Una terra crocevia di popoli, speranze e atrocità è l’Istria, la cui storia – dalla seconda guerra mondiale in avanti – è scandita da quattro generazioni di una famiglia nel debutto di Francesca Silvestre, “Storie bumbare”. Fra italianizzazioni forzate e massacri delle foibe, una vicenda di amori, dolori, separazioni e sradicamento…
«L’Istria, non era una terra facile, l’avevano voluta i romani, poi i veneziani. Per ultimi se l’erano litigata austriaci e italiani. Ma a Dignano la situazione se possibile, era perfino più grave. A Dignano prosperavano lupi e briganti». L’Istria, una terra di confine, da sempre, e ancor di più durante la seconda guerra mondiale, «perché questo faceva la guerra in una terra di confine: divideva amici e fratelli, che finivano per spararsi dalle barricate opposte», soprattutto dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 e nell’immediato dopoguerra con le speranze tradite per un popolo, quello italiano dei territori istriani e dalmati. Questa è l’ambientazione geografica del romanzo di esordio di Francesca Silvestre dal titolo Storie bumbare (251 pagine, 18 euro, Italo Svevo edizioni).
Il dialetto e le radici mai dimenticate
Una delle pagine più dolorose del Novecento (il secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra) si innesta nella fiction del romanzo che si snoda sulla scia della memoria collettiva e dei ricordi familiari componendo un’affascinante e toccante affresco ben delineato nella collocazione geografica, storica e linguistica, quella delle terre e del dialetto “bumbaro” di cui al titolo e del quale l’autrice nella nota iniziale ci dà le coordinate: «Un dialetto istriota con influenze venete e slave». Un dialetto che in Istria come in molte altre parti della nostra Italia e Europa, crocevia di culture storie e eventi, guida nella narrazione (i titoli dei capitoli sono tutti in “bumbaro” e espressioni dialettali sono spesso intercalate nel racconto) ed è testimonianza di una terra e radici mai dimenticate, anche da parte di chi ha dovuto forzosamente allontanarsene. Storicamente infatti, dopo l’italianizzazione forzata durante il ventennio fascista delle terre istriane e dalmate e successivamente, a seguito dell’Armistizio e della fine della guerra, si porrà politicamente il problema del confine orientale e del destino della popolazione italiana dopo l’annessione dei territori alla Federazione jugoslava guidata da Josip Broz Tito. Quello che storicamente è conosciuto come l’esodo giuliano-dalmata è insieme al dramma dei massacri delle foibe l’effetto più dirompente di un rigurgito di odio e diffidenza che si è perpetrato per anni in terre per donne e uomini che hanno sperimentato sulla propria pelle l’effetto di guerre decretate dall’alto, nella fattispecie l’oppressione patita dalla popolazione italiana da parte del regime di Tito per sfuggire alla quale hanno dovuto precipitarsi in una fuga nella non lontana Italia.
L’armistizio, un’illusione…
Questi sono gli echi storici e politici che costituiscono lo sfondo di Storie bumbare. Il romanzo di Francesca Silvestre percorre la storia attraverso quattro generazioni dei vari protagonisti in un piccolo paese dell’entroterra istriano, Dignano. Storie narrate sull’onda del ricordo che intersecano le vite dei personaggi partendo da Giovanni Bulessi il quale insieme alla moglie Maria gestisce l’emporio del paese. Sarà proprio Giovanni Bulessi a intuire che la gioia per la fine della guerra con la quale è salutato l’Armistizio dovrà scontrarsi con la realtà che si manifesterà da lì a poco e si concretizzerà per loro e i loro discendenti nei fatti sommariamente sopra elencati e porteranno i vari protagonisti a scelte e destini spesso dolorosi. Era chiaro che qualcosa doveva andare diversamente rispetto a quanto prospettato da una guerra sanguinosa che si sperava giunta al suo termine. Sarà così per Luze, la figlia di Giovanni e Maria, e il marito Milan, costretti a separarsi dopo il matrimonio per poi ricongiungersi in Italia, dall’altra parte dell’Adriatico, sarà così per Vincenza, la levatrice del paese, e per sua figlia Valdina che erediterà il mestiere della madre e la quale innamorata di Mate se ne dovrà separare, quest’ultimo scomparirà del tutto dando adito ai più atroci sospetti sul suo destino come su quello di molti altri, vittime del massacro delle foibe. Sarà così per Don Mario, il parroco del paese al quale il vescovo affidandogli l’incarico pastorale dirà: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi».
Un’affascinante sospensione, una quasi catarsi
La narrazione scorre come il tempo, un tempo narrativo che fondendosi alla memoria, che è l’essenza stessa del raccontare, crea un’affascinante sospensione, quasi come fa il vento di bora che Valdina sente arrivare insinuandosi nella manica del suo cappotto, un avanti e indietro nel tempo degli eventi e della vita che continua a scorrere a Dignano, mai dimenticata anche da chi l’ha dovuta abbandonare. È implicito nella rappresentazione di un tale affresco corale che è anche un racconto di emigrazione e sradicamento, l’idea del ritorno, e questo è esemplificato nel ritorno di Emilia nei luoghi dei nonni. La nipote dei vecchi titolari dell’emporio di Dignano la troveremo infatti nel finale, in un tempo che è quello più prossimo ai giorni nostri, in un paese dove c’è stato l’arrivo del turismo di massa, alle prese con questioni di proprietà del vecchio emporio, e lì incontrerà Valdina, la ora anziana ma ancora in attività levatrice, la quale si mette a sua disposizione per un parto che sembra imminente. Emilia, nipote di Luze e Milan incontra l’anziana levatrice, e questo incontro tra passato e presente sembra idealmente chiudere un cerchio, quasi una catarsi, qualcosa che si chiude e lascia aperto uno spiraglio di speranza e di vita.
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