Un formidabile saggio a quattro mani, “Contar le stelle. Anna Maria Ortese e la scuola” di Gianna Cannì e Ivana Margarese. Un libro che illumina, attraverso la vita e le opere di uno dei maggiori nomi del Novecento (con studi interrotti e formazione da autodidatta) su un’altra scuola possibile. Immaginazione e lentezza piuttosto che imposizione e devozione, un insegnamento che ascolta il silenzio, riconosce il dolore e accoglie la meraviglia
Io ho studiato poco, quasi niente. Ho imparato tutto dai libri presi a caso e dalle persone che ho amato o temuto.
Parole e musica di Anna Maria Ortese, ovvero uno dei maggiori nomi del Novecento. Prendendo quella frase come architrave due insegnanti italiane di oggi, Gianna Cannì e Ivana Margarese, hanno deciso di dedicarle un libro sulla scuola, Contar le stelle. Anna Maria Ortese e la scuola (272 pagine, 18 euro), edito da AnimaMundi, volume che illumina attraverso Ortese: con la sua scrittura, che è un pugno nello stomaco e una carezza nello stesso istante, questa scrittrice ha molto da dirci su come si impara, su cosa vuol dire educare, su cosa succede dentro una ragazzina o un ragazzino quando il mondo li respinge o li ignora. Anna Maria Ortese ricordava spesso gli studi interrotti e la formazione da autodidatta, nelle poche interviste rilasciate, anche quando era tornata in auge grazie alla riscoperta di Roberto Calasso e al ritorno dei suoi libri per Adelphi, con il successo negli anni Novanta e il gran clamore attorno a sé (rifiutò, fra le altre cose, anche la candidatura al Campiello). Ricordava di non sentirsi nemmeno un’intellettuale, che era stata bocciata più di una volta all’istituto di avviamento al lavoro. A quattordici anni aveva mollato la scuola. Non sopportava l’aula, le maestre, i grembiuli, le lavagne, l’odore di colla e di obbligo. Aveva una fame di conoscenza che nessuna aula avrebbe potuto saziare. E da quella fame, da quella solitudine, da quel rifiuto, ha tirato fuori opere fra le più importanti della letteratura italiana.
Una scuola poetica, etica e mediterranea
La prefazione del pedagogista Pier Cesare Rivoltella descrive, in tre aggettivi, la scuola che Ortese avrebbe amato: poetica, etica, mediterranea. Una scuola poetica è una scuola del fare. La poesia, nel senso greco di poiesis, è capacità generativa, è uscire dal canone, dalla ripetizione stanca. La meraviglia è scoprire quel che da sempre sta davanti al nostro sguardo senza che ce ne rendiamo conto. Una scuola etica è una scuola per risonanza. Il concetto è di Hartmut Rosa: una relazione con gli altri e con il mondo in cui gli altri e il mondo ci rispondono. L’esatto contrario dell’alienazione. Una scuola mediterranea è simbolica, lenta, gentile, narrativa. Il pensiero simbolico procede per immagini, metafore, analogie. Riconosce nell’immaginazione una facoltà cognitiva essenziale. Il pensiero lento è profondità, cura, attenzione. La gentilezza è una forma di intelligenza relazionale.Tutto questo, scrive Rivoltella, significa contare le stelle, come pratica concreta di un’educazione che riconosce il valore dell’impossibile, della meraviglia, del tempo lungo.
La visionaria che indica la strada
Le autrici sono due insegnanti. Ogni mattina entrano in classe, guardano in faccia ragazzi e ragazze, e sanno che la scuola di oggi soffre. Soffre di burocrazia, di competizioni fine a sé stesse, di una corsa al voto e al titolo che lascia indietro i corpi, le emozioni, i desideri. E allora hanno cercato, scrivendo questo saggio formidabile, un’altra scuola, una scuola possibile, e l’hanno trovata nelle pagine di una donna che la scuola l’aveva abbandonata da bambina. Non sono le teoriche della didattica a indicare la strada a una scrittrice visionaria, ma è la scrittrice visionaria a indicare la strada a due insegnanti stanche di sentirsi dire come si fa il loro mestiere. Ed è questa la linea guida del formidabile saggio di Gianna Cannì e Ivana Margarese, arricchito da due interviste, a Franz Haas e Patrick Mégevand – che restituiscono un ritratto intimo di Ortese, con la quale scambiavano lettere piene di affetto, di curiosità intellettuale, di calore umano – e dalla postfazione di Ugo Morelli.
La capacità di stupore
In Corpo celeste, uno dei suoi libri più densi, Anna Maria Ortese – ricordano Cannì e Margarese – denunciava la mancanza di spazio data alla creatività e alla meraviglia nell’educazione. Creare a scuola non vuol dire proporre un modello standardizzato e misurabile. Vuol dire coltivare il confronto imprevisto con la realtà, quella contingente e mutevole, e con gli altri che di quella realtà fanno parte. Accettando gli errori e le traiettorie incerte, creare è dare nuova nascita: «Creare è una forma di maternità; educa, rende felici e adulti in senso buono. Non creare è morire e, prima, irrimediabilmente invecchiare». Invecchiare non è mai stato da Anna Maria Ortese. Neanche quando il corpo le ha imposto il suo tempo, lei ha continuato a scrivere come una ragazzina che vede il mondo per la prima volta. E questo è il cuore del saggio: recuperare quella capacità di stupore che la scuola istituzionale finisce per soffocare sotto pile di libri, verifiche, programmi da rispettare, competenze da certificare. La scuola vissuta dalla scrittrice era stata altro. Si vergognava dei vestiti indossati, il grembiule malmesso, le scarpe rotte e rifiutava in modo viscerale uno spazio che le chiedeva di stare immobile, di piegarsi, di diventare come tutte le altre, ostile alle insegnanti che esigono immobilità, attenzione, devozione, memoria, un bel viso, un sempre pronto inchinarsi. Lei vorrebbe solo camminare, guardare il mare, arrampicarsi sul tetto di casa e osservare le stelle.
