Intervista a Riccardo Bertoncelli, grande critico musicale, autore del recente “Abitavo a Penny Lane”: “Non voglio fare il nostalgico, ma alcuni artisti erano punti di riferimento per un pubblico vastissimo e trasversale. Oggi il panorama appare molto più frammentato: esistono tanti pubblici diversi. La musica è meno centrale, ci sono i social, i videogiochi…”
Riccardo Bertoncelli, nel suo memoir per Feltrinelli Abitavo a Penny Lane. Memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues (qui l’articolo) Lei racconta la scoperta del rock come una sorta di rivelazione generazionale. Dal suo punto di vista, quanto fu davvero dirompente per un adolescente italiano degli anni Sessanta l’arrivo di gruppi come i Beatles, che avevano un suono un po’ sfrontato, potremmo dire, completamente diverso rispetto a quello che si ascoltava in Italia in quegli anni e anche un modo diverso di stare sul palco?
«Fu un effetto dirompente per la mia generazione – quella dei nati dopo la guerra fino ai primi anni Sessanta – anche se vissuto in maniera diversa da persona a persona. Accanto a chi ne fu travolto, c’erano infatti anche molti che continuavano a preferire la musica “leggerissima”, che all’epoca dominava quasi incontrastata… di fatto, allora c’era spazio solo per quella. Mancavano ancora le radio libere e l’accesso alla musica era limitato, il che contribuì a rendere l’incontro con il rock uno shock forte ed improvviso. Tuttavia, l’Italia non è mai stato un paese profondamente rock: Queste novità arrivarono con ritardo, innestandosi su una base culturale fortemente tradizionalista, e trovando terreno fertile solo nel decennio successivo (più negli anni ‘70 che ‘60). Quel cambiamento richiese tempo e una serie di trasformazioni profonde. Nel mio libro ho scelto di raccontarlo a partire dalla mia esperienza personale, ma con l’intenzione di restituire anche un ritratto più ampio e rappresentativo di quegli anni: spero arrivi un quadro che riesca ad andare oltre la dimensione individuale e che contribuisca a delineare l’identità di un’intera epoca».
Il rock è arrivato in Italia come un’onda che si infrange contro una realtà ancora poco pronta ad accoglierla. Oggi diamo per scontate tante cose che in realtà per quell’epoca scontate non erano: parliamo degli anni di Claudio Villa, di Gianni Morandi, e l’idea stessa di giovani come categoria distinta era piuttosto vaga…
«C’è un bel libro che ha pubblicato Feltrinelli, intitolato L’invenzione dei giovani di Jon Savage, dove si parla proprio di questo: i giovani erano tradizionalmente considerati degli adulti in formazione, privi di una vera identità culturale autonoma… Potremmo dire che erano considerati dei “cuccioli di adulti”. Solo nel dopoguerra iniziano a emergere come soggetto sociale riconoscibile, dotato di gusti, linguaggi e consumi propri, su cui poi l’industria culturale e il mercato si concentreranno sempre di più. Oggi tutto questo ci appare come naturale – dall’abbigliamento alla musica, dai videogiochi fino al cinema pensato per i giovani – ma all’epoca rappresentava una novità radicale. C’è un’altra cosa importante che voglio sottolineare: nel secolo precedente il percorso dei giovani era molto diverso, spesso segnato dall’esperienza della guerra o, in alternativa, da lunghi periodi di servizio militare, elementi che contribuivano a definire un vero e proprio rito di passaggio per la società adulta. In quegli anni si verificò una situazione particolare: negli Stati Uniti, tra la guerra di Corea e quella del Vietnam, ci fu un periodo senza grandi conflitti, e questo ebbe conseguenze anche sul modo in cui veniva vissuta la giovinezza. In Italia, ad esempio, la durata del servizio militare venne progressivamente ridotta – dai 24 mesi iniziali a 18, poi 15, fino ai 12 mesi (che feci io stesso) – e questo lasciò più spazio a una nuova apertura verso il mondo giovanile e verso la scoperta di una “cultura giovanile”».
Spesso mi capita di rivedere dei filmati d’epoca conservati nelle Teche Rai, in cui emerge chiaramente la differenza nel modo di presentarsi e di vestirsi degli artisti italiani rispetto ai gruppi inglesi. Cantanti come Rita Pavone o Gianni Morandi, se messi a confronto con i Beatles, sembravano quasi dei “piccoli adulti”, pur essendo molto più giovani se non addirittura coetanei dei Beatles!
«Morandi, per esempio, è del 1945, mentre John Lennon era del 1940: una differenza minima dal punto di vista anagrafico, che però sul piano dell’immagine e dell’atteggiamento appariva molto più marcata. Tutto ciò riflette proprio il contesto culturale dell’Italia di allora, dove si poteva essere giovani senza avere ancora intercettato pienamente quell’ondata di rinnovamento rappresentata dal rock e dai gruppi come i Beatles».
