de Il Messia di Stoccolma, dopo le due precedenti edizioni italiane, datate 1991 (quattro anni dopo la prima edizione negli States) e 2004.
Schulz e il capolavoro perduto
Su Il Messia di Stoccolma – romanzo dai tratti grotteschi e ossessivi – aleggia felicemente l’ombra di Bruno Schulz, ebreo polacco, scrittore di ossessioni, visioni oniriche e sofferenze, dalla lingua fiabesca, traduttore e pittore (alcuni suoi affreschi sono esposti al museo di Yad Vashem a Gerusalemme), che in tanti non hanno più paura di accostare a Franz Kafka. Fonte di ammirazione e ispirazione, esplicitamente, per tanti scrittori in Italia (da Ugo Riccarelli a Nadia Terranova, da Angelo Maria Ripellino a Italo Calvino, a Francesco Pemunian) e nel mondo (da Isaac Bashevis Singer a Jonathan Safran Foer, da John Updike a Jerzy Kosinski, da Danilo Kiš a Nicole Krauss, da David Grossman a Philip Roth, che lo pubblicò nella collana da lui curata per Penguin Books, “Writers from the Other Europe”), Bruno Schulz, autore polacco de Le botteghe color cannella (volume Einaudi che comprende la sua opera omnia, ma alcuni racconti sono stati ritradotti anche da Urban Apnea edizioni, ne abbiamo scritto qui), da lui stesso definito «autobiografia o piuttosto genealogia spirituale», costretto a un trasferimento forzato nel ghetto di Drohobycz (oggi cittadina ucraina), morì a cinquant’anni, nel novembre 1942, ucciso per strada da un uomo della Gestapo, con un colpo di pistola alla testa, mentre cercava di portare del pane ad alcuni amici: frettolosamente sepolto in una fossa comune del cimitero ebraico, successivamente devastato e raso al suolo, il suo corpo non si trovò mai, così come Il Messia, suo capolavoro perduto, mai pubblicato, forse mai finito di scrivere.
Costruirsi un’identità
Questo romanzo fantasma di Schulz ha a che fare con Il Messia di Stoccolma di Cynthia Ozick, e con il suo protagonista Lars Andemening, oscuro critico letterario di un giornale svedese, poco più che quarantenne, un paio di matrimoni falliti alle spalle, una figlia che la madre ha portato con sé negli Usa. Lettore fortissimo, ossessionato dai tanti geniali scrittori della Mitteleuropa, dall’esistenza monotona, segnata solo da una ossessione, la profonda convinzione d’essere il figlio di Bruno Schulz, di cui ha una grandissima opinione. Non a caso studia il polacco per poterlo leggere un giorno anche in lingua originale.
Suo padre era nato per far parte di quel pantheon, con Selma Lagerlöf e Knut Hamsun; con Camus e Pasternak. Shaw, Mann, Pirandello, Faulkner, Yeats, Bellow, Singer, Canetti! Materlinck e Tagore. La lunghissima, meravigliosa lista dei Vincitori. Suo padre, se fosse vissuto, avrebbe vinto il grande premio, era fin troppo evidente. Faceva parte di quel sodalizio di Maestri.
Confessa quelle che ritiene le proprie origini a una libraia di origini tedesche, Heidi Eklund. Lars Andemening, polacco e da bambino profugo ai tempi della seconda guerra mondiale, cerca in qualche modo di costruirsi un’identità, di scovare radici personali; Heidi in qualche modo lo aiuta a dar forza a quelle fantasie, trovando foto, riviste e documenti relativi a Schulz, ma poi lo metterà in crisi, raccontandogli di una ragazza, Adela, in possesso dell’agognato manoscritto de Il Messia, passata dalla libreria, sostenendo d’essere la figlia di Bruno Schulz. Da lì in avanti – entra in scena anche il signor Eklund, marito della libraia e mercante di manoscritti – il romanzo di Cynthia Ozick sorprende e intriga, per la folle dose d’immaginazione che ribolle fra le pagine e per gli esiti a cui giunge, per l’esaurirsi delle illusioni e per la fine che farà il presunto libro ritrovato del grande autore polacco.
Ossessione e allegorie
È centrale il tema del chiodo fisso, dell’ossessione dell’identità, oltre che della letteratura, di una legittimazione, di qualcosa che dia un senso alla vita. Oltre che della memoria ebraica e di quella della Shoah.
… era incontrollabile, era impossibile frenarlo. Era parte del costo del secolo, a suo modo una vittima. Si addossava la perdita di tutti; il dolore insensato di tutti. Insensato perché illimitato. Aveva in testa un unico pensiero: salvare.
Con una prosa intensa e con dialoghi non affettati, con tecniche classicamente postmoderne, Cynthia Ozick, maestre di atmosfere e anche d’ironia, dà vita a un romanzo originale, vibrante, pieno di allegorie, come il presunto contenuto del romanzo perduto Il Messia, in cui la città di Drohobycz è deserta, o meglio abitata non da umani ma da centinaia di idoli. Una storia che, con il suo oscillare tra realtà e invenzione, non può lasciare impassibili, ma ferisce, fruga come un coltello.
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