Giovanni Gaggia, in Palestina il cielo è blu oltre le nuvole?

Un lavoro artistico collettivo per accendere i riflettori sulla tragedia di Gaza, un’idea in cui sono coinvolti studenti, fotografi, ricamatrici, interrogativi che restano aperta. Ne scrive Giovanni Gaggia in “Com’è il cielo in Palestina”, un’opera che non vuole esaurirsi nello spazio di una mostra…

Giovanni Gaggia racconta la genealogia di un progetto nato dall’urgenza di rendere visibile la tragedia di Gaza e, insieme, di interrogare il ruolo dell’arte davanti alla storia.
Il punto di partenza è una domanda semplice, quasi infantile: «Com’è il cielo in Palestina?». Ricamata in arabo sul primo arazzo, la domanda – titolo del suo libro (200 pagine, 18 euro) edito da Mar dei Sargassi – diventa l’innesco di una rete di relazioni che unisce attivismo, arte, solidarietà e memoria.

Confronti

Il progetto nasce dall’intreccio tra esperienza personale e dimensione politica. Il blu del cielo, già al centro delle ricerche artistiche di Gaggia, si lega alla riflessione sulla caducità della vita maturata attraverso mostre, incontri e vicende familiari.
L’idea prende progressivamente forma grazie al confronto con figure come Luca Molinari, Jacopo Tondelli, Iyad Twal, Leonardo Regano, Francesco Perozzi e moltissimi altri fino a coinvolgere ricamatrici, amici, artisti, fotografi, studenti e operatori umanitari.
Il ricamo diventa così una pratica capace di sottrarsi alla centralità dell’autore.
Ogni punto è una storia, ogni frammento di tela una relazione.

Tutto ruota intorno al cielo. Sono incastri di storie, quelli che racconto, vicissitudini e scelte di vita che si intrecciano attorno a un unico elemento: la coltre celeste. La semplicità diventa un valore culturale e universale: un gesto apparentemente scontato – un movimento del corpo, la testa che punta verso l’alto, lo sguardo che osserva, scruta, cerca e ricerca – si trasforma in un’azione che va oltre l’umano esistere e le sue contraddizioni.

Progetti che diventano relazioni

Le risposte provenienti dalla Palestina, le fotografie, i racconti e le frasi raccolte trasformano l’arazzo in una superficie collettiva. Anche le bandiere palestinesi, successivamente ricamate, testimoniano l’evoluzione di un’opera che non vuole esaurirsi nello spazio della mostra.
È qui che il progetto assume il suo significato più radicale: l’arte non si limita a rappresentare un conflitto, ma prova a costruire forme concrete di prossimità.
I contatti con famiglie palestinesi, la corrispondenza, il sostegno economico e il coinvolgimento dei giovani mostrano come l’opera possa diventare un dispositivo di relazione.

Una superficie etica

Nel libro Giovanni Gaggia non propone dunque soltanto il racconto di un lavoro artistico. Ricostruisce un processo nel quale l’autore accetta di decentrarsi e di condividere la responsabilità del gesto.
Il cielo, da elemento naturale e universale, diventa una superficie etica: ciò che tutti possono guardare, ma che non tutti possono vivere nello stesso modo. La domanda iniziale resta aperta e proprio per questo continua a chiamare in causa chi guarda, ricama, racconta e prende posizione.

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