Nel libro emerge chiaramente il ruolo dell’ascolto come pratica quasi iniziatica: dischi cercati, aspettati, consumati. Quanto quella dimensione di “rarità” e di attesa ha inciso, secondo Lei, sulla profondità con cui la sua generazione si è formata musicalmente?
«La bellezza del viaggio non è stare in un posto, ma arrivarci”. La ricerca, la fatica, il passaparola. Trovare un disco significava seguire indizi, ricevere dritte preziose, scoprire negozi nascosti. Era proprio questo processo a rendere l’esperienza intensa e significativa. Non voglio fare il nostalgico, ma oggi la situazione è profondamente cambiata: tutto è a portata di mano, e questa facilità rischia di rendere la musica più “superficiale”, meno carica di valore, perché viene meno quella tensione verso la scoperta che caratterizzava il passato. Jim Morrison cantava “la musica è la tua unica amica”, e per la mia generazione – così come per la generazione immediatamente precedente – la musica era davvero un’amica speciale, un elemento centrale di aggregazione e identità. Al contrario, al giorno d’oggi, non è più la musica svolgere quel ruolo predominante: esistono molte altre forme di intrattenimento, dai videogiochi ad altri tipi di svago (come YouTube, Spotify e i social in generale), che competono per l’attenzione dei giovani. In un contesto in cui le possibilità erano più limitate, la musica aveva naturalmente assunto un peso molto maggiore, diventando uno dei principali punti di riferimento per un’intera generazione».
Molti passaggi del libro mostrano come il rock abbia funzionato anche come strumento di alfabetizzazione culturale: lingua inglese, immaginario, modelli di comportamento. In che misura l’incontro con autori come Bob Dylan ha ampliato il suo modo di pensare la musica come forma di discorso?
«A partire da un certo momento i testi delle canzoni hanno assunto un’importanza sempre maggiore, soprattutto perché si allontanavano dal modello delle semplici “canzonette”. Negli anni Cinquanta, infatti, il formato dominante era quello del 45 giri, che imponeva brani brevi – circa tre minuti per lato – e finiva per condizionare anche la struttura e i contenuti delle canzoni, necessariamente semplici e immediati. Con il tempo, però, alcuni artisti – nella sua domanda ne ha citati due importantissimi, Dylan e Zappa, ma mi viene in mente anche Jimi Hendrix – iniziarono a rompere questi schemi, superando i limiti del singolo e orientandosi verso l’album come forma espressiva più ampia e articolata. Questo passaggio segnò una svolta significativa, perché permise di sviluppare discorsi musicali più complessi e meno vincolati alla brevità. Allo stesso modo, cambiarono anche i contenuti: le canzoni, che fino ad allora avevano utilizzato un linguaggio piuttosto semplice e trattato prevalentemente temi sentimentali o leggeri, iniziarono a confrontarsi con la realtà. È qui che “entra in gioco la vita”: la musica si trasforma in una vera forma culturale, mentre in precedenza questo ruolo era attribuito quasi esclusivamente alla musica classica o, al massimo, al jazz. Il rock, in particolare, riesce a intercettare lo spirito del tempo, riflettendo i ritmi più frenetici e le tensioni della modernità, fino a diventare una sorta di colonna sonora del Novecento, soprattutto nella sua seconda metà. In questo senso, introduce anche l’idea che la canzone possa essere non solo intrattenimento, ma anche espressione di pensiero: uno spazio in cui si riflette sul mondo, sulla società e sulla condizione contemporanea».
Abitavo a Penny Lane racconta anche un momento in cui il rock sembrava avere una forte dimensione politica e generazionale. Oggi, a distanza di decenni, pensa che quella funzione sia cambiata o si sia semplicemente trasformata?