I limiti una ricerca, non una condanna
Se c’è un libro che racconta la formazione di Anna Maria Ortese, quel libro è Il porto di Toledo. Ci lavora per tutta la vita, dal 1969 alla morte, nel 1998. È un palinsesto, un tessuto che si scioglie e si rannoda continuamente. La protagonista ha molti nomi: Toledana, Damasa, Dasa, Misa, Figuera. Ogni nome è una traiettoria possibile, un’identità in divenire.
Il romanzo racconta l’adolescenza napoletana di Anna Maria, ma lo fa con una prosa che è un fiume in piena: frasi lunghe, digressioni, subordinate che si aprono come corridoi segreti. In queste pagine si ritrova l’esperienza dell’abbandono scolastico. Toledana detesta stare al chiuso, programmare le sue giornate, obbedire a orari imposti. Preferisce vagabondare per Napoli, con le sue strade che respirano, i suoi vicoli che nascondono storie, il suo mare che promette fuga. È una scolara senza scuola, sì, ma di tutto il resto: della città, del dolore, dell’amore, della scrittura. Una delle figure centrali del romanzo è il conte D’Orgaz – alias il Maestro d’Armi, ovvero Corrado Pavolini, direttore de «L’Italia letteraria», la rivista su cui Ortese esordisce nel 1933 – che con un paio di lettere le apre mondi. Nella prima rivela a Toledana cosa sia l’espressività: non un riflesso del mondo o della realtà, bensì un secondo mondo, una seconda realtà, «una seconda irreale realtà». La scrittura non descrive la realtà: ne crea un’altra. E questa altra realtà è più vera della prima. Nella seconda scrive di parole, grammatica, sintassi, «altre stregonerie». Toledana si riempie di una strana gioia quando scopre che quelle regole non sono una prigione, ma uno strumento di libertà. L’allieva «rozza e muta» approda alla terra dell’espressività e capisce che il limite non è una condanna, ma una ricerca.
La scuola della vita
Dopo D’Orgaz, ecco Lemano. Non insegna con le lettere, insegna con lo sguardo, con l’assenza, con la presenza che diventa assenza. È un amore che non si realizza, che resta sospeso, e forse è proprio questo a renderlo indimenticabile. «Solo Lemano non vidi mai. Egli non tornò mai, neppure nei sogni». Ma prima di svanire, Lemano le infligge una ferita che è anche una rivelazione. La chiama ignorante. «Non la scuola mancata, no, ma qualcosa di più profondo: la vita. Non ero stata a scuola di vita. Non potevo essere promossa, a nulla. Ignorante». È il momento in cui l’adolescente capisce che l’ignoranza non riguarda i libri non letti o le lezioni non seguite. Riguarda la vita. E la scuola della vita è un’altra cosa rispetto alla scuola con i banchi e la cattedra. Per chi insegna, questo passo è cruciale. Quanti ragazzi escono da scuola con un bel diploma e un voto alto, e non sanno nulla della vita? Quanti hanno imparato a ripetere formule e date storiche, ma non sanno riconoscere il dolore di un amico, la gioia di un tramonto, la paura di un futuro che non riescono a immaginare? Ortese, che la scuola l’aveva abbandonata, sapeva questo meglio di chiunque altro. E lo ha scritto. Imparare a sentire il dolore dell’altro, umano o non umano che sia, questo dovrebbe contare.
Contare le stelle
Nella seconda parte del saggio, “Letture sorelle”, Cannì e Margarese mettono in dialogo Anna Maria Ortese con altre scrittrici, altre voci. C’è Maria Zambrano, c’è Hannah Arendt con la sua filosofia della natalità, c’è bell hooks con il pensiero del margine, c’è Donna Haraway con l’invito a «generare parentele». Compongono costellazioni tra elementi apparentemente distanti, le autrici del saggio. Fanno incontrare scrittrici e libri lontani tra loro, perché da questi incroci impensati emergessero nodi di senso. L’approdo è la possibilità di un’altra scuola, che non misura, non giudica, non omologa. Una scuola che conta le stelle, che ascolta il silenzio, che riconosce il dolore, che accoglie la meraviglia. Una scuola che impara dalle scrittrici, dalle studentesse, dai maestri ribelli, dai bambini che guardano il cielo. È la scuola che nasce quando – il riferimento di Cannì e Margarese è a un libro di Franco Lorenzoni edito da Sellerio, Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli – un insegnante decide di non dare compiti a casa e di affidare ai suoi alunni un compito impossibile: contare le stelle.
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