“Scorza” di Daniele Dionisi è un romanzo sulla caduta di un uomo potente, terrorizzato da una novità: la sua irrilevanza. Un meccanismo narrativo che analizza quanto è difficile accettare che gli altri possano smettere di aver bisogno di noi e comprendere che si è smesso d’essere quello che si è stati…
Fausto Scorza non sa perdere. Non perché non gli sia mai capitato, ma perché ha costruito la propria identità sulla convinzione che una sconfitta, per essere davvero tale, debba prima di tutto essere riconosciuta. E lui, invece, non intende riconoscere nulla: né il declino professionale, né la crisi del matrimonio, né soprattutto il tempo che passa. È da questa ostinazione che Daniele Dionisi fa partire Scorza (272 pagine, 20 euro), romanzo sulla caduta di un uomo che, più che il potere, teme di perdere l’immagine che il potere gli ha restituito di se stesso.
Le cose da perdere…
Fausto ha cinquantacinque anni, dirige un’importante agenzia di comunicazione milanese, possiede gli oggetti, le abitudini e il linguaggio di chi è arrivato. Ha imparato che nella vita bisogna imporsi, anticipare gli altri, occupare spazio. Il problema è che ha finito per trasformare questa regola professionale in una morale privata. Anche la moglie, il figlio, gli amici, i collaboratori diventano così, nella sua prospettiva, elementi di una partita nella quale lui deve continuare a vincere. E proprio qui Daniele Dionisi trova il punto più interessante del romanzo (edito da Giulio Perrone): non nella caduta in sé, ma nell’incapacità del protagonista di concepirla.
La crisi della carriera, il deteriorarsi del matrimonio, il rapporto sempre più difficile con il figlio e infine il ritorno a Narni compongono una progressiva sottrazione. A Fausto viene tolto tutto ciò che, ai suoi occhi, garantiva la sua identità. Ma la cosa più difficile da perdere non è il lavoro, né il denaro, né il prestigio: è la convinzione di essere ancora quello che si è stati.
Umano, patetico, perfino comico
Dionisi sceglie di raccontare questa vicenda dall’interno, attraverso una prima persona che non cerca la simpatia del lettore e nemmeno la sua assoluzione. È una scelta narrativa efficace perché Fausto non si considera affatto un uomo meschino. Al contrario, dispone sempre di una spiegazione, di un alibi, di una ragione che trasformi il proprio comportamento in una necessità. La sua voce è dunque anche il luogo della sua autoillusione. Più cerca di dimostrare a se stesso di avere il controllo, più il lettore vede quanto quel controllo gli stia sfuggendo.
È qui che Scorza trova una delle sue tonalità migliori: il romanzo è amaro, ma non rinuncia al comico. La vanità di Fausto, le sue reazioni sproporzionate, i tentativi di conservare un’autorità ormai evaporata producono una comicità che non è mai soltanto divertimento. Si ride perché si riconosce, dietro il personaggio, qualcosa di profondamente umano e insieme profondamente patetico: la difficoltà di accettare che gli altri possano smettere di aver bisogno di noi.
Sotto la superficie…
Il titolo, allora, assume un significato che va oltre il cognome del protagonista. La scorza è ciò che protegge, ma è anche ciò che separa. Fausto ne ha costruita una spessa intorno a sé, fatta di ambizione, denaro, aggressività e sicurezza. Sotto quella superficie, però, non c’è l’uomo invincibile che vorrebbe essere, ma un individuo terrorizzato dalla propria irrilevanza.
Daniele Dionisi non lo trasforma in una vittima e fa bene a non farlo. La sua responsabilità rimane intatta. Ma il romanzo evita anche il giudizio facile, lasciando affiorare una forma più inquietante di pietà: quella che nasce quando comprendiamo che certi uomini non sono crudeli perché privi di fragilità, ma perché non hanno mai imparato a mostrarla.
In questo senso Scorza è un romanzo sulla sconfitta, ma soprattutto sulla difficoltà di riconoscerla. E racconta con lucidità un mondo nel quale essere forti sembra l’unica forma ammessa di esistenza. Finché la scorza regge, Fausto può continuare a recitare la parte dell’uomo che domina la propria vita. Quando comincia a incrinarsi, ciò che emerge non è semplicemente un perdente: è un uomo costretto, forse per la prima volta, a fare i conti con se stesso.
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