Due protagonisti appartenenti a dimensioni estremamente opposte della vita ne “La sicurezza della nazione ungherese” di Laszlo Krasznahorkai: un entomologo da una parte, un letterato che porta il nome dell’autore stesso (audace gioco metanarrativo) dall’altro, in mezzo un’amicizia impossibile…
Né documenti ufficiali, né retorica statalistica. Il titolo è una trappola, forse una sfida ironica al lettore. I Nobel possono permetterselo e Laszlo Krasznahorkai batteva certe strade ben prima del massimo alloro letterario planetario. La sicurezza della nazione ungherese (192 pagine, 20 euro), insomma non è un pamphlet politico (sebbene ci sia qualche inserto da non sottovalutare, un’aggressione in una metropolitana di periferia, i vertici di un museo a caccia di strumenti di orgoglio nazionale…) e nemmeno una cronaca della contemporaneità magiara. Il romanzo si compone di dieci capitoli introduttivi e due conclusivi, con etichette che suonano quasi come scherzi tipografici. Questa architettura apparentemente bizzarra nasconde una coerenza filosofica rigorosa: se l’introduzione si ripete dieci volte, significa che il punto di partenza non riesce mai a trasformarsi in un percorso; se la fine arriva in due tempi, e quella definitiva tarda, significa che la conclusione è per sua natura elusiva.
Una programmatica insufficienza strutturale
Il libro – edito da Bompiani, tradotto da Dora Varnai – non possiede un centro narrativo tradizionale, e questa assenza è il cuore stesso della sua poetica: ogni tentativo di raccontare la vita, forse, è condannato a un’insufficienza strutturale. La ripetizione delle introduzioni sembra la metafora di un pensiero che non riesce a decollare, che si aggira attorno al proprio oggetto senza possederlo. Al centro di questo universo narrativo stanno due figure che sembrano uscite da dimensioni opposte dell’esistenza. Da un lato un entomologo, studioso di lepidotteri, uomo di scienza e di metodo, che vive in un appartamento di periferia, conduce una vita ordinata e trova nel catalogare la natura una forma di pace interiore. Dall’altro uno scrittore, o meglio un personaggio che porta il nome dell’autore stesso, settantenne, trasandato, con l’abitudine di inondare l’interlocutore di parole che non trovano mai il punto. La loro relazione si instaura attraverso telefonate, incontri, visite a domicilio, ma mai raggiunge quella simmetria che l’etichetta di amicizia richiederebbe. L’entomologo ascolta con pazienza, a volte con fastidio, a volte con una curiosità che rasenta la pietà; lo scrittore parla, domanda, interroga: c’è un flusso di parole in una sola direzione, e un silenzio attento nell’altra.
La condizione fisica, la curiosità morbosa
Un elemento che rende questa dinamica tra i due personaggi particolarmente complessa è la condizione fisica dell’entomologo. Affetto da una rara sindrome che ne altera l’aspetto e la mobilità, porta sul proprio corpo un segno visibile che lo rende immediatamente diverso, immediatamente leggibile come “altro” agli occhi del mondo. Lo scrittore, con quella curiosità morbosa che talvolta si spaccia per interesse intellettuale, sembra attratto proprio da questa anomalia che potrebbe diventare materia narrativa. L’entomologo lo percepisce con dolore, capisce che non è la sua competenza scientifica a interessare il suo interlocutore, ma la possibilità di trasformarlo in un personaggio. Il contrasto tra i due protagonisti del romanzo di Laszlo Krasznahorkai si può leggere anche come scontro tra due modi di conoscere il mondo. L’entomologo rappresenta la scienza nel suo aspetto più umile e operoso: la classificazione, la pazienza, l’attenzione al dettaglio, la capacità di stare davanti a una realtà senza pretendere di possederla con la parola. Lo scrittore, al contrario, è prigioniero di un’ossessione verbale, di un bisogno di catturare il reale dentro le maglie del linguaggio. Eppure proprio questo suo strumento, la parola, si rivela inadeguato: più parla, più lo scrittore si allontana da ciò che vorrebbe dire. Il romanzo diventa così una meditazione sul fallimento della lingua. La conoscenza scientifica, con i suoi limiti, appare quasi più onesta di quella letteraria, perché almeno sa di non poter dire tutto.
Il riso amaro
Nonostante la gravità dei temi, il libro di Laszlo Krasznahorkai non manca di un humor sottile, quasi impercettibile, che scaturisce dalla discrepanza tra le ambizioni dello scrittore-personaggio e la sua reale capacità di realizzarle. L’autore si presta qui a un gioco metanarrativo di rara audacia: mette in scena una versione di sé stesso grottesca, sgradevole, fisicamente repellente, con l’alito che sa di chiuso e l’abbigliamento che lascia a desiderare. Demolendo la propria figura pubblica, mostra lo scrittore come un predatore di storie. Il riso che nasce da queste pagine è amaro, perché mette a nudo una verità scomoda: chi scrive sottrae, senza scrupoli qualcosa alla vita per trasformarlo in letteratura. Lo scrittore-personaggio afferma esplicitamente di voler abbandonare la penna, di non voler più vendere speranza con le sue storie. Eppure non riesce a farlo: la parola ha su di lui un potere compulsivo, una forza che lo supera. Questa contraddizione tra l’intenzione e l’atto, tra il volere tacere e il dover parlare, rende il personaggio profondamente umano e, al tempo stesso, profondamente tragico.
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