Romanzo e saggio assieme, libro di pazza bellezza, “L’odio dentro” di Servando Rocha racconta i chiaroscuri della Madrid nel dopoguerra, ai tempi della dittatura franchista. Attraverso una parabola di vita esemplare dell’epoca, quella José Luis Pacheco, detto Dum Dum, criminale, pugile, falangista, buttafuori, lo scrittore spagnolo intercetta la smemoratezza di un Paese e prova a comprendere una generazione di ragazzi dei sobborghi e delle periferie a cui il regime regalava l’illusione della libertà e della ribellione, controllandone di fatto azioni e movimenti
Opus magnum dalla Spagna? Per quest’anno pensavamo che ogni discorso fosse chiuso con il bellissimo La penisola delle case vuote (ne abbiamo scritto qui) di David Uclés. Ci ha pensato la casa editrice Readerforblind ad aggiungere un tassello importante, con un libro di pazza bellezza, come almeno un altro paio di quelli pubblicati quest’anno nella collana Aniàn, ovvero Bauhaus di Gianfranco Di Fiore (ne abbiamo scritto qui) e The White League di Thomas Zigal (ne abbiamo scritto qui).
Una vita eccessiva, un’epoca
Servando Rocha, autore de L’odio dentro (704 pagine, 23 euro), tradotto da Alessandro Gianetti, è anche un editore e ha pubblicato questo volume, nel 2021, per i tipi della sigla che ha fondato, La Felguera. Saggio storico e romanzo fiume, L’odio dentro racconta una Spagna brutale e non molto conosciuta, ricostruendo una Madrid marginale dal dopoguerra alla Transición, tra bande di strada, galere, ring e discoteche. Rocha, ex batterista punk e avvocato, impugna la smemoratezza di un Paese intero e racconta quel che è stato. Il filo conduttore, pretesto dichiarato più che soggetto, è José Luis Pacheco, detto Dum Dum: nato nel 1949 a Lavapiés, in una baracca lungo il Manzanarre, dove poi sarebbe sorto lo stadio Vicente Calderón. Delinquente giovanile, legionario, campione di Spagna dei pesi welter per otto anni consecutivi, attore, guardaspalle degli ultimi falangisti, infine buttafuori: la sua parabola taglia mezzo secolo spagnolo come una lama. Il titolo del libro di Servando Rocha viene da una sua confessione: perché vinceva quasi sempre? Per tutto l’odio che aveva dentro. Rocha lo conobbe e capì subito che quell’uomo era la punta di un iceberg. Qualcuno, non andando troppo lontano dalla verità, ha accostato questo libro a Limonov di Carrère: una vita eccessiva come grimaldello per scassinare un’epoca.
Il sogno, il consenso
Inizialmente Pacheco resta fuori scena: Servando Rocha prima edifica lo sfondo, la Madrid del dopoguerra, città semirurale bordata di baraccopoli, dove le trincee della guerra, coperte di lamiere, erano diventate case. Il regime franchista sognava la Gran Madrid come la Gran Roma e la Gran Berlino, e guardava con disgusto al sobborgo, alla «feccia» che lo abitava. Nella battaglia urbanistica tra falangisti nostalgici dell’impero e aristocrazia del denaro vinsero i secondi, con l’immancabile colpo speculativo; la dittatura compensò i vinti con una strategia sottile, trasformare i proletari in proprietari. «Franco mi ha dato una casa», ripete ancora oggi Dum Dum, e in quella frase c’è un’intera antropologia del consenso.
Un film, una folgorazione
Nel marzo 1963 arriva nelle sale cinematografiche “West Side Story”, e per una generazione di ragazzi della periferia è una folgorazione: bande eleganti che combattono a tempo di musica, un’estetica per incanalare la rabbia. Uscendo dal cinema, Pacheco e i suoi fondano la loro banda: gli Occhi Neri, dal colore dello sguardo del capo, Ángel Luis Telo, capace di incutere terrore a una città intera. Intorno pullula una geografia di clan che la stampa del regime taceva – Comilleros, Látigos, Ratón Blanco, perfino bande di ragazze armate – tutti regolarmente massacrati dagli Occhi Neri, sovrani dell’urbe e del tafferuglio. Le loro ragazze vestivano con minigonna e stivali come Nancy Sinatra; si ballava il twist nei corridoi dei cinema, si rubavano automobili per il gusto di farci un giro. Le discoteche non avevano security: i proprietari si affidavano alla banda, che spegneva risse e riscuoteva crediti a modo suo, uscendone con le tasche piene. Fu questa mafia da ballo, rudimentale e feroce, il seme di ciò che sarebbe venuto: i clan degli anni Ottanta e il cinema quinqui che avrebbe portato quel mondo sullo schermo.
