“Brava Giulia” è il romanzo postumo di Anna Toscano, poetessa, fotografa, docente universitaria. In una Venezia di luce opaca le incomprensioni e l’incomunicabilità di un nucleo familiare composto da Giulia e dai suoi genitori. Tre versioni che non combaciano mai. Una storia che trasmette la grande umanità della sua autrice
C’è una finestra aperta sulla laguna, una luce grigia. È la soglia da cui entra Brava Giulia (144 pagine, 17 euro), romanzo postumo di Anna Toscano, edito da Nottetempo: un libro che deposita il silenzio come una polvere viva sulle cose. La storia si muove a lungo dentro un appartamento veneziano, un interno dove le parole non servono a chiarire ma a schermare, e dove ogni gesto è una deviazione minima che rivela più di quanto dica. La casa è un organismo che respira piano. Le stanze trattengono ciò che non viene detto, i corridoi amplificano gli sguardi, i mobili assorbono le omissioni. La casa costringe a misurare la distanza tra tre persone che abitano lo stesso spazio e la stessa solitudine.
Alfabeti incompatibili
Il nucleo familiare è una frattura. Da una parte il padre, medico per tradizione e per vocazione, convinto che la realtà si governi con la diagnosi, la classificazione, la neutralizzazione dell’imprevisto. La sua lingua è asciutta, geometrica, priva di sbavature: un linguaggio che pretende di ridurre il mondo a un protocollo terapeutico. Dall’altra la madre, che oppone alla rigidità clinica un’estetica quotidiana fatta di colori, stoffe, rossetti. È una donna che legge il mondo attraverso la pelle e la luce. Due alfabeti incompatibili, due modi di stare al mondo che non trovano un punto d’incontro. Tra loro, Giulia cresce come figlia di due lingue che non si parlano.
Uno sguardo, tre voci
Giulia non ha parole, o forse non le usa perché in quella casa le parole sono armi spuntate. La sua formazione passa attraverso gli occhi: osserva le crepe dei muri, i micro‑movimenti del volto materno, le intenzioni del padre prima che diventino ordini. Attraverso lo sguardo impara a leggere il freddo, la bellezza, la minaccia. La struttura del romanzo è una partitura a tre voci. Prima Giulia, narrata in terza persona ma con il suo sguardo. Poi la madre, che scrive una lettera mentre la malattia avanza e la figlia è lontana. Infine il padre, che registra messaggi vocali per ricostruire una verità che gli sfugge. Le tre versioni non combaciano mai. Ogni voce smentisce l’altra, ogni ricordo si piega alla necessità di chi lo racconta.
L’importanza delle parole scritte
La Venezia di Anna Toscano è costituita da luci opache, da chiese che diventano teatri di silenzi. La laguna è uno specchio instabile che riflette ciò che la famiglia non riesce a dire. Londra, dove Giulia studierà arte e tenterà di respirare altrove, non è una vera alternativa: è un luogo in prestito, che non attecchisce. Il libro resta come una finestra che non si chiude del tutto, un modo di stare nelle cose senza semplificarle, una voce che continua a vibrare anche quando tace. Piace pensare che Anna Toscano, poetessa, fotografa, docente universitaria, strappata a questo mondo alla fine del 2025, con questo romanzo e con il silenzio che lascia, letta l’ultima pagina, continuerà a trasmettere l’umanità di chi sa che le parole scritte sono quelle che restano, che diventano eredità, memoria, maniera d’agire sulle cose, desiderio di guardare quell’orizzonte bellissimo che si vede nella foto di copertina.
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