“I convitati di pietra”, ultimo lavoro di un maestro della nicchia editoriale e della deviazione colta come Michele Mari, si mantiene nel solco delle ossessioni di una vita. Il passato e la memoria, l’amicizia di un gruppo di compagni di classe, e una singolare “riffa” al centro del romanzo. ll favoritissimo romanzo nella corsa al premio Strega è indagine spietata della malinconia dei corpi che mutano, dei desideri che si spengono, della crudeltà dello sguardo altrui
Se sua maestà Michele Mari ha deciso di sporcare il mantello con la polvere e le paillettes del premio Strega, l’incoronazione del prossimo 8 luglio, in piazza del Campidoglio, a Roma, dovrebbe essere come le albe mattutine e i tramonti pomeridiani, certa. Non sono all’ordine del giorno impallinamenti come quelli che colpirono Pasolini o lo stesso Sciascia, che (non sarebbe stato ascoltato…) sconsigliò anche all’amico fraterno Bufalino di partecipare all’appuntamento capitolino. Un maestro della nicchia editoriale e della deviazione colta, come Michele Mari, contrario ai patti con le mode del momento o con le semplificazioni del mercato, come grande favorito dello Strega non dispiace affatto. Sembra raccogliere un consenso trasversale, ha già vinto il premio Strega giovani, e potrebbe aggiudicarsi un riconoscimento che va oltre l’omaggio alla carriera e alla centralità già conquistata.
Un gioco perverso, una trappola dorata
Il passato e la memoria, nella narrativa di Mari, sono dannazione e persecuzione. E, in questo senso, con I convitati di pietra (168 pagine, 17,50 euro), edito da Einaudi, Michele Mari, classe 1955, si mantiene nel solco delle ossessioni di una vita. Con il suo ultimo romanzo l’autore milanese compie un passo ulteriore in questa direzione, strutturando una narrazione che segue i suoi personaggi lungo l’arco di alcuni decenni. Al centro della vicenda c’è un gruppo di compagni di scuola legati da un vincolo giovanile, che finisce per condizionare in modo spietato l’intera evoluzione dei loro rapporti, fino al confronto con il proprio declino. La loro amicizia nel tempo assume i contorni di una trappola dorata, rivelando con divertimento e ferocia le sotterranee invidie che si nascondono dietro i legami più sacri. I compagni di gioventù, invecchiando, smettono di essere compagni di strada per diventare, appunto, convitati di pietra: statue silenziose, erette a perenne memoria dei fallimenti altrui: il gioco che li tiene uniti è versare, a partire dal 1975, ogni anno una cifra, da investire affinché produca una fortuna, i vincitori del montepremi finale di questa crudele “riffa” saranno gli ultimi tre superstiti. E ogni anno si rinnova l’appuntamento di incontrarsi, per vedere chi resiste, chi fa i conti con malanni, chi, di volta in volta, non c’è più.
La dimensione universale del dolore del ricordo
La vicinanza tra questi uomini e queste donne, attraverso il filtro del tempo, mostra come l’evoluzione individuale rimanga legata a fili invisibili: il successo di uno si riflette nell’ombra dell’altro, il fallimento diventa il parametro su cui misurare la propria sopravvivenza. Mari abbandona la parodia esplicita e il virtuosismo linguistico di alcune delle sue opere più note, in favore di una prosa tersa ma densa, capace di restituire la malinconia dei corpi che mutano e dei desideri che si spengono. L’ironia, che da sempre alleggerisce la spettralità delle sue storie, qui si è quasi impercettibile. È il suo romanzo diventa, pagina dopo pagina, un’indagine spietata sulla crudeltà dello sguardo altrui. Rispetto a Leggenda privata (2017), in cui Mari aveva aperto una breccia esplicitamente autobiografica, in quest’ultima prova l’elemento personale si diluisce in una dimensione universale. Il dolore del ricordo non appartiene più a un singolo io narrante tormentato, ma si parcellizza in una coralità di voci, che rappresenta la nostra comune fragilità di fronte al passar del tempo. La conclusione del romanzo, con il suo coerente capovolgimento di fronte, lascia il lettore davanti a un’idea malinconica e affascinante: i convitati che danno il titolo al libro non sono soltanto le presenze fisiche dei vecchi amici rimasti a guardare, ma sono le decisioni prese, le parole non dette, i rancori coltivati nel silenzio delle proprie stanze.
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