Il carcere, la boxe
A sedici anni Pacheco entra per la prima volta al riformatorio di Carabanchel, non un luogo di redenzione, piuttosto una scuola di avviamento al delitto, dove il ragazzo divide celle e gerarchie con delinquenti in serie, El Lute, Jesús Gil, Antonio Gades. In isolamento, dove fumare e leggere erano proibiti, l’unico testo tollerato era il catechismo: lo rileggeva tre, quattro volte al giorno, perché le parole, accorciano il tempo. Nei sotterranei della Direzione Generale della Sicurezza – strumento di repressione centralizzata durante il regime franchista e abolita solo durante la transizione democratica, nel 1978 – lo interroga un poliziotto giovanissimo che gode nel picchiare: Juan Antonio González Pacheco, per la storia Billy el Niño, il torturatore più famoso del tardofranchismo. La morte del fratello segna la svolta. Uscito di galera, Pacheco si arruola nella Legione, a Ceuta, e scopre sul serio la boxe: un incontro di Fred Galiana visto in un bar, l’idea che i pugni possano essere un mestiere. Da dilettante disputa una novantina di match perdendone appena tre; alcuni li combatte arrivando dal carcere, scortato. Nell’ottobre 1970 il debutto da professionista, vinto per ko: da lì otto titoli nazionali consecutivi, il primo posto in Europa, il decimo nel ranking mondiale. La fama lo travolge: i film, le interviste, il Lotus bianco, le donne, le serate. Dopo le vittorie indossa il chapiri, il berretto legionario, in omaggio ai suoi tre idoli: Hernán Cortés, Francisco Franco, Elvis Presley. Il regime aveva neutralizzato ancora una volta l’energia dei sobborghi, e il campione non se ne accorgeva nemmeno.
Il twist con uno stiletto nello stivale
Oltre e attorno al pugile Servando Rocha sciorina figure pittoresche, un mondo incredibile e variopinto: pugili che si credono invincibili, rocker al pianobar che cantano per i turisti, falangisti innamorati del pop e dei bassifondi, etichette discografiche finanziate dall’Opus Dei. Fa capolino anche il giovane Francisco Umbral che pubblica il suo primo romanzo. La tesi che emerge è scomoda: sotto la dittatura c’erano più chiaroscuri di quello che posso sembrare tanti decenni dopo, perfino il rock and roll, altrove sinonimo di ribellione, nella Spagna franchista fu addomesticato, promosso da un potere che ne intuì il pericolo finì per controllarlo. Poi arriva l’eroina, e spazza via una generazione come una marea. Il libro accompagna i compagni di Pacheco verso la tomba o la latitanza. Per Pacheco il colpo fatale arriva nell’ottobre del 1982, la sua auto si schianta contro un camion. Addio al sogno di combattere contro Roberto Durán; addio, qualche anno dopo, al ring. Gli restano gli anni Ottanta da buttafuori, la vecchiaia in una residenza a due passi dal quartiere dov’era cresciuto, il corpo minato e la memoria accesa. Severando Rocha ha rintracciato lui e altri protagonisti di quella stagione perduta, con l’obiettivo non di giustificare o di giudicare (tantomeno con gli occhi del presente), ma di provare a comprendere meccanismi e dinamiche di quell’epoca, di illuminare un pantano, di raccontare una Madrid inedita o almeno dimenticata, in cui l’odio e i pugni erano il solo carburante per uscire dalla miseria. L’autore guarda con coraggio e sgomento negli occhi della Madrid che fu, una città si ballava il twist con uno stiletto nello stivale.
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