“La vita sempre” di Elena Varvello attraversa i nebbiosi labirinti del tempo e ne esce con quell’anima immortale che non vuole essere dimenticata. Un passato doloroso, di domande senza risposta e di esistenze rimescolate, nello sfondo tridimensionale di Alba…
Il romanzo La vita sempre di Elena Varvello è, parafrasando quello che direbbe Flannery O’Connor, un’opera riuscita. Riuscita perché continua a sfuggire di mano, perché dentro ci si può vedere sempre qualcosa in più.
La letteratura ha il magico potere di trasformare le storie individuali, piccoli rivoli d’acqua che convogliano nell’impetuosa corrente della Storia con la “S” maiuscola, in una radice comune all’umanità tutta.
Per questo motivo, cercando di sfuggire ad ogni etichettatura e dovendo comunque restituire un’idea di cosa sia questo romanzo, mi permetto di individuarlo come una profonda indagine al centro del mistero della nostra esistenza – l’esistenza di ognuno di noi, di ogni nome, di ogni volto, di ogni gesto interrotto – su questa terra. E, come ogni indagine degna di questo nome, LA VITA SEMPRE scava a fondo in questo mistero, partendo da minime tracce, indizi infinitesimali che sono riusciti a trapelare, a sfuggire alle maglie del tempo che tutto sovrasta.
Portare il fuoco
Ognuno di noi lascia segni del proprio passaggio, siano essi scatti sbiaditi dagli anni, scampoli di ricordi altrui o, ancora prima, incisioni nella pietra, sbaffi colorati sulla roccia. Perché noi esistiamo e vogliamo esistere. Dobbiamo esistere. Ognuno di noi, a suo modo, è tedoforo della propria storia – «noi portiamo il fuoco» – e desidera far sentire la propria voce, urlare il proprio nome dal fondo melmoso del barile da cui si guarda alle stelle, ai grandi accadimenti della Storia, che si imprimono immortali in uno spazio indecifrabile eppure a tutti comune.
Questo è il viaggio che Elena Varvello compie, il suo è un nostos, una discesa nell’oscurità di un passato doloroso, zeppo di lacune e domande che non hanno trovato risposta, per riportare a casa – salvare – quante più vite possibile.
La vita sempre (336 pagine, 20 euro), attraverso le vicende intrecciate – perché tutte le storie si intercettano, collidono nella perfezione indistinguibile del caos – dei suoi personaggi, innalza un canto inesauribile al vivere, vivere a tutti i costi, vivere qui ed ora.
Il palcoscenico della vita
Ecco allora che lo sfondo tridimensionale di Alba, i suoi bassifondi, i quartieri borghesi, le voci di sottofondo – voci accennate per decretarne l’esistenza e il diritto ad essa – e i tragici eventi che sconquassano e rimescolano le vite di Francesco, Teresa, Clelia, Piera, tornano a fare da coro, a contestualizzare necessariamente il palcoscenico su cui accade la vita.
Varvello con La vita sempre, edito da Guanda, ha compiuto un’impresa memorabile, straordinaria; ha trasformato in letteratura, incidendo la pagina come la pietra, l’esistenza umana.
E questo è esattamente il massimo che si può chiedere alla narrativa, attraversare i nebbiosi labirinti del tempo e uscirne con quell’anima immortale che non vuole essere dimenticata.
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