Gabriella Zalapì, una bimba sulle strade dell’emancipazione…

La bellezza lacerante di una ribellione si prende la scena in “Ilaria o la conquista della disobbedienza” di Gabriella Zalapì. Il rapimento lungo due anni di una bimba, Ilaria, da parte del padre, è raccontato con gli occhi della piccola, incapaci di dare un nome al male. Eppure, chilometro dopo chilometro e menzogna dopo menzogna, la bambina crescerà in fretta, attraversando il fuoco e imparando a sopravvivere…

Un romanzo che non deve passare inosservato, scritto in francese da Gabriella Zalapì, nata a Milano, che adesso vive a Parigi. Un’artista giramondo che conosce bene l’Italia, dove ha vissuto, ad esempio a Palermo, e che d’Italia impregna il suo libro, d’impronta autobiografica, edito da Gramma Feltrinelli, nella traduzione di Elena Cappellini. Gabriella Zalapì ha costruito sapientemente Ilaria o la conquista della disobbedienza (156 pagine, 18 euro), un romanzo breve, di densità straordinaria. È un libro che si legge d’un fiato, in apnea. Non per la drammaticità dell’evento – il rapimento di una bimba da parte di un genitore non è un fatto raro – ma per la capacità di restituire, attraverso la voce di una bambina, la complessità dei legami umani e soprattutto la bellezza lacerante di un’emancipazione conquistata strada dopo strada, bugia dopo bugia, silenzio dopo silenzio.

Fiction più che testimonianza

Nel maggio del 1980, a Ginevra, una bambina di otto anni aspetta la sorella davanti alla scuola. Appollaiata su una sbarra di metallo, s’immagina Nadia Comăneci, icona della ginnastica e dello sport. Poi una voce familiare ma inattesa: quella del padre, Fulvio. Dice che vanno al ristorante, che presto raggiungeranno la madre e la sorella. Il pranzo è un pretesto, la prima di una lunga catena di menzogne. Comincia così una sorta di strano “road-trip” attraverso l’Italia, senza meta, lungo le strade di Torino, Roma, Palermo. Si ispira alla propria vita, Gabriella Zalapì, ma presenta la sua opera, più che come testimonianza, come fiction, per provare a raggiungere una verità più profonda.

Un’angoscia sottile

Il padre occupa tutto lo spazio del racconto. Nervoso, imprevedibile, onnipresente, assedia la figlia di domande. Ilaria si ritrae, ma osserva. Descrive i gesti tesi del padre, le sue ossessioni, il suo piano per vendicarsi della moglie, le frenetiche soste nelle cabine telefoniche per chiamarla, i telegrammi sempre più deliranti che le spedisce.

Dalla città in cui abbiamo concepito nostra figlia. STOP. Quella che hai perso in cambio della tua libertà. STOP. E di nessunaltro vero amore. STOP. Ciò che provo lo sai. STOP. A presto. STOP. Tuo marito.

La scrittura di Gabriella Zalapì è breve, incisiva, priva di affettazione, i paragrafi sono scanditi dal ritmo dei pensieri di una mente che ancora non possiede le categorie per nominare il male e che mai parla di “rapimento”. È proprio questa incapacità a rendere il racconto così lacerante: il lettore sa, la bambina no, e in quella distanza si genera un’angoscia sottile, quasi fisica.

Un padre paradossale

L’auto diventa lo spazio centrale del romanzo. Al suo interno, la radio trasmette canzoni italiane, ma anche la violenza dell’attualità politica che agita l’Italia degli anni Ottanta: l’attentato alla stazione di Bologna, le stragi che segnano gli anni di piombo, l’attentato a Wojtyla. L’eco di quella violenza pubblica si sovrappone a quella privata, intima, subita da Ilaria. D’albergo in albergo, d’area di servizio in area di servizio, il padre e la figlia percorrono l’Italia. Ilaria impara a conoscere questo uomo paradossale: alcolista, bugiardo, collerico, difficile da sopportare, ma anche capace di affetto, di charme, di insegnarle a guidare la BMW o a fumare una sigaretta. Le insegna a mentire. Le insegna, soprattutto, che l’amore può abitare lo stesso spazio della paura.

Altri modi di essere amati

In questa vita errante, che dura un paio di anni, Ilaria trova il modo di giocare, di inventarsi. Con sé ha Birillo, l’orsetto di peluche, confidente muto e fedele. Passa dall’hotel della nonna paterna che non ha tempo per lei, fino a una casa di campagna in Sicilia, dove Isabella («una vera principessa») le offre per la prima volta relazioni affettuose, bambini della sua età, un’ombra di normalità. È lì che Ilaria – anche attraverso la lettura – scopre che esistono altri modi di essere amati, altri modelli di famiglia, altre strade per crescere.

La biblioteca che prima mi dava i brividi adesso mi attrae. Se ogni libro contiene un universo, come farò? Avrò il tempo di leggere tutto? Dove posso riporre tutte queste nuove sensazioni?

La lealtà non è sottomissione

I silenzi, gli spazi bianchi, le pagine quasi vuote non sono vuoti di senso, ma zone di risonanza dove forse il lettore è invitato a sentire ciò che la bambina non può dire, a individuare la precisione chirurgica del gesto narrativo. La scrittura è limpida, è la traduzione dell’animo di una bambina di otto anni, per cui ogni cosa non è sempre al suo posto, è il riflesso di una situazione confusa. Nessuno si aspetti un lieto fine convenzionale. La bambina è cambiata: ha attraversato il fuoco, imparando che può sopravvivere. Non è un romanzo, questo di Gabriella Zalapì, che nega il dolore; tra queste pagine si scopre, piuttosto, che dentro la gioia possono coesistere la ferita e la speranza. Ilaria scopre che l’amore per un padre fallito non cancella il diritto di salvarsi, che la lealtà non è automaticamente sottomissione.

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