«La musica, il rock in particolare, si è profondamente trasformata nel tempo, ma non necessariamente in senso negativo. Negli anni Settanta, ad esempio, si era diffusa l’idea che il rock potesse rappresentare una forma di alternativa radicale al sistema: una musica “libera”, svincolata dalle logiche economiche e restituita direttamente al pubblico. Girava la strampalata idea che i musicisti potessero suonare gratuitamente in concerti organizzati senza fine di lucro per il popolo degli appassionati. Presto questa visione si è rivelata in gran parte illusoria, generando equivoci e, in alcuni casi, anche tensioni significative. Oggi quell’idea è stata superata: non si pensa più al rock come a qualcosa di completamente separato dal mercato. Tuttavia è rimasta un’eredità importante, ovvero la consapevolezza che la canzone possa essere molto di più di un semplice intrattenimento leggero. La musica ha acquisito una dimensione culturale più ampia: può affrontare temi complessi e avere anche una valenza collettiva. Non esiste una contrapposizione netta tra arte “seria” e musica popolare: queste dimensioni possono convivere. In passato, in un contesto con meno stimoli e meno “rumore di fondo”, alcuni artisti riuscivano a parlare ad un pubblico vastissimo e trasversale. Gruppi come i Beatles, i Rolling Stones o, più tardi, gli U2, hanno rappresentato un punto di riferimento quasi universale, lasciando un’impronta profonda e condivisa. Oggi, invece, il panorama appare molto più frammentato: esistono tanti pubblici diversi, quasi delle “tribù” musicali, ciascuna con i propri riferimenti. Se da un lato non mancano artisti di grande successo, dall’altro è più difficile che emergano figure capaci di raggiungere lo stesso livello di diffusione e di impatto collettivo. La musica non è più un linguaggio universale come un tempo, ma si articola in una molteplicità di esperienze e comunità».
Se dovesse indicare a un giovane ascoltatore di oggi un modo per avvicinarsi a quella stagione musicale, non solo come repertorio ma come atteggiamento culturale verso l’ascolto, quale sarebbe il punto di partenza?
«Se ne ha proprio voglia, che studi. Studiare non deve essere visto come qualcosa di negativo o faticoso in senso sterile: è un percorso impegnativo, certo, Ma anche profondamente formativo e appagante. A questo proposito, ricordo di una frase di Kierkegaard che mi ha accompagnato fin dai tempi del liceo: “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino”. Applicando questo principio anche alla musica, invito i giovani a non accontentarsi dalle scorciatoie offerte oggi dalle piattaforme digitali, come i suggerimenti automatici o gli ascolti guidati dagli algoritmi. Se da un lato questi strumenti facilitano l’accesso, dall’altro rischiano di limitare la scoperta personale. Per questo, vi dico: “sporcatevi le orecchie”, ascoltate molto, anche senza certezze, esplorando strade diverse, incluse quelle meno immediate o persino sbagliate; e leggete, leggete, la storiografia rock è diventata ormai adulta e i libri giusti servono per capire e come bussole per orientarsi in quel grande oceano che è diventata la musica di Elvis, dei Beatles, di Hendrix. È proprio attraverso questo processo che si formano i gusti personali: solo ascoltando in modo ampio e consapevole si può capire davvero cosa piace e cosa no, anche all’interno di generi vasti e complessi come il rock. Se è vero che oggi la musica è più accessibile che mai, non deve però venire meno il tempo e l’impegno dedicati alla ricerca. La facilità non può sostituire la profondità dell’esperienza: è proprio nello sforzo della scoperta che risiede il vero valore dell’ascolto».
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie


ho acquistato “Abitavo a Penny Lane”, assolutamente fantastico e coinvolgente…ho 72 anni e sono entrato nella musica di Bertoncelli nel giugno del ’71 ascoltando Per Voi Giovani Estate con Carlo Massarini…che illuminazione!!! nel ’73 ho acquistato Pop Story di Riccardo Bertoncelli e mi si è aperto il mondo. Ora, a 72 anni, seguo sempre la musica anche se le mie preferenze vanno al periodo ’60/’70…due anni fa il 13 settembre, giorno del mio compleanno ero a San Francisco all’angolo di Haight/Ashbury …che emozione essere dove Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service hanno camminato e scritto i loro capolavori…che dire ancora: grazie Riccardo per i tuoi libri, i tuoi racconti, i tuoi insegnamenti
Caro Michele,
grazie di cuore per aver condiviso la tua esperienza! Leggere le tue parole è un po’ come fare un viaggio nel tempo insieme a chi ha vissuto la musica con la stessa passione e curiosità di Bertoncelli. È bellissimo sapere che le tue scoperte musicali, da Per Voi Giovani Estate a Pop Story, continuino a illuminare ancora oggi il tuo ascolto. E che emozione dev’essere stata passeggiare per Haight-Ashbury, tra le strade che hanno visto nascere capolavori indimenticabili!
Il tuo racconto conferma quanto Bertoncelli riesca a trasmettere non solo la musica, ma anche lo spirito di un’epoca e l’intensità della scoperta. Grazie ancora per aver condiviso la tua esperienza: è esattamente il tipo di connessione che rende viva la musica, indipendentemente dall’età.
Grazie Diletta, molto bella anche la tua intervista…ho raccolto l’invito di Riccardo a studiare e ho cominciato a riprendere in mano i libri musicali di cui è piena la mia stanza dove ascolto e vivo la mia passione per la musica…come dice Platone la musica è la migliore medicina dell’anima
grazie ancora per ciò che hai scritto
Michele