Imparare dal vento, il talento di Gianfranco Di Fiore

Dall’Abruzzo devastato dal terremoto all’Argentina: è lo spazio in cui si svolge un romanzo in cui nulla è lasciato al caso, “Quando sarai nel vento” di Gianfranco Di Fiore. Protagonista Abele, un giovane ricercatore di meteorologia che inizierà un lungo percorso per conoscere se stesso e il proprio passato…

Abele, il protagonista di Quando sarai nel vento (508 pagine, 18 euro) di Gianfranco Di Fiore, è un giovane ricercatore che lascia il Cilento per raggiungere le montagne dell’Abruzzo e lì dovrà monitorare e studiare il vento, facendo capo a una stazione metereologica che si trova proprio sul Gran Sasso. Il suo soggiorno in Abruzzo si rivela particolarmente silenzioso e immobile, al limite della stasi. Quel vento che avrebbe dovuto rappresentare il tema della sua ricerca, sembra essere scomparso, tanto che Abele casualmente si ritrova a rilevare i suoni provenienti dal Laboratorio Nazionale sotterraneo di Fisica Nucleare, ubicato al di sotto della stazione metereologica dove si reca giornalmente. Il territorio che lo circonda, lì in Abruzzo, è quello devastato dal terremoto, un paesaggio spettrale e abbandonato che ci viene minuziosamente descritto come un paesaggio lunare, triste metafora della sua esistenza mutilata. Abele non ha mai conosciuto il padre, ha una sorella gemella molto vulnerabile e possiede una mano “guasta”, che peraltro si ostina a fotografare ossessivamente, come se ne volesse registrare i minimi cambiamenti. In questo paesaggio abbandonato e in questo contesto, Abele trova sistemazione presso i coniugi Henzel, in una delle poche case rimaste in piedi. La casa trasmette una forte sensazione di squallore, oltre che un sentimento di profonda tristezza, ma ciò nonostante Abele vi riesce a trovare il suo spazio mentale e vitale, grazie anche alla presenza di Marlena, una ragazza di cui ha fatto la conoscenza. Sarà lei che, come una Beatrice, lo accompagnerà nel suo viaggio “iniziatico” che lo condurrà verso la conoscenza di sé e del suo passato.

Quattro capitoli, quattro continenti

Questo è il quadro generale, l’humus sul quale germoglia la storia di questo romanzo. Una storia che si srotola in un arco temporale relativamente ridotto, ma che, ciò nonostante, abbraccia quattro luoghi, distribuiti a loro volta su quattro continenti, come quattro sono i capitoli di questo libro. Sono, questi, i luoghi della famiglia di Gianfranco Di Fiore (qui una sua intervista), l’autore, che lui sin da piccolo, come ha raccontato anni fa in un’intervista, ha sempre nutrito il desiderio di conoscere, con l’intenzione, per quanto possibile, di riuscire a ricucirli fra loro. Il romanzo, qui, ci appare come un patchwork e l’autore impersona il ruolo del sarto che ne dovrà ricucire i pezzi, cercando di restituire all’opera finita (il suo passato) una sua coerenza. La scrittura raffigura, quindi, la tessitura di un’esistenza apparentemente frastagliata, dove il viaggio rappresenta, non una diaspora e men che meno una fuga, visti l’urgenza e la tensione accumulate, bensì un bisogno di conoscenza e di ricerca di quei fili che avranno il compito di riunire e collocare i rappresentanti della sua famiglia, sparsi su questi luoghi.
È questa, infatti, la ragione per cui in questo romanzo nulla è lasciato al caso: sulla copertina, infatti, è raffigurata l’iconografia del suo “pellegrinaggio”, al centro Abele e attorno a lui i vari protagonisti che si presentano legati fra loro da un filo sottile, secondo la logica del racconto; il titolo, inoltre, sottintende e auspica il ritorno del vento, quando Abele riuscirà, finalmente, a raggiungere l’obiettivo che si era ripromesso, quello, cioè, di ritrovare se stesso attraverso la conoscenza e la consapevolezza di sé.

Il viaggio come rottura

La stasi, di cui accennavo prima, viene interrotta nel momento in cui Abele decide di partire. Il viaggio si presenta come una rottura, un’urgente rottura con il suo passato. Arrivano in Sud America poiché è da lì che il padre aveva inviato il suo ultimo messaggio. Un luogo che ci viene descritto con altrettanta desolazione rispetto al paesaggio appenninico da cui sono partiti. Qui Abele, seppur avvolto sempre nel suo atavico dolore, si mette nelle tracce del padre, fino a venire in possesso di un suo diario che da lì in poi fungerà da navigatore per il resto del viaggio intrapreso.
Da Buenos Aires si sposteranno ancora più a Sud dove un incendio sta devastando la terra e dove si ritrovano in contatto con un gruppo di ambientalisti rivoltosi, che viaggiano anch’essi verso Sud e che in nome di Walt Whitman esprimono e manifestano le loro rivendicazioni. Ed è sulla falsa riga del pensiero del poeta che l’autore costruisce un intero segmento del racconto, l’immagine di una fratellanza cosmica, una sorta di controcanto alla frammentazione esistenziale contemporanea.
Abele cerca, in tutto questo suo vorticoso rincorrere le tracce del padre, di riempire i suoi “vuoti”, da viaggio di rottura si trasforma in viaggio riparatore. E i luoghi, primi protagonisti del romanzo di Gianfranco Di Fiore (qui un suo articolo), assumono un ruolo importante, anzi, fondamentale, poiché custodiscono le tracce del suo passato. Le strade percorse che deve anche lui percorrere necessariamente per trovare, scoprire e quanto più possibile rivivere. È questa, forse, la ragione per la quale non riuscirà mai a separarsi da quel dolore ereditato, che con grazia si posa sopra ogni cosa.

La parabola di un’esistenza

Questo romanzo, pubblicato da 66thand2nd, più che antologico, può essere definito un romanzo ontologico, poiché i molti temi che tratta si riassumono in uno solo, quello dell’esistenza umana in generale e, nel caso specifico, di quella del giovane Abele e della sua parabola, parabola che il protagonista non chiuderà mai. A chiudere il cerchio, semmai, ci penseremo noi, attraverso le ultime immagini che descritte e scritte da Gianfranco Di Fiore.
Il libro suscita un continuo bisogno di riflessione, per questa ragione ci sarebbe da dire e da scrivere tanto altro ma voglio lasciare a voi il piacere della scoperta, e tengo comunque a concludere con una citazione cui mi sono particolarmente affezionato, per la luce che riesce a restituire su tutto l’orizzonte di questo bel romanzo. Tra le ultime pagine troviamo scritta una frase che per Abele fungerà un po’ da incoraggiamento, mentre a noi, a fine lettura, suonerà come un auspicio vero e proprio:

Vedrai, tornerà a soffiare il vento anche per noi!

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