Riccardo Meozzi: nessuno si salva, nemmeno l’amore

Poco più che adolescenti e già sposati: sono Lidia e Giovanni, protagonisti di “Addio, bella crudeltà”, romanzo di Riccardo Meozzi. Hanno alle spalle familiari agli antipodi e vivono un sentimento di grandi tensioni. E si capisce che a trionfare non sarà il bene…

L’esordio nel romanzo di Riccardo Meozzi, Addio, bella crudeltà (208 pagine, 16 euro), è un romanzo tenero e spietato. Pubblicato da edizioni e/o, Meozzi si era già fatto notare nel panorama letterario italiano con racconti pubblicati su varie riviste e la novella illustrata Piccolo nome, grande sangue edita da Moscabianca nel 2022. La sua voce, benché esordiente, è già matura. Addio, bella crudeltà è un romanzo che guarda al passato: l’intera vicenda si consuma nello spazio di pochi anni, dal 1990 al 1992, con una breve escursione nel presente del romanzo, il 1994. Protagonista principale è Lidia, alla quale fa da controparte Giovanni, entrambi poco più che adolescenti eppure già imbarcati in una vita da adulti: il loro è un matrimonio tra giovani, giovanissimi, che non incontra largo consenso tra i familiari, specialmente quelli dalla parte di Lidia, che sembra quasi liberarsi da una prigionia per rinchiudersi in un’altra, come se non esistesse per lei una possibilità di indipendenza.

Questione di emicranie…

Si sono conosciuti a scuola, durante le ricreazioni in cui Lidia si guarda attorno intimorita: è l’ultima arrivata in quell’istituto, non conosce nessuno e nessuno sembra avere intenzione di fare amicizia con lei. Nemmeno Giovanni fa eccezione, s’imbatte in lei come in qualunque altra ragazza, ha soltanto bisogno di una sigaretta perché gli scoppia la testa e la nicotina è una delle poche strategie con le quali ha imparato a distrarsi e sopportare. Giovanni è bello, di quella bellezza ribelle e maledetta, un po’ decadente, che da adolescenti attrae come il canto d’una sirena. Ha soltanto un paio d’anni in più di Lidia, è un ripetente dell’ultimo anno; spesso scontroso, spigoloso nel corpo e nello spirito. Lidia non fuma, ma ha un dono: se gli lascia stendere il capo sulle gambe e gli accarezza i capelli, quel dolore martellante alla testa quasi scompare. Allora Giovanni inizia a cercarla ogni volta che ha un’emicrania, e purtroppo per lui, ma fortunatamente per lei, capita spesso, molto spesso.

Il peso della famiglia

Anche Lidia è una bella ragazza, ma non ne è consapevole: si sente sempre goffa, inadeguata, sbagliata. Ha un rapporto disfunzionale con il cibo che la porta a perdere peso terribilmente, ma quella magrezza a Giovanni sembra piacere, e allora impara a non dar peso alla cosa e a consumare pasti frugali.

La realtà è che i pranzi e le cene a casa di Lidia sono un terreno minato, un luogo di silenzi carichi di tensione, di frecciatine e di accuse. Tra suo fratello e la sua compagna, che hanno avuto un bambino senza programmarlo, le discussioni sono all’ordine del giorno; il padre è un uomo tendenzialmente buono e accondiscendente ma perlopiù assente; la madre svolge il vero ruolo di capofamiglia e bacchetta con fermezza ogni scelta e azione che le appare sconsiderata: severa, non perdona mai nulla, neanche gli errori ancora da compiere.

Il rapporto tra madre e figlia è perennemente teso, non si risolve nemmeno di fronte ai momenti più gravi della vicenda. La solitudine che prova Lidia l’abbraccia per intero, non le lascia un singolo spiraglio, è soffocante. Non conosce l’amore, non sa cosa significhi essere amati, non prima di incontrare Giovanni: così lui diventa l’idolo, l’immagine santa di cui aver premura anche a costo della vita.

Lo scontro con la realtà

Al contrario a casa di Giovanni regnano la comprensione e l’amore. Sua madre è una donna dolce e presente, attenta agli umori del figlio e spesso fin troppo accomodante con lui: Giovanni è libero di trascorrere il suo tempo come vuole, anche se non porta a casa grandi risultati e non sempre è gentile con lei. Ha un fratello più grande che vive altrove, i due non hanno un legame particolarmente forte, sono differenti quasi in tutto: tuttavia, pragmatico e risoluto, suo fratello saprà esserci nel momento del bisogno.

Malgrado la dolcezza con la quale Lidia se ne prende cura ogni giorno, i dolori di Giovanni non gli danno tregua e un’indagine clinica darà il responso più temuto: tumore al cervello. Il logorio della malattia distruggerà la giovinezza di Giovanni, lo priverà delle forze, della volontà, non ultimo della sua bellezza e del potere.

Un morso rivoluzionario

L’intervento al quale si sottoporrà, infatti, non avrà esito positivo, se non temporaneamente. Accorrerà la sua famiglia ad assisterlo e a prendersi cura di Lidia che, di fatto, è una ragazzina appena maggiorenne. In principio lei sembra voler imitare il percorso del marito e si annulla: tanto è abituata a nutrirsi con poco o nulla. Giovanni però non ha perso la capacità di pronunciare parole taglienti, di ferirla con i suoi scatti d’ira e d’insensata crudeltà e, benché questi non minino le fondamenta dell’amore assoluto che Lidia prova per lui, da un certo punto in poi qualcosa in lei muta: troverà un lavoro che la costringerà a stare fuori casa, smetterà di combattere la fame e affonderà i denti in un panino assurdamente ricco di grassi. Quel primo morso sarà rivoluzionario: da sottomessa diventerà padrona, e non soltanto di sé stessa.

Lidia non ha il coraggio di dirgli che lei invece no. Che lei vorrebbe stare fuori all’aria, che vorrebbe fermarsi a mangiare in un ristorante. Che vorrebbe fare altre foto, e che non vede l’ora di stamparle. Non ha il coraggio perché è sbagliato, perché lei è lì per lui, e quella è la vita che hanno insieme e non ne possono avere un’altra. Però è vero, è tutto vero. Sono veri i suoi desideri, sono vere tutte le cose che sente, proprio come è vero il dolore di Giovanni, il suo bisogno di antidolorifici, l’occhio immobile e il corpo smagrito, segnato, sfibrato. Lidia ha una piccola vertigine, mentre escono dal parco, perché tutto ciò che è suo varrà sempre meno, vale poco già adesso. Si ferma per respirare. Tutto sarà così finché tutto non finirà.

Il lutto come salvezza

La tensione presente nelle pagine di questo romanzo è totalizzante: sin dal principio si sa che sarà il male, sarà il dolore a trionfare. Eppure c’è luce, e tenerezza, tantissima tenerezza. Riccardo Meozzi descrive dei personaggi profondamente vivi e reali nelle loro contraddizioni, narrando una storia d’amore, di dolore, di rinuncia e di malattia, in cui soltanto affrontare il lutto può portare alla salvezza di sé